Patti chiari, amicizia lunga: cacciare Berlusconi con un programma che dica cose di sinistra!
di Bruno Casati
su Liberazione del 05/01/2005
Ero al Palalido di Milano quando Prodi, settimane fa, illustrò il suo progetto.
Due punti erano posti al centro del suo discorso: l'impresa e la famiglia. Fu
naturale domandarmi: «perché mai lo dovrei votare?». La sera stessa mi capitò
di ascoltare Berlusconi e allora capii di essere posto, ancora una volta, nella
condizione obbligata di dover sostenere il "meno peggio" pur di
cacciare il peggio. Però su quel palco c'era anche il nostro Segretario e,
ancor oggi, mi chiedo quali siano state mai le garanzie minime ottenute per
salirvi? Tuttora non ho la risposta e non la trovo certo in qualche candidatura
di scambio, semmai la dovessimo strappare. Giro la domanda (quali garanzie?) al
6° Congresso che deve dirci "con chi e per fare che cosa" mandare a
casa Berlusconi. E' il punto: ineludibile.
Temo invece un congresso dove il punto verrà diluito in più rivoli - dalla nonviolenza
alla lotta allo stalinismo - al solo scopo di "blindare" una
maggioranza di cui mi sfugge la strategia ma che sarà duttile a tutte le
tattiche. Temo perciò un congresso dove si chieda solo un voto di fiducia per
avere il monocolore del Segretario. Non va bene. Cocciutamente ritorno al punto
ineludibile dove, a differenza di altri che sostengono che mai i comunisti
possano far parte di un governo della borghesia, e a differenza di altri ancora
che sostengono sia obbligatorio accedervi per la sopravvivenza stessa del
Partito e, costoro aggiungono, in quanto ai contenuti, sarà poi il movimento a
dettarli al Governo, ebbene mi ritrovo con quanti pensano invece che Berlusconi
si debba cacciare ma solo sulla base di un progetto di cui i comunisti, in raccordo
con i movimenti, possano condividere ora almeno qualche punto fondante.
Chiedo troppo al 6° Congresso o chiedo il minimo a un Partito che uscì da
sinistra dal Governo Prodi e non può che rientrarvi da sinistra? Ma i tratti di
quella sinistra siano netti al fine di un'alleanza duratura: patti chiari,
amicizia lunga. Ora ci si dice che questa posizione porterebbe ad una, oggi
indicibile, desistenza. Non lo so: so solo che finora stiamo praticando la
"desistenza programmatica" nei confronti di una Gad che, per stare al
merito da cui si sfugge sempre, sulla legge 30, ad esempio, pensa solo di
addolcirla ma le privatizzazioni pensa addirittura di accelerarle. Di questo
non si discute, parliamo solo di candidati e di primarie con uno scarto
fortissimo tra il nostro dibattito e la realtà.
Dovremmo invece attrezzarci per sconfiggere, o almeno contenere, quel
"modernismo riformista" che è la linea di condotta della Gad. Come?
Bisogna tornare subito a dar voce a quegli 11 milioni di persone che votarono
per l'estensione dell'articolo 18 ma che, una volta votato, sono stati
allontanati dalla politica-palazzo. Dar loro voce vuol dire produrre una scelta
precisa: porre il lavoro al centro del programma per una alleanza duratura. E,
di converso, porre il lavoro al centro del 6° Congresso di Rifondazione. Che
comunisti saremmo mai noi se non cogliessimo il fatto che Berlusconi fa, lui
sì, lotta di classe facendo leva non solo sulla proprietà vincente e la
mercificazione del tutto ma sulla delusione di grandi masse proletarie che
ancora non capiscono che cosa faremmo mai noi per loro una volta - cosa non
data - al Governo? Esercitiamoci perciò in "pensieri lunghi" e
parliamo di piena occupazione e lavoro certo (altra cosa rispetto al salario
minimo garantito), salari e pensioni rivalutati, episodi di controllo pubblico
dell'economia. E, se proprio vogliamo parlare anche di primarie, allora
facciamole ma non per questo o quel candidato, ma per una nuova scala mobile, a
sostegno della quale tornerebbero a votare quegli 11 milioni di persone
dimenticate dopo il referendum sull'articolo 18. Altroché sentirmi dire «voi
volete la desistenza!». C'è da fare il gran salto di qualità, altrimenti non
capirei cosa andremmo domani a fare in un Governo che oggi si configura lontano
non solo da Zapatero ma anche dal vecchio Ugo La Malfa.