su L'Ernesto del
15/02/2005
Congresso PRC, governo e identità comunista
di Fosco Giannini
Siamo un paese in guerra, se mai qualcuno lo avesse dimenticato; siamo di
fronte ad una violazione grave dell’articolo 11 della Costituzione, e il
governo Berlusconi – dopo il voto in Iraq – decide l’invio a Nassirya degli
elicotteri d’attacco “Mangusta”, chiedendo all’Unione europea che l’aumento
delle spese militari non sia conteggiato nel Patto di Stabilità. Il “nostro” è
un esercito di occupazione, al seguito di una delle più feroci aggressioni di
tutto il secondo dopoguerra. Le truppe italiane sono in Iraq al servizio di
un’invasione imperialista – non imperiale, poiché su questa guerra vi sono
state e permangono contraddizioni profonde tra gli stati imperialisti –
sfacciatamente volta (ora che ogni alibi è caduto e anche gli ultimi
osservatori americani in cerca di armi di distruzione di massa irachene si sono
desolatamente ritirati) al controllo del petrolio, al dominio geopolitico
dell’area, all’accumulazione di forze belliche per rilanciare altre guerre in
quella zona e guerre strategiche in altre lontane aree.
Le elezioni in Iraq, prive di ogni legittimazione democratica, non mutano di un
nulla il ruolo aggressivo e colonialista del governo italiano. Relativamente
alla supposta validità democratica delle elezioni irachene, ha affermato, su
l’Unità del 2 febbraio, Giuletto Chiesa (europarlamentare, uno dei pochi
testimoni diretti delle elezioni in Iraq ) : “ E’ una sciocchezza clamorosa,
tutta propagandistica, che era del resto largamente prevedibile alla luce di
come era stato preparato il tutto…queste elezioni sono state organizzate non
perché gli iracheni facessero da sé ma perché l’occupazione militare americana,
britannica e italiana venisse legittimata da un voto popolare”.
Peraltro, in risposta a ciò che si è detto anche a sinistra e cioè che le
elezioni irachene non sarebbero state una farsa ma avrebbero aperto uno
spiraglio tra guerra e terrorismo, valgono come risposta le parole di Luciana
Castellina ( il Manifesto, venerdì 4 febbraio) : “ La difficoltà della fase che
si apre è grande. E bisogna tener conto che se in qualche modo si legittima
Allawi si potrebbe finire per dover accettare la sua richiesta: che americani e
alleati restino accampati nel Paese, a salvaguardia dei pozzi”.
Al di là della retorica della libertà portata dall’esterno con la quale Bush e
Berlusconi le hanno subito commentate, ciò che rimane è la dura realtà delle
cose: si è votato in un paese in guerra e sotto il dominio militare degli
eserciti occupanti; il presidente Ghazi al Yawar ha (simbolicamente) votato non
sul suolo iracheno ma all’interno dell’ambasciata americana; ha partecipato al
voto il 57% dei cittadini iscritti alle liste elettorali e, seppure
difficilmente quantificabile, appare molto vasta l’area dei non iscritti. Ciò
che si sa è che nelle regioni centrali irachene, le più popolose, molto bassa –
come peraltro a Baghdad e specificatamente in tutti i suoi quartieri popolari –
è stata l’affluenza; che a Mosul e Baquba gli uffici elettorali sono andati
deserti; che a Samarra solo 1.400 dei 200.000 abitanti sono andati a votare, e
che tutto ciò ha fatto dire a Salim Lone (collaboratore dell’ex rappresentante
speciale dell’Onu in Iraq, Sergio Vieira de Mello) che “se queste elezioni si
fossero tenute, con queste modalità, nello Zimbabwe o in Siria, gli Stati Uniti
e la Gran Bretagna non avrebbero indugiato nel denunciarle”. E certo non depone
a favore di un processo di democratizzazione e autonomia irachena il quadro politico
e sociale entro il quale le elezioni si sono tenute: un quadro pianificato
dagli USA e dalla “banda dei sei” fedeli esecutori dei disegni di Washington
(da Iyad Allawi ad Ahmed Chalabi) e segnato dalla rottura con tutte le forze
della Resistenza e con i settori politici, religiosi ed etnici contrari
all’occupazione; dalla rottura con le forze sunnite (che non hanno partecipato
al voto) e dal conseguente tentativo di “balcanizzazione” e “de-arabizzazione”
irachena, con l’obiettivo di un Iraq finalmente sottomesso e filo occidentale.
Truppe italiane e Resistenza irachena
I soldati italiani a Nassirya non edificano scuole: combattono. Per appoggiare
l’attacco delle truppe portoghesi contro gli uomini di Al Sadr ha perso la
vita, in questo fine gennaio, il maresciallo Simone Cola. Per le guerre dei
padroni soffrono, come è sempre stato, i popoli e le famiglie, e i giovani
divengono carne da macello.
I nostri soldati sono oggi coinvolti in quell’assassinio di massa
anglo-americano che dura, ininterrottamente, da quasi un quindicennio, ha
distrutto un intero e incolpevole paese, ha massacrato un popolo, ha provocato
la morte (ricordarlo non basta mai) di oltre mezzo milione di bambini con un
embargo voluto dagli USA e che si è allargato anche alle medicine più
elementari. Partecipi, queste “nostre truppe umanitarie”, della repressione –
giunta all’inaudita ferocia americana di Falluja – contro la Resistenza
irachena, una Resistenza di popolo e di massa che oggi lotta anche per ogni
altro paese e popolo – a cominciare da quelli di Cuba, del Venezuela e
dell’Iran – minacciati nella loro indipendenza e autodeterminazione
dall’imperialismo americano. Una Resistenza irachena che meriterebbe ben più –
specie da parte dei comunisti – di un’algida vivisezione volta a rilasciarle o
meno la stessa patente di Resistenza. Per il modo in cui si oppone, da sola, al
più grande esercito del pianeta e ai suoi alleati, per ciò che fa per il
proprio popolo e per la fiducia che infonde a tutte le lotte antimperialiste e
di liberazione, essa meriterebbe una ben più vasta solidarietà e non la fredda
e indagatrice attenzione che anche in settori della sinistra le si riserva.
Ciò che certo non merita sono le parole che Fassino ha pronunciato al Congresso
nazionale dei DS : “ I resistenti sono solo coloro che in Iraq hanno votato”.
Dopo la Jugoslavia e l’Afghanistan, ora l’Iraq: mentre la politica italiana
svela, sempre più coerentemente, il suo carattere neoimperialista, il movimento
per la pace, dopo le grandi lotte, oggi è in evidente difficoltà. Mentre Bush,
sostenuto dal keynesismo di guerra e dalla “teologia della restaurazione”,
minaccia l’intero pianeta; mentre prosegue, in modo tanto pericoloso quanto
censurato o sottovalutato, il processo di riarmo nucleare su scala mondiale;
mentre lo stesso Ted Kennedy, a poche ore dal voto in Iraq, parla di “pericolo
Vietnam” e chiede che gli USA lascino il territorio iracheno, le poche bandiere
arcobaleno rimaste alle finestre italiane sembrano scucirsi e sbiancarsi.Non è
possibile non partire da qui, da questa fase di debolezza del movimento per la
pace, dallo scarso, insufficiente impegno delle forze di centrosinistra e di
sinistra nella lotta contro la guerra, dalla mancata popolarizzazione della
parola d’ordine “ritiro immediato delle truppe italiane dall’Iraq”, per
affrontare la questione del centrosinistra, della politica delle alleanze, del
dopo (se vi sarà) Berlusconi.
