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da Il Manifesto, 3 dicembre 2004

Primarie: Un rimedio peggiore del male


Centrosinistra
Il colpo definitivo a quello che resta dei partiti

Enrico Melchionda*

Trovo sorprendente che la proposta delle primarie non abbia suscitato  nel centrosinistra nessuna obiezione di principio. Dopo che a luglio  scorso Prodi l'ha messa sul piatto del suo rientro, ho aspettato per  quattro mesi che qualcuno dicesse un no sostanziale, ma niente. Al  massimo, dubbi di carattere procedurale o contingente, schermaglie  tattiche o strumentali. Nessuno che ne contestasse la logica di fondo.

Nel frattempo abbiamo assistito alle discussioni e alle polemiche più  inverosimili e nominalistiche, come quelle sul nome e sul  posizionamento del centrosinistra, ma sulle primarie l'unico problema  su cui ci si è appuntati è stata la candidatura di Bertinotti. Fino al  punto di far dire al segretario dei Ds che in un'alleanza politica «ci si divide sul programma, non sulla leadership». Ci sarebbe di che  rimanere sbalorditi se non sapessimo come funzionano le coalizioni dopo  l'introduzione del maggioritario e quanto abbia sfondato la  personalizzazione della politica nel nostro sistema.

E' vero, alcuni  hanno provato timidamente a proporre che le primarie si svolgessero sul  programma piuttosto che sul leader. Tuttavia, di fronte alle difficoltà pratiche, hanno subito fatto marcia indietro, dimostrando che la loro  era solo una boutade. Il risultato è che le primarie sono entrate pacificamente nell'agenda politica del centrosinistra, considerate un  passaggio cruciale in quella che si immagina (troppo ottimisticamente)  come una marcia trionfale verso la riconquista del governo. In esse si vede lo strumento ideale per creare quella partecipazione che riduca la  distanza tra partiti e popolo del centrosinistra, già esplosa in modo eclatante con il fenomeno dei girotondi, e che soprattutto legittimi democraticamente una leadership la quale, priva di risorse proprie, deve unificare una coalizione eterogenea e litigiosa. Niente di strano  quindi che la procedura preveda una sola candidatura effettiva.

Ma,  poiché pur sempre di una consultazione elettorale si tratta, appare  altrettanto ragionevole che ci sia chi presenterà la sua candidatura di bandiera, anche se beninteso rigorosamente non alternativa a quella del  prescelto. Ebbene, a me tutto questo pare il segno, se non di un impazzimento, certo di una degenerazione profonda della cultura politica nel centrosinistra. In tutte le sue componenti, purtroppo.

Sono anni che le  sentiamo polemizzare con i fenomeni del populismo e del direttismo, paventare i «pericoli plebiscitari» e l'americanizzazione della nostra vita politica. Però al momento opportuno, quando sono in gioco scelte pratiche, la direzione che prendono è proprio quella. Sarebbero tanti  gli esempi da fare, negli ultimi quindici anni. Ma basta vedere a che  cosa sono stati ridotti i partiti per rendersene conto. Privati ormai  di funzioni partecipative, essi sono oggi puri strumenti politici del  leader di turno, per il resto affaccendati a tempo pieno nella  promozione del proprio personale politico.

Ma a quanto pare tutto  questo non è bastato: tanto vale andare fino in fondo. Ecco allora le  primarie. Non esiste forse un meccanismo più micidiale delle primarie per  distruggere i partiti come strutture organizzate di rappresentanza. Lo sa bene chi conosca minimamente la storia politica degli Stati uniti. Prima sotto l'urto del movimento progressista-populista d'inizio secolo e poi con l'avvento della videopolitica degli anni sessanta-settanta,  le primarie hanno fatto da grimaldello per smantellare i partiti americani. Espropriati del controllo delle candidature e ridotti a mere  etichette senza organizzazione, questi partiti hanno dovuto cedere  l'iniziativa politico-elettorale a più o meno improvvisati imprenditori politici, agli interessi irresistibili delle corporations,  all'attivismo dei gruppi di pressione più vari.

