VI Congresso P.R.C. - Intervento di Alberto Burgio
04/03/2005
MOZIONE N. 2 - ESSERE COMUNISTI
(RESP. NAZIONALE GIUSTIZIA PRC, DOCENTE UNIVERSITA’ BOLOGNA)
Care compagne, cari compagni,
vorrei cominciare la presentazione della mozione Essere comunisti rivolgendo un
pensiero affettuoso e trepidante alla compagna Giuliana Sgrena, che da 28
giorni è nelle mani dei suoi sequestratori.
Non sappiamo nulla su chi abbia orchestrato questo rapimento e quello di
Florence Aubenas e Hussein Hanoun. Sappiamo soltanto che abbiamo ragione di
essere preoccupati.
L’unica cosa chiara è che nella situazione in cui l’Iraq è stato precipitato
dall’attacco anglo-americano la presenza di giornalisti indipendenti e contrari
alla guerra non è più tollerata. E non ci rassicura affatto quanto diceva
qualche giorno fa Dahr Jamail, un giornalista indipendente americano
intervistato dal manifesto. «Non mi stupirebbe scoprire che la Cia stia dietro
certi sequestri» ha detto Jamail. Non stupirebbe nemmeno noi, poiché ciò
confermerebbe che l’unico scopo degli Stati Uniti è potere completare il loro
sporco lavoro senza testimoni scomodi tra i piedi.
Stiamo in questo VI congresso nazionale del Partito della Rifondazione
Comunista con animo combattuto.
Da una parte siamo lieti e riconoscenti. Come sapete, la mozione Essere
comunisti ha ottenuto un risultato che supera le nostre aspettative più
ottimistiche, raddoppiando in termini assoluti i voti raccolti nel V congresso.
Ringraziamo gli oltre 13mila e 400 compagni che, dando il proprio voto alla
nostra mozione, hanno manifestato apprezzamento per la nostra battaglia e
condivisione per i contenuti che la motivano.
Dall’altra parte, siamo preoccupati, poiché sappiamo quanto siano delicate le
scelte che il Partito sarà chiamato ad assumere già all’indomani di questo
congresso, e quali responsabilità ne discendano.
Tale consapevolezza ci ha indotto a batterci – quando discutemmo delle regole
congressuali – per un congresso diverso, che favorisse una discussione vera e
un’effettiva partecipazione di tutti i compagni alla elaborazione della linea
del Partito.
Noi non abbiamo mai pensato che l’espressione di posizioni diverse costituisca
un problema. Un problema sorge tuttavia quando queste posizioni non comunicano
tra loro, quando il dibattito si cristallizza.
Temevamo che un congresso per mozioni non avrebbe facilitato la discussione e
avrebbe al contrario approfondito le divisioni.
Lo temevamo e oggi purtroppo non possiamo dire che questi timori fossero
infondati.
Passata la fase congressuale, si dovrà lavorare con cura per ricucire gli
strappi avvenuti.
Vengo al merito del confronto congressuale.
La questione delle questioni è: Quale posizione riteniamo debba assumere
Rifondazione Comunista nei confronti delle altre forze politiche oggi
all’opposizione, allo scopo di assicurare la cacciata del governo Berlusconi e,
possibilmente, di accelerarla?
Comincio proprio da qