riceviamo da Raniero La Valle e
volentieri pubblichiamo
Resistenza
e Pace
Invece delle mimose
Quest’anno invece delle mimose per la festa delle donne è stato programmato il bel regalo di fare la
festa alla Repubblica. È stato infatti fissato per l’8 marzo il voto finale del
Senato sulla nuova Costituzione, che se dovesse entrare in vigore dopo la
seconda lettura delle due Camere e non fosse bloccata dal successivo referendum
popolare, chiuderebbe il ciclo della Repubblica parlamentare e rappresentativa,
quale è stata instaurata dopo la Liberazione, per dare luogo a una specie di
monarchia elettiva fondata sul potere incondizionato del Primo Ministro.
Incondizionato in quanto sottratto al controllo e al contrappeso degli altri
poteri dello Stato, a cominciare dal Presidente della Repubblica che sarebbe
ridotto a un ruolo puramente decorativo, e soprattutto sottratto al vincolo del
rapporto di fiducia col Parlamento, che
dovrebbe sempre e solo eseguire la volontà del Premier, che in ogni momento, e
sotto la sua “esclusiva responsabilità”, potrebbe sciogliere la Camera. I
deputati dell’opposizione non avrebbero alcun diritto, se non quello di
parlare, e nelle votazioni di fiducia il loro voto non sarebbe nemmeno
computato. Tanto vale che se ne vadano sull’Aventino. Quanto al Senato, uscito
di scena come Camera politica, non avrebbe più alcun potere di controllo sul
governo né parteciperebbe alla funzione legislativa, se non per le materie di
competenza esclusiva delle regioni o di competenza concorrente tra le regioni e
lo Stato.
Il nuovo regime, secondo le intenzioni dichiarate dal governo, dovrebbe entrare
in vigore entro l’anno, sicché le prossime elezioni politiche si
trasformerebbero in un plebiscito per l’investitura del nuovo sovrano. Già ne è
in cantiere lo strumento, previsto dalla nuova legge elettorale che Berlusconi
sta preparando, che consisterebbe in un’unica scheda in cui nello stesso tempo,
con un unico voto, l’elettore designerebbe il Primo Ministro, il partito e la
coalizione di governo, e il deputato del collegio uninominale. Esclusa ogni
altra scelta, l’elettore, perduta la sua rappresentanza parlamentare,
interamente ricapitolata nella persona del Primo Ministro (come era una volta
nella persona del re), non avrebbe più alcun modo per “concorrere a determinare
la politica nazionale”, come vuole l’attuale Costituzione, e potrebbe solo
aspettarsi di essere sondato in qualche sondaggio delle agenzie specializzate,
o di essere riconvocato dopo cinque anni per le nuove elezioni, se ci saranno.
Se questo disegno, che nemmeno la P 2 aveva osato concepire, dovesse giungere a
compimento, e se Berlusconi, grazie all’artificio di una legge elettorale che
già oggi trasforma una minoranza in maggioranza parlamentare, riuscisse a
vincere le elezioni politiche, non avrebbe alcuna ragione per non usare fino in
fondo i poteri che si sta precostituendo, e la Repubblica sarebbe finita. Né la
cosa sarebbe meno grave se a esercitare questi poteri fosse non la destra ma la
sinistra, se fosse lei a vincere le elezioni, e non si capisce in che modo
Berlusconi possa non aver messo in conto questa eventualità. Ma la domanda è
inquietante. Nessuno fa un regime per gli altri (tanto più se ritiene che essi
porteranno “miseria terrore e morte”); chi ha fatto un regime lo ha fatto
sempre per sé. Come Berlusconi pensa di essersi assicurato contro questo
rischio?
Si discute se questo nuovo regime possa chiamarsi fascismo. Qualcuno dice che
non si può dare un nome vecchio a una cosa nuova. Ma è una cosa nuova? Il
fascismo non è, e non fu neanche allora, la marcia su Roma o la presa della
Bastiglia. Il fascismo è il sovvertimento dello Stato per mezzo dello Stato,
che è esattamente quello che la destra sta facendo.
Resta da dire che tutto ciò sta accadendo senza che nessuno lo sappia o mostri
di allarmarsi; tutto il processo di cambiamento costituzionale si è svolto in
questi mesi senza che alcuna notizia ne trapelasse sui mezzi di informazione, e
quando se ne è fatto cenno si è sempre e semplicemente fatto intendere che si trattasse
di una riformetta di Bossi, di devolution e di federalismo. La prima cosa
necessaria è dunque quella di rompere questa congiura del silenzio, e di
squarciare le cortine fumogene. E la seconda cosa da fare è di respingere
questo regalo al mittente, a cominciare dalle donne a cui si è fatto l’affronto
di scegliere il loro 8 marzo come la data del suggello parlamentare alla
liquidazione della Repubblica. Ma, insieme a loro, è tutto il popolo sovrano
che deve prepararsi a difendere, col voto che ha ancora in mano e dovrà usare
nel referendum finale sulla riforma, lo Stato di diritto, la democrazia
costituzionale e la possibilità stessa di continuare a sussistere e ad agire
come soggetto politico.
Raniero La Valle