La destra al governo
La destra che ci governa costituisce il più pericoloso quadro politico e
sociale della storia post-fascista: dalle leggi da repubblica delle banane a
favore della famiglia Berlusconi, all’attacco alla Costituzione, alla
magistratura e alle istituzioni democratiche, passando per la servile
subordinazione alle politiche imperialiste degli USA e della Nato ed alla
distruzione dello Stato sociale e dei diritti dei lavoratori, questa destra ha
proposto e praticato un liberismo selvaggio venato di populismo che mai s’era
visto nell’era democristiana. Il vero e proprio “orrore sociale” insito nella
Legge 30 è, di per sé, paradigmatico di tale politica. Come le ultime
affermazioni di Berlusconi circa l’eventuale vittoria delle sinistre
(“portatrici di miseria, terrore e morte”) sono emblematiche dello
spregiudicato e cinico azzardo populista che segna la tattica politica e
mediatica del capo del governo.
Sul piano sociale la situazione non è certo migliore. La precarizzazione dilaga
sino a divenire un male sociale assoluto, sotto il cui carico si piegano le
giovani generazioni. I salari e gli stipendi sono così bassi che milioni di
famiglie italiane non giungono più alla quarta settimana. Si restringono i
consumi, aumentano le difficoltà nel far fronte alle scadenze e ai problemi più
correnti: pagare le bollette, una prestazione sanitaria, l’affitto o il mutuo
per la casa. I casi di “bancomat” ritirati dalle banche ai lavoratori che vanno
“in rosso” e non riescono più a rientrare nel fido si vanno moltiplicando (dati
Confindustria) in tante regioni d’Italia. Aumentano di giorno in giorno da
parte dei lavoratori dipendenti le richieste di piccoli mutui (con alti tassi)
a banche o a finanziarie private. Si allarga l’area della povertà su scala
nazionale, mentre nel Meridione – di fronte all’acuirsi delle contraddizioni
sociali e al non casuale rafforzamento in questa fase del dominio mafioso –
l’unica proposta che si avanza è la costruzione (da Mani sulla città) del Ponte
sullo Stretto.
In questo contesto, raccogliere e saper interpretare quel sentimento popolare
che chiede di battere le destre e di cacciare Berlusconi è, per i comunisti,
prioritario.
Saremmo aristocratici e massimalisti, non comunisti, se non fossimo in grado di
ascoltare questo vero e proprio grido di dolore sociale. I compagni e le
compagne già “emendatari” al V Congresso, e che oggi si ritrovano nel documento
Essere comunisti, avevano già in quel Congresso posto la questione di battere
le destre con un nuovo ciclo di lotte sociali e popolari, volte a cambiare i
rapporti di forza sociali sulla cui base costruire alleanze politiche e di movimento
con obiettivi avanzati. Finendo. per queste loro posizioni e per essersi posti
il problema di battere le destre, con l’essere definiti “l’ala moderata del
partito”, gli “alleantisti”, i “frontisti” e persino “il piombo nelle ali”. Ci
piacerebbe sapere, su questo metro di misura, come dovrebbe essere definita,
oggi, la linea di maggioranza del Prc.
Il cambiamento di linea
Quel che poi è accaduto è, politicamente, perlomeno inconsueto. La linea
politica nazionale del Prc è, appunto, radicalmente cambiata. E senza la
necessaria discussione interna, un problema di democrazia che si è aggiunto ad
altri e che certo non ha contribuito a risolvere il problema della scarsa
partecipazione degli iscritti e dei militanti alla formulazione della linea e
alle decisioni da prendere.
La nuova linea politica assume, innanzitutto e giustamente, l’obiettivo di
costruire un’alternativa al governo Berlusconi-Fini. Ma tale linea, eludendo i
decisivi passaggi politici e sociali intermedi che dovrebbero portare ad un
governo di alternativa (conquista di un programma avanzato, lotte di massa
volte al cambiamento dei rapporti di forza sociali), corre il rischio di
esaurirsi in un’unica scelta: l’ingresso del Prc nel governo di centrosinistra.