Quel meccanismo che  doveva democratizzare il processo elettorale si è rivelato insomma la breccia perfetta per l'affermazione di una politica oligarchica. E non  è privo di ironia che ad adottarlo per primi, negli anni settanta, furono i democratici. Il suo esito è stato infatti il crollo della partecipazione e la dilatazione sfrenata del ruolo del denaro nelle  elezioni, cioè l'espulsione di una parte della popolazione, guarda caso  quella economicamente più svantaggiata, dal processo democratico.

Perché le primarie hanno l'effetto (all'apparenza paradossale) di  impoverire il processo democratico? Com'è possibile che questa  procedura iper-democratica finisca per avanzare sempre in parallelo con  la crescita dell'alienazione politica? Si badi bene: non dico che le  primarie provochino di per sé (o almeno immediatamente) il declino  della partecipazione. Le due cose derivano semplicemente dalla stessa logica, quella del direttismo, che non mira alla democrazia  partecipativa, bensì ad annichilire le strutture intermedie di  rappresentanza politica. Cioè i partiti.

Poiché la partecipazione è  correlata, più che a qualsiasi altro fattore, al senso di efficacia del  proprio voto, l'elettore si accorge presto che esprimersi per un  candidato piuttosto che per l'altro non serve a molto se poi non c'è un'organizzazione collettiva che stabilmente rappresenti, traduca in progetti politici e immetta nel processo di governo i propri interessi e valori.   Anche in Italia, come a suo tempo negli Usa, si cerca di far passare  l'introduzione delle primarie come un favore che si farebbe ai partiti, perché possano rinnovarsi e rivitalizzarsi. E in effetti anche qui da  noi l'innovazione è giustificata dalla crisi e dalla degenerazione in cui i partiti sono ormai caduti da tempo. D'accordo, ma rimane il  problema che il rimedio è peggiore del male, nel senso che finirà per  ammazzare il malato.

Si tratterebbe allora di fare un discorso di  verità: che cosa vogliamo farcene dei partiti? Da questo punto di vista, è perfettamente comprensibile che Prodi, nella sua posizione, sentendosi forte di un consenso che ormai va oltre i partiti che originariamente lo avevano designato, non intenda più essere il loro candidato e perciò voglia procurarsi attraverso le primarie una legittimazione autonoma. Ma non è comprensibile che i partiti stessi accettino volentieri di suicidarsi. Il sistema maggioritario e il  profumo del potere sono senz'altro molto forti per resistergli, per non sacrificargli di volta in volta qualche pezzo della propria identità e  della propria autonomia, ma da gruppi dirigenti degni di questo nome ci  si aspetterebbe una capacità di guardare alla prospettiva, almeno di  sapere (e dichiarare) dov'è che ci stanno portando.

Quella delle primarie è una strada da cui sarà poi difficile retrocedere, nel senso che non ci si può illudere che la scelta rimanga  confinata a una certa congiuntura, a certe modalità e a un certo tipo  di elezione o carica. Che cioè il meccanismo rimarrà sempre  controllabile, come sembra più o meno in quest'occasione. Lo si è visto  in America: esso tende ad autoalimentarsi, estendendosi (a tutte le  candidature, e non solo quelle monocratiche) e intensificandosi (dalle  primarie chiuse a quelle aperte, poi alle blanket e perfino alle  nonpartisan), fino ad imporne l'istituzionalizzazione. Con partiti del  genere, per metà statalizzati e per metà privatizzati, non meraviglia  che la politica sia normalmente poco attraente. Dovrebbe meravigliare  invece che ne sia proprio la sinistra il veicolo prediletto, in America  come in Italia.

*docente di Scienza politica all'università «l'Orientale» di Napoli.