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da Liberazione del 11/02/2005

Iraq: con l'occupazione militare non c'è democrazia

 

di Stefano Cristiano

 

Il dibattito congressuale è in fase avanzata e molti argomenti sono stati ormai sviscerati. Per questo mi soffermerò su due temi: l’Iraq e il partito.


Ritengo fuorvianti le dichiarazioni di autorevoli dirigenti del Partito sulla natura democratica delle elezioni irachene. Il voto è una condizione necessaria ma non sufficiente per garantire la democrazia, non a caso Mussolini e Hitler vinsero le elezioni. Ma al di là di questo, il caso iracheno è eclatante: Bertinotti su “La Stampa” afferma che le elezioni irachene dimostrano che “…la democrazia non è prerogativa solo dell’occidente” e che si è aperto uno “…spiraglio nella spirale guerra-terrorismo”, mentre il “faro” della sinistra radicale, Asor Rosa, afferma che “chi si è schierato contro la guerra senza se e senza ma, ha sottovalutato che l’ostilità a Saddam era profonda”. Ma quali fonti supportano tali giudizi? Il Governo Allawi? Gli USA? O quei giornalisti a seguito delle truppe?

 

La realtà è un’altra: il dato sulla partecipazione al voto è smentito dalla stessa commissione elettorale irachena che parla del 57% degli iscritti alle liste e non degli aventi diritto. Se a questo si aggiunge che solo il 25% degli iracheni all’estero si è iscritto per votare, e che le regioni sunnite e molto popolose hanno disertato le urne, possiamo affermare che solo 1/3 degli iracheni ha votato esprimendosi, per altro, su liste anonime di candidati approvati preliminarmente dall’Alto Commissariato per le elezioni designato da Bremer. Inoltre non è stato permesso agli elettori di votare sull’occupazione straniera dell’Iraq, bensì di eleggere un’assemblea senza autorità che delineerà una costituzione supervisionata dagli occupanti. Infine l’Ayatollah Sistani, già rivendica una costituzione basata sul Corano. Altro che spiraglio, queste sono state elezioni farsa, sotto un’occupazione militare, senza osservatori internazionali (in Ucraina erano 2400), con i seggi presidiati dai soldati, con i candidati sconosciuti per gli elettori ma selezionati dagli occupanti, utilizzate da leaders religiosi per trasformare uno stato laico in uno confessionale, e promosse dagli occupanti per legittimare se stessi.

 

La posizione assunta da una parte della sinistra radicale ci avvicina alle posizione della GAD e di Fassino (“i veri resistenti sono quelli che sono andati a votare”) ma ci allontana dai movimenti.


Sul Partito sono estremamente preoccupato della deriva che stiamo assumendo e del progressivo slittamento verso una cultura maggioritaria. I fatti:


1) Le primarie come strumento di partecipazione. Vendola ha vinto e siamo tutti felici per lui e per il partito. Ciò non cambia però il giudizio su uno strumento nato negli USA, figlio del maggioritario e della personalizzazione della politica e che ci sottopone al vincolo di maggioranza.
2) La dichiarazione di Bertinotti secondo la quale lui non è un segretario di sintesi e governerà il partito anche solo col 51%. Ma come, noi abbiamo sempre contestato il sistema americano che affida poteri assoluti ad un presidente eletto da una metà di elettori, che rappresentano la metà degli aventi diritto, e all’interno del PRC ci accingiamo a fare lo stesso? Ma soprattutto se il Segretario e la maggioranza del Partito non si assumono l’onere della sintesi, perché dovrebbero farlo le minoranze? Che messaggio si lancia al partito? Attenzione, c’è poi un elemento ancora più grave. A livello locale le tossine che stiamo introducendo rischiano di non essere smaltite per lunghissimo tempo. Ecco perché il Segretario ha il dovere di fare sintesi e di rappresentare tutti.
Le persone passano, i gruppi dirigenti cambiano, e se costruiamo un gigante con una grande testa molto visibile, ma un corpo piccolo con i piedi di argilla, abituato alla delega più che a pensare liberamente e criticamente, noi condanniamo il PRC ad essere scarsamente radicato e pericolosamente esposto agli eventi mediatici.


Il sostegno alla mozione 2 “Essere Comunisti” è utile per costruire un partito più forte.

 

 

Alleghiamo, a scopo documentativo, stralci della citata mozione 2 relativi alla questione irachena.

 

… In Iraq c’è una Resistenza di popolo. Il dramma della guerra in Iraq occupa da oltre un anno e mezzo il centro della scena internazionale. L’attacco imperialista a uno Stato sovrano da parte degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dei loro più stretti alleati (tra cui figura purtroppo anche l’Italia) ha sin qui causato la morte di oltre 100mila civili innocenti: un massacro che pesa come un macigno sugli uomini e sui governi che hanno messo in atto questa infame impresa bellica, un gravissimo crimine contro l’umanità, che rende più che mai necessario l’immediato ritiro dall’Iraq di tutte le truppe di occupazione, a cominciare da quelle italiane. Ma le cose non vanno secondo le previsioni di Bush, di Blair e di Berlusconi. La guerra, che si sarebbe dovuta concludere in poco più di un mese, dura ancora, e ciò rende più difficile agli Stati Uniti, almeno per il momento, nuove aggressioni, già pianificate, a danno di altri Stati sovrani (a cominciare dai cosiddetti “Stati canaglia”: Iran, Siria, Corea del nord e Cuba). La macchina bellica più agguerrita del mondo stenta ad avere la meglio contro un Paese distrutto e contro una popolazione stremata. Ciò si deve al fatto che all’occupazione militare il popolo iracheno ha risposto con straordinario coraggio e orgoglio, mettendo in campo una capillare Resistenza armata che i continui bombardamenti e gli attacchi di terra delle truppe anglo-americane non sono ancora riusciti a piegare. Questa Resistenza di popolo deve essere riconosciuta e sostenuta quale espressione della legittima aspirazione della popolazione irachena all’indipendenza e all’autonoma determinazione del proprio futuro. Per questo dissentiamo da chi, con la complicità dei media, evoca una presunta “spirale guerra-terrorismo”. Non solo questa formula cancella dalla scena la Resistenza irachena, ma per di più suggerisce una inammissibile equivalenza delle responsabilità. Ferma restando la più netta condanna del terrorismo, noi riteniamo invece che la responsabilità di questa guerra criminale incomba esclusivamente su Bush e sui suoi alleati, che hanno scatenato l’attacco all’Iraq per tutt’altre ragioni (il controllo delle risorse energetiche; la competizione geopolitica con la Cina, la Russia e l’Unione europea; gli enormi profitti legati alla spesa militare e al business della “ricostruzione”, ecc.). Ha ragione il premio Nobel Pérez Esquivel quando afferma che è Bush oggi il più pericoloso terrorista. Da questo giudizio deve, a nostro giudizio, prendere avvio qualsiasi discorso sulla guerra in Iraq…