Tale ipotesi – non più nascosta ed anzi palesemente manifestata su tutta la
stampa italiana – viene sostenuta da parte della maggioranza del Prc con due
fondamentali argomentazioni. In primo luogo: in questi anni il movimento dei
movimenti avrebbe talmente spostato a sinistra l’asse politico e sociale
generale e fatto esplodere nella sinistra moderata così tante e positive
contraddizioni, da permetterci appunto l’entrata in un governo di
centro-sinistra. Secondo, l’obiettivo dei punti programmatici irrinunciabili
non sarebbe più prioritario (e dunque si potrebbe andare al governo anche senza
di essi) in virtù del fatto che sarebbe poi compito del movimento spostare a
sinistra l’asse generale del governo.
Riconosciamo il grande ruolo svolto in questi anni dal movimento dei movimenti,
da Genova alle lotte della FIOM, passando per le grandi iniziative del
movimento per la pace. Tuttavia, avremmo poco senso della realtà se oggi non
vedessimo che la fase – internazionale e nazionale – è tuttora segnata da
un’egemonia dettata dall’ala guerrafondaia e iperliberista dell’imperialismo.
Si tratta di un’egemonia che ancora non trova – dopo la scomparsa dell’URSS e
pur di fronte a già significative contraddizioni interimperialistiche e
l’emergere di nuove grandi aree non subordinate e anzi già antagoniste agli USA
– soggetti statuali e sociali in grado di esprimere quella forza di contrappeso
agli USA che prioritariamente servirebbe per una nuova correlazione di forze a
livello internazionale a favore dei popoli, del movimento operaio mondiale e
della pace. Il movimento dei movimenti ha fatto e messo in campo molto, ma ciò
non è bastato, in Italia e in Europa, ad incrinare significativamente il
dominio capitalista. Dov’è, dunque, questo spostamento generale a sinistra che
oggi ci dovrebbe indurre – anche senza punti programmatici chiari – ad entrare
in un governo di centro-sinistra?
L’egemonia capitalista
Se ci atteniamo alla dura realtà dei fatti, la situazione internazionale
(seppur modificata in senso positivo rispetto ai primi anni ’90 da significative
vittorie, resistenze e crescite politiche, economiche e militari antagoniste
all’imperialismo che hanno preso corpo in aree extraeuropee del mondo, a
partire dal Venezuela di Hugo Chavez) è ancora segnata dall’egemonia americana:
Bush vince di nuovo negli Stati Uniti, e nel suo giuramento per l’insediamento
afferma che tutte le “tirannie”, a cominciare da quella dell’ Iran, sono già
sotto l’attenzione militare USA. In occasione del giuramento, Bob Woodward da
Washington ha osservato: “Per il vice presidente Dick Cheney la presidenza ha
finalmente recuperato il suo pieno potere, che era stato menomato sulla scia
della guerra del Vietnam e del Watergate”.
Contro questa pulsione bellica, né negli USA né in Europa né in Italia sembra
oggi potersi opporre un movimento contro la guerra all’altezza del pericolo.
Specie in Italia, particolarmente astratta sembra essere l’iniziativa politica
del centrosinistra e della sinistra, che sembrano molto più dediti ad una
discussione sul loro nome (Ulivo? Fed? Gad?) che alla messa in campo di un
movimento per la pace avente come prima parola d’ordine il “ritiro immediato
delle truppe italiane dall’ Iraq” e alla definizione di punti programmatici per
l’alternativa.
La stessa prima reazione del centro sinistra alle elezioni irachene –
caratterizzata dalla piena legittimazione di esse da parte di Rutelli, Fassino
e dalla generica, ambigua richiesta di sostituzione delle truppe di occupazione
con truppe multinazionali (di quali paesi, con quali obiettivi?) – non depone
certo a favore di una linea politica che rilanci le parole d’ordine più
urgenti: “l’Iraq agli iracheni” e “ritiro immediato delle truppe italiane dall’
Iraq”.
