da GiuliettoChiesa
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A testa alta contro la guerra
di Giulietto Chiesa
del 5 febbraio 2005
E’ già stato scritto ieri, da Tariq Ali, su queste colonne, ma sarà utile
ripeterlo. Non sappiamo chi ha rapito Giuliana Sgrena e quindi non possiamo
escludere nessuna ipotesi: da quella di ricatto per soldi, fino a quella di una
provocazione di qualche servizio segreto. Chi ha rapito Giuliana – se non lo sa
ancora – saprà presto che il Manifesto la sua giornalista erano e sono per il
ritiro delle truppe straniere dall’Irak. Se l’ha rapita proprio per questo
motivo il discorso cambia di 180 gradi...
Il tempismo è comunque altamente significativo. Siamo colpiti mentre infuria
uno tsunami propagandistico progettato per demolire le ultime resistenze alla
guerra, al quale partecipano praticamente tutti i media principali e tutte le
televisioni.
Per questo pongo alcune domande. Prima domanda: chi ha detto a Fassino che sono
andati a votare 8 milioni di iracheni? Da dove viene questa cifra? Nemmeno la
Commissione elettorale , autoqualificatasi “indipendente” pur essendo stata
compilata da Allawi e dai suoi consiglieri americani, ha finora fornito cifre
precise.
La seconda domanda è: chi esulta per le elezioni irachene? Risposta: Bush,
Blair e Berlusconi. Quelli che hanno fatto o appoggiato la guerra.
E allora – terza domanda – contro chi “resisterebbero” (“sono loro i veri
resistenti”, ha detto Fassino) quei molto presunti 8 milioni di iracheni ?
Immagino s’intenda che resistono contro quelli che sono contrari
all’occupazione straniera. A loro volta catalogati come ostili alla democrazia,
terroristi, amici e sodali di Saddam e pacifisti vari ed eventuali. Cioè
resisterebbero anche contro di noi, che la guerra l’abbiamo osteggiata, e che
non crediamo sia possibile esportare la democrazia. Mentre loro la democrazia
sulla punta del cannone la desideravano spasmodicamente.
E’ una interpretazione forzata? Niente affatto. E’ stato lo stesso Fassino, in
un generoso slancio autocritico, e critico verso il movimento pacifista, a
chiedersi: “Ma cosa abbiamo fatto noi per far cadere Saddam?” E dunque bravi
coloro che, avendole, le hanno impiegate “per far cadere Saddam Hussein” e per
portare la democrazia in Irak.
Ecco, esplicitando i passaggi mancanti del ragionamento, come è passata la
linea dell’Imperatore, accolta da un coro vasto e rumoroso di consensi
mediatici di centro e di destra. E fosse Fassino l’unico, potremmo anche
fermarci qui. Non è la prima e non sarà l’ultima capriola.
Il fatto è che su queste elezioni irachene si è potuto misurare il guasto di
tutti i pensieri deboli che albergano nella sinistra italiana e nello stesso
movimento pacifista. L’insieme, per dirla con amara franchezza, appare assai
simile a un’armata Brancaleone senza guida, e senza una vera comprensione
dell’offensiva cui è sottoposto e alla quale – se non si affretta a porvi
rimedio – rischia di soccombere.
E si spiega. Non è stato casuale, o una dimenticanza banale, il fatto che nella
due giorni di metà gennaio, in cui si doveva discutere di una contr’offensiva
della sinistra più a sinistra, non si sia trovato il tempo di dedicare una parola
al tema cruciale dell’informazione.
Così, come stupirsi se anche la sinistra più a sinistra cade nelle imboscate
mediatiche che l’avversario prepara con lungimiranza e micidiale precisione? Il
30 gennaio era stato predisposto con largo anticipo. Le previsioni di voto
erano state rese note da sondaggi organizzati dagli occupanti: davano il 72-75%
dei votanti.
Sull’altro versante si assisteva alla ritirata degli osservatori
internazionali: né l’Onu, né l’Osce, né l’Unione Europea avrebbero mandato qualcuno
a controllare, a causa dell’”assenza delle condizioni minime di sicurezza” .
Proclamavano, loro, implicitamente, l’invalidità preventiva del voto. Non se
n’è accorto quasi nessuno, abbiamo taciuto. Mentre ci veniva fatto un gran
regalo che si sarebbe potuto utilizzare preventivamente per denunciare la
montatura mediatica in allestimento.
Nello stesso tempo però la comunità internazionale lasciava libero campo agli
aggressori e ai loro quisling locali, di manipolare a piacimento l’intera
operazione. Il movimento pacifista e l’intera sinistra sono rimasti immobili di
fronte a questi preparativi. E sono stati travolti, appunto dallo tsunami
mediatico che la Grande Fabbrica dei Sogni e della Menzogna aveva predisposto,
usando cinicamente le legittime aspirazioni dei curdi e degli sciiti.
E quando arriva l’onda non c’è più riparo. Chi ha il coraggio e la forza di
resistere all’intimidazione del rumore di fondo che tutto oscura? Così passano
le idee dell’avversario, che controlla tutti i grandi canali dell’informazione.
La sproporzione delle forze è tremenda. Questo va a nostra scusante, anche se
diventa sempre meno scusabile che la sinistra più a sinistra non provi neppure
o organizzarsi per resistere e continui a lasciare che i suoi capi vadano nel
salotto dell’Insetto, comparse gratuite nello spettacolo del potere.
Ma almeno si vorrebbe che certe voci del movimento contro la guerra non
assomigliassero anch’esse a balbettii di scusa, ad accenni fumosi di
autocritiche imbelli.
Si doveva dire, tutti insieme e a testa alta, che da un tritacarne che ha
prodotto migliaia di morti civili innocenti non può nascere nessuna democrazia.
Che la guerra irachena rimane illegale come lo fu all’inizio. Che le menzogne
che prepararono la guerra non sono state magicamente trasformate in verità dal
voto di una parte degli iracheni.