www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 29-11-04

"Essere comunisti", l'Ernesto presenta la mozione congressuale


Grassi a Bertinotti: «Nessuna cambiale in bianco a Prodi»
 
Liberazione, 28 novembre 2004
 
Mozione con film, poesie, medaglia d'oro e Bandiera rossa a chiudere. Oltre 700 persone (non sappiamo se tutti "duri e puri", ma certamente molti giovani, qui arrivati, anche con pullman, dai circoli e dalle federazioni di tutt'Italia) hanno partecipato ieri alla presentazione del documento congressuale dell'area dell'Ernesto, la mozione "Essere comunisti", primo firmatario Claudio Grassi. Area che vale il 29 per cento del Comitato politico nazionale.
Una presentazione a più voci, nell'ex salone "storico" del Pci romano in via dei Frentani, in quella che fu la sede della federazione provinciale fino agli anni 80: quasi a sottolineare, anche logisticamente, il legame non interrotto con una grande storia.
 
E' con emozione che la fitta platea ascolta la voce sottile di Giovanni Pesce, il nostro compagno partigiano medaglia d'oro, che ci narra perché allora «non potevamo non combattere» e perché oggi è urgente disfarsi di un governo che non rispetta la Costituzione. E che rivendica l'orgoglio di una storia e di una appartenenza. «Mi sono iscritto al Pci nel '31 quando avevo 13 anni e sono andato a lavorare in officina», dice, e, commovendosi ancora, cita una poesia di Eluard, «"vi sono parole che fanno vivere. Una di queste è la parola compagni"».
 
Parla anche Nori - Nori Brambilla, la bella e valorosa staffetta che poi è diventata sua moglie -, mentre dal video scorrono spezzoni del film che il giovane regista Marco Pozza ha tratto dalle loro memorie, "Senza tregua". Anche lei, Nori, presenza emblematica di quell'epoca nella quale "non si poteva non combattere": una eco e un contrappunto, più storico che polemico, alla teoria della "non violenza", un tema oggi assai dibattuto in Rifondazione.
 
Presentati via via da Fosco Giannini, direttore della rivista d'area l'Ernesto, si alternano al microfono Rita Ghiglione, operaia e sindacalista Fiom («vogliamo mandare a casa Berlusconi, ma anche sapere quale politica un eventuale governo di centrosinistra è disposto a fare sul piano del lavoro, dei salari, della sanità»); Manlio Dinucci, storico e saggista («non abbiamo riflettuto a sufficienza su che cosa ha significato la disintegrazione dell'unica Potenza in grado di controbilanciare il predominio Usa, oggi c'è il pericolo di un ritorno a forme di guerra fredda»); Yusef Salman, responsabile della Mezza Luna Rossa palestinese in Italia («iI nostro nostro obiettivo è sempre quello, quello di 57 anni fa, "Due popoli due Stati", sempre valido il monito di Arafat quando si presentò all'Onu con un ramoscello d'ulivo in una mano e un fucile nell'altra, dicendo: non fate cadere il ramoscello»).
 
Parla poi Subhi Toma, comitato internazionale della Resistenza irakena. Resistenza con la r maiuscola, ebbene sì, capace di dare scacco alla potenza militare più grande del mondo. Non siamo un popolo di terroristi, noi irakeni, ha detto, «Zarqawi noi non lo conosciamo, non sappiamo chi sia e da dove sia venuto, gli Usa lo sanno». E porta dati inediti sulla lotta di Resistenza: «Dal giorno dell'occupazione, in un solo anno sono stati 20.000 gli attacchi contro le forze Usa». Si chiama Resistenza patriottica, non terrorismo, ribadisce.
 
E' questo uno dei temi che Claudio Grassi, segreteria nazionale, riprende nel suo discorso, più volte e calorosamente applaudito. L'Irak, «emblema di uno scempio mai fino ad ora perpetrato». Uno scempio firmato Usa, questi «esportatori di democrazia, esemplarmente visti in funzione nel carcere di Abu Ghraib, esemplarmente sperimentati in America latina». Ecco perché «riteniamo sbagliata la teoria della spirale guerra-terrorismo: questa idea uccide tutto ciò che sta in mezzo, per esempio la Resistenza». Ed ecco «riteniamo un errore prima non avere riconosciuto il valore della Resistenza irakena e poi averla catalogata come Resistenza con la r minuscola».
 
Non a caso lo slogan della manifestazione è "Contro la guerra, per l'alternativa". Sarà proprio questo uno dei punti più fermi (e applauditi) del discorso di Grassi. «Ha sbagliato Bertinotti a dichiararsi pronto ad accettare una eventuale decisione maggioritaria della alleanza di centrosinistra anche in tema di guerra. No, sulla guerra non si tratta e non si vota. E questo non è solo un punto della nostra mozione, direi che ne è un preambolo: un no formale alla guerra da chiunque dichiarata, Onu compresa».
 
E poi la cruciale questione del governo. Sbagliato anche accettare l'Alleanza a scatola chiusa, dare per scontata l'entrata al governo. No, «nessuna cambiale in bianco. Prima i contenuti, poi gli schieramenti». D'accordo, la prima convergenza è l'obiettivo di cacciare Berlusconi, ma questa convergenza non basta. Come dice la tesi n. 14, «se lo schieramento antiberlusconiano vincerà le elezioni, il problema vero sarà di porre rimedio ai guasti provocati da questo governo e da quelli che lo hanno preceduto». La critica alla politica portata avanti negli anni del centrosinistra è senza eufemismi.
 
Tra le misure irrinunciabili di un futuro programma di governo, deve esserci l'introduzione di uno strumento automatico di recupero del valore dei salari; fermo restando che il problema generale è quello «di evitare che i costi della crisi e del risanamento vengano scaricati ancora una volta sulle classi lavoratrici e sui ceti più deboli».
 
Niente programma, niente governo, dunque. Anche perché, qualora una politica impopolare avvenisse con la responsabilità di Rifondazione comunista, sarebbe soprattutto il nostro Partito a pagarne le conseguenze, nel segno «della delusione e del risentimento» (fa da specchio il Partito comunista francese...).
 
Il partito e l'identità comunista. E' il momento dei più caldi applausi. Non ci riconosciamo, dice Grassi, nella storia comunista presentata solo e soltanto come una vicenda di "errori ed orrori"; non ci riconosciamo nelle tesi di Marco Revelli né nella storia del Novecento tutta da rottamare. «Non ci riconosciamo in questi bilanci politicamente e storicamente errati». Da Lenin a Gramsci, c'è ancora molto di significativo. Le grandi Rivoluzioni hanno sempre aperto al mondo nuove vie. «Abbiamo l'orgoglio della nostra storia (e anche l'orgoglio di avere Giovanni Pesce come firmatario della nostra mozione)».
 
Non con cuore leggero. «Non dimentichiamo le pagine buie, avvertiamo molto forte l'esigenza di capire meglio. Ma oggi il pericolo maggiore è la fuoruscita da questa storia». Alla quale sono estranee sia la nuova teoria della "non violenza", sia quella della lotta che non ha per fine la conquista del potere: sono, questi, altri due spunti in aperta polemica con le tesi della mozione di maggioranza. Niente abiure. «Siamo per la rifondazione comunista, non per la Rimozione comunista».
 
Applausi. Saluti comunisti al neodirettore di Liberazione Piero Sansonetti. Bandiera rossa.
 
Maria R. Calderoni