Proprio il centro sinistra italiano non sembra davvero essere stato
positivamente influenzato dai movimenti. Il Congresso dei DS ha visto la netta
vittoria della sua ala liberal (Fassino, all’80%); gli unici riferimenti
programmatici concretamente apparsi sono, sinora, un pamphlet di Romano Prodi
(Europa: il sogno, le scelte) in cui si rivendica la giustezza dell’intervento
contro la Jugoslavia e si ribadisce l’immodificabilità della stretta alleanza
transatlantica con gli USA e con la NATO; il documento Amato per le liste
“uniti nell’Ulivo” (dove si rilanciano le tradizionali tesi liberiste e
privatizzatrici dell’ex testa d’uovo di Bettino Craxi); i 14 punti
programmatici di Rutelli, tra i quali spuntano “l’amicizia con gli USA”, “uno
Stato sociale rinnovato che assegni un ruolo centrale alla famiglia”, la
valorizzazione della scuola privata, la centralità della concorrenza, e dai
quali non emerge nessuna parola sulla guerra in Iraq e sul ritiro delle truppe
italiane, sulla necessità di abrogare le leggi vergogna di Berlusconi e sulla
questione sociale. In verità i 14 punti di Rutelli sono una riproposizione secca
delle politiche del centro-sinistra degli anni ‘90, di un’impianto alla Tony
Blair che non per niente ha attirato l’attenzione del centro-destra, che non ha
indugiato (specie dopo “la condanna” da parte di Rutelli anche della
socialdemocrazia) a chiedere al leader della Margherita, per bocca dello stesso
Berlusconi, di cambiare Polo.
Tanto lunga quanto preoccupante sarebbe poi la lista delle posizioni pubbliche
assunte, solo negli ultimi tempi, dall’Ulivo. Scrive ad esempio Fassino sul
Corriere della Sera del 10 gennaio, in un articolo che spiega la politica
estera della GAD: “Il centro-sinistra ha già dimostrato di saper assumere la
difficile responsabilità di intervenire con soldati italiani in crisi
internazionali. Ricordo che tra il ’96 e il 2001 oltre 10 mila soldati italiani
sono stati inviati in Bosnia, Albania, Croazia, Macedonia, Kosovo, Timor Est e
Medio Oriente. E nel 2001 e 2002 abbiamo condiviso la partecipazione italiana
all’intervento della coalizione contro il terrorismo in Afghanistan… A questo
stesso atteggiamento ispireremo la nostra condotta anche in futuro,
sottoponendo al parlamento decisioni impegnative e difficili; anche quando non
fossero popolari, ma corrispondessero in ogni caso agli interessi di sicurezza,
stabilità e libertà del nostro Paese, dell’ Europa e del mondo… Le relazioni
tra Europa e America: noi muoviamo dalla convinzione che il rapporto
transatlantico sia oggi essenziale non meno di quanto lo sia stato nell’era
bipolare…”
“Interessante” è anche l’intervista rilasciata da D’Alema il 7 dicembre scorso
al Corriere della Sera sulla questione della legge elettorale. D’Alema è molto
chiaro: “Ora occorre cambiare la legge elettorale. Serve molto più
maggioritario. Per le politiche eliminerei la quota proporzionale del 25% e
introdurrei il doppio turno…” La lista potrebbe oltremodo allungarsi.
Ricordiamo solo le posizioni assunte dal diessino Rossi sul taglio delle
pensioni, volte nell’essenza a comprenderne i motivi, o la sacralizzazione, da
parte di Prodi, del Patto di Stabilità, vero e proprio cavallo d Troia, così
com’è, di ogni politica liberista e diretta all’abbattimento dello Stato
sociale (col rischio di lasciare che sia la destra populista l’unica forza a
mettere in discussione, raccogliendone consenso elettorale, i meccanismi
antisociali del Patto di Stabilità).
La ciliegina acida su questa torta di un centro-sinistra, già di per sé non
particolarmente invitante, è rappresentata dall’odierno tentativo della GAD di
allargare l’alleanza ai radicali di Marco Pannella. Non si può non ricordare
come il partito radicale sia stato, in questi anni, sempre al fianco di Bush e
delle politiche guerrafondaie americane, come non si può non ricordare che, sul
piano economico, si è caratterizzato per una scelta ferocemente liberista e
antioperaia, sino alla promozione e all’organizzazione – con l’aiuto economico
della Confindustria – di un referendum per l’abolizione dell’articolo 18.
