da Liberazione del 13/01/2005
I compiti della sinistra di alternativa
di Fosco Giannini*
L’iniziativa dei prossimi 15 e 16 gennaio lanciata da il Manifesto ( alla quale
l’ernesto aderisce e porterà il proprio contributo) è un’iniziativa importante
e, di per sé, evocatrice di diverse e pregnanti questioni, che si palesano a
catena a partire da un primo punto: il fatto che sia un quotidiano (seppur di
così grande prestigio) a lanciare un sasso nell’acqua stagnante della sinistra
d’alternativa la dice infatti lunga sul grande ritardo che essa ha nello
svilupparsi e nel costituirsi. A catena, tale ritardo svela le responsabilità
di quei soggetti politici, sociali, sindacali e di movimento che, pur
enfatizzando a parole la necessità della sinistra d’alternativa, non hanno
prodotto - per darle corpo- un lavoro di tessitura di relazioni tra soggetti,
un lavoro politico e progettuale conseguente.
Credo che alla base di questo mancato lavoro vi siano due essenziali questioni:
primo, l’aver scelto, rispetto alle difficoltà della costruzione di una
sinistra d’alternativa portatrice di un progetto programmatico di cambiamento,
la scorciatoia di un accordo di governo con il centro sinistra di basso
profilo; secondo l’aver, da troppe parti - seppur confusamente – concepito la
sinistra d’alternativa come il nucleo originario di un “nuovo soggetto
politico”, di una nuova organizzazione partitica o pseudo partitica.
Prendiamo in esame la seconda questione: Asor Rosa ( “Liberazione” del 31
dicembre) stigmatizza la presenza di “troppe correnti” all’interno della
sinistra, non avanzando però - rispetto a tale questione – un’analisi
all’altezza, un’analisi che non può essere che complessa, ancora mai sviluppata
ma che non può sfuggire a un dato di fatto: la crisi del movimento comunista,
l’egemonia imperialista e capitalista ( altroché autoconsolatorie “ratifiche”
della crisi del liberismo!), il conseguente spostamento a destra della
socialdemocrazia e – in Italia – la liquidazione del PCI, producono, da una
parte, una deflagrazione dell’intera sinistra, una disseminazione di essa lungo
un arco politico che va da posizioni radicali a posizioni liberiste; dall’altra
la grande difficoltà di ricostruire una forza comunista rifondata, dai
caratteri di massa e all’altezza dello scontro di classe.
Qui mi pare vi sia una questione centrale, che vale per il compagno Asor Rosa e
per tanti altri/e compagni/e: per voi è ancora storicamente necessaria una
forza comunista – rifondata – come soggetto più avanzato e portatore di una
progettualità socialista? Perché se così è allora sarebbe una risposta
sbagliata la “riduzione ad uno”, senza fondamenti,
delle varie “correnti” della sinistra in un “nuovo” e indefinito “soggetto
politico”. Ma se così non è – se non si considera essenziale la presenza di una
forza comunista – ci troveremmo di fronte al rischio di una sorta di
“occhettismo” di ritorno, di una concezione della sinistra d’alternativa
mutuata dall’esperienza – in forte declino – dell’Izquierda Unida spagnola, una
esperienza che ha visto tra l’altro significativamente ridursi, al suo interno,
prima l’autonomia e poi la forza stessa del Partito comunista spagnolo.
Per noi la sinistra d’alternativa non deve essere affatto la sommatoria
organizzativistica di vari soggetti : questa procedura ucciderebbe gli stessi
soggetti e non sfocerebbe in un “nuovo soggetto” dal carattere anticapitalista
e dalla progettualità socialista.
Che cosa dovrebbe dunque essere? La domanda rievoca in sé la questione della
centralità di una alternativa alle destre che si fondi su di un programma
avanzato e non su di un accordo di governo debole e generico con il centro
sinistra.
Crediamo sia questa la questione centrale che dovrebbe essere discussa nei
“giorni de il Manifesto”, i prossimi 15 e 16 gennaio.
La sinistra d’alternativa dovrebbe costituirsi attraverso un vasto tavolo
programmatico e lotte sociali aventi l’obiettivo di popolarizzare i temi
dell’alternativa alle destre, per poi tentare di farli assumere al centro
sinistra, alleato inevitabile per liberarsi di Berlusconi.
Un no senza se e senza ma ad ogni guerra, seppure coperta dall’ONU; lotta
contro le basi NATO in Italia; salari, pensioni, scuola, sanità, difesa della
Costituzione nata dalla lotta antifascista; cancellazione della Legge 30, della
Bossi-Fini e delle leggi vergogna di Berlusconi, la legge – finalmente! – sulla
rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro; una lotta contro il Patto di
Stabilità ( da non lasciare alla destra populista) e contro l’Europa di
Maastricht: sono questi i temi che la sinistra d’alternativa deve tentare di
imporre all’Ulivo, i temi attorno ai quali unirsi nella lotta politica e
sociale comune.
Chi sceglie a priori la strada del governo con il centro sinistra argomenta che
esso, sotto la spinta dei movimenti, si sarebbe spostato a sinistra; purtroppo
non ve ne sono segni: si continua a balbettare sulla guerra, ad assumere
posizioni ambigue sul ritiro del contingente italiano dall’Iraq, su pensioni,
welfare, privatizzazioni, fisco; si continua con una linea di subordinazione al
Patto di Stabilità e a Maastricht. Il documento Prodi sull’Europa ( ove si
rivendica la “bontà” della guerra contro la Jugoslavia), il documento Amato per
l’Ulivo, i 14 punti di Rutelli, l’esito stesso del Congresso DS ( schiacciante
vittoria dell’ala “liberal”) non depongono certo a favore dell’alternativa.
Occorre cacciare Berlusconi: vi è un sentimento popolare che va raccolto.
Eppure ciò non può bastare: occorre cacciarlo per gli orrori politici, sociali
e istituzionali che compie, che non vanno ripetuti da altri. Non vi sono
alternative alla messa in campo di un programma avanzato che divenga popolare,
una bandiera issata nella testa e nel cuore del nostro popolo, del movimento
operaio. Allo stato delle cose non vi è nessuna passione popolare per il
cambiamento. Non può esservi, perché nessuno sa cosa sarà il dopo Berlusconi.
La mancanza di questa passione popolare riduce di molto le possibilità di
sconfiggere le destre. Come l’eventualità di una vittoria del centro sinistra
non seguita dal cambiamento farebbe correre il rischio, strategicamente
gravissimo, di consumare il residuo rapporto di fiducia col popolo della
sinistra e con i lavoratori, spianando la strada ad una nuova vittoria, di
lunga durata, delle destre.
Spostare a sinistra l’Ulivo e i rapporti sociali, segnare un programma di
cambiamento: è questo il compito della sinistra d’alternativa. Un compito
difficile ma non impossibile per questo insieme di forze che, con oltre il 13%
di consensi, sono decisive per sconfiggere Berlusconi e possono pesare, di
conseguenza, moltissimo sull’Ulivo e sulla sua linea politica. A patto che si
inizi a lavorare davvero per un’unità programmatica (e non pseudopartitica) e
si abbandonino le scorciatoie governiste e politiciste.
*direttore de “l’ernesto”