La questione programmatica
Il primo argomento assunto dalla maggioranza del Prc per l’entrata al governo
(“vi è stata una svolta a sinistra”, “è cambiato il vento”) appare, dunque,
particolarmente fragile. Come altrettanto fragile appare il secondo (“entriamo,
poi il movimento sposterà l’asse a sinistra”). Dov’è il movimento contro la
guerra, ora? Con quali lotte di massa si è risposto al taglio delle pensioni,
alla Legge 30, a tutta la politica antipopolare del governo Berlusconi? Perché
dovremmo illuderci che improvvisamente, rispetto al centro sinistra, si potrà
alzare un imponente movimento di lotta che sposti l’asse
Rutelli-Mastella-Fassino a sinistra? Perché domani sì e ora no?
È per tutte queste ragioni che abbiamo posto, ostinatamente, la questione del
programma.
Rifondazione comunista avrebbe dovuto porre da tempo, al tavolo programmatico dell’Ulivo
e con l’Ulivo nelle piazze, la questione dei punti programmatici ineludibili
per la costruzione di un governo di alternativa. Punti che non possono essere
che questi: un no a ogni guerra, anche se “coperta” dall’ ONU; ritiro immediato
delle truppe italiane dall’Iraq; cancellazione di tutte le leggi vergogna di
Berlusconi; abrogazione della Legge 30, della Bossi-Fini e della riforma
Moratti; una legge per la reintroduzione di un meccanismo di scala mobile come
parte della risoluzione della questione delle questioni, quella salariale; la
legge sulla rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro; uno stop ai processi
di privatizzazione e il rilancio dello Stato sociale; una nuova legge fiscale.
E’ciò che necessita, per segnare una svolta, rispetto alla distruzione dello
stato sociale, al vero e proprio saccheggio subito da stipendi e salari negli
ultimi quindici anni e al picco altissimo (il più alto nella storia della
Repubblica) raggiunto in questo stesso quindicennio dai profitti dei gruppi
capitalistici.
Quando nei Congressi di Circolo che si stanno tenendo per questo nostro VI
Congresso critichiamo l’assenza di un programma per l’alternativa, i compagni
che fanno riferimento alla prima mozione ci rispondono che nelle 15 Tesi i
punti programmatici ci sono. Ma il punto è – rispondiamo – che alcuni di essi
sono sì elencati, ma che a tale elenco non seguono i due argomenti politici
decisivi. Primo, che le nostre proposte non debbono rimanere petizioni di
principio (una sorta di nostri lustrini), ma debbono essere assunte come punti
programmatici dalla coalizione. Secondo, che se esse non fossero assunte, il
Prc non avrebbe alcun argomento razionale per entrare nel governo.
Il programma non è un feticcio. Esso è indispensabile (oltre, ovviamente, per
ciò che rappresenta in sé, ossia una politica per gli interessi popolari) per
altre tre questioni fondamentali.
Primo, la lotta da parte del nostro Partito per il programma avanzato
trasformerebbe (parafrasando il Lenin che si batte contro le posizioni antiparlamentariste)
il tavolo programmatico del centro-sinistra in una “cassa di risonanza della
lotta di classe”, rafforzando conseguentemente i rapporti di massa del nostro
Partito. In altre parole, i lavoratori capirebbero per cosa ci stiamo battendo;
poiché così, in questo lungo ping-pong sul nome nuovo dell’Ulivo o sulla storia
infinita delle primarie, il popolo di sinistra sta dimenticando per che cosa si
dovrebbe andare al governo.
Secondo, la definizione di un programma avanzato e la sua popolarizzazione
diverrebbero lo strumento decisivo per la trasformazione di quel sentimento
popolare contro Berlusconi, che già esiste, in una passione popolare per
l’alternativa. Finalmente si darebbe un senso al “dopo Berlusconi”, e il
programma (una bandiera issata nella testa della gente) sarebbe l’elemento
mobilitante e la base più sicura per la vittoria contro le destre, sinora molto
incerta.
Terza questione.
La conquista del programma metterebbe il nostro Partito nelle condizioni
tattiche e politiche più favorevoli: un nostro ingresso nel governo per
respingere ogni guerra, per non essere subordinati all’imperialismo USA e alla
NATO, per politiche popolari, sarebbe condivisa dal popolo di sinistra e dal
movimento operaio. Nello stesso modo, qualora il programma fosse tradito e si
rendesse inevitabile l’uscita dal governo da parte dei comunisti, la cosa
sarebbe compresa e condivisa dalle masse popolari.
Il contrario sarebbe un dramma. Se entrassimo, come sembra sia disposta a fare
la maggioranza del nostro Partito, in un esecutivo privo di punti di
riferimento programmatici chiari, l’eventuale uscita dal governo da parte dei
comunisti (rispetto alla più che prevedibile politica moderata di un
centro-sinistra liberato persino da un impegno su punti di programma) sarebbe
ben più difficilmente compresa dai lavoratori e dal popolo di sinistra. Per la
seconda volta in pochi anni si correrebbe il rischio di farci percepire, dal
nostro elettorato e ben oltre, come la forza che di nuovo favorirebbe il
ritorno delle destre. Il rischio di un nostro crollo sarebbe alto.
Vi è inoltre un ulteriore punto legato all’esigenza del programma e
dell’alternativa: se anche questa volta il governo del centro sinistra non
mantenesse le aspettative della sua base sociale, si consumerebbe ancor più
quel rapporto di fiducia che, sinora, ha premiato la sinistra forse oltre i
suoi meriti, e si potrebbero creare le basi per una vittoria delle destre di
lungo periodo.
In sintesi, occorre battersi per un programma avanzato. Se non si coglierà questo
obiettivo, non si potrà entrare nel governo.
“Linea” e identità
Giudichiamo la linea che sulla questione del governo ha assunto la maggioranza
sbagliata, e siamo preoccupati perché forse vi è un nesso tra tale linea e le
diverse mutazioni teoriche e politiche assunte dal nostro Partito. Queste non
sono poche, né di piccola entità. Si va dalla cancellazione della categoria di
“imperialismo” (avvenuta già nello scorso Congresso) alla discutibilissima
assunzione in toto della concezione della nonviolenza (attraverso la quale si
rischia di rinunciare, politicamente e teoricamente, alla stessa emancipazione
delle classi subordinate); si va dalle sbagliate posizioni assunte rispetto
alla lotta di Liberazione (“la Resistenza angelizzata”)al freddo rapporto rispetto
alla resistenza irachena; dalla netta presa di distanza dall’intero movimento
comunista del ‘900 (cosa ben diversa dalla necessaria analisi critica), al
giudizio liquidatorio espresso su Lenin, Togliatti e gli altri dirigenti ed
intellettuali del movimento comunista (“morti, non solo fisicamente”); dal
mancato pieno sostegno al popolo e al Partito comunista cubano (mai come oggi
minacciati dagli USA) all’incongrua simpatia verso “Bad Godesberg”, la città
tedesca ove nel 1958 la socialdemocrazia tedesca tenne il Congresso in cui
affermava la propria rinuncia all’apporto teorico marxista; dalla rinuncia alla
concezione gramsciana del Partito comunista quale “intellettuale collettivo”,
alla stessa, strana concezione (non propriamente unitaria) secondo cui in un
partito comunista si potrebbe governare anche col solo 51%.
In un recente articolo de Il Riformista (giornale vicino a D’Alema) si
affermava senza indugi che “la nuova Rifondazione depurata culturalmente è il
capitale più importante che Bertinotti porta in dote al centro-sinistra”.
È del tutto evidente che “depurata”, per Il Riformista, significa
“decomunistizzata”.
In questo VI Congresso ci battiamo anche per questo: perché le illusioni de “Il
Riformista” restino tali, per il rafforzamento di un Partito comunista
rifondato, radicato nella società e nei luoghi di lavoro, democratico, unitario
e dal carattere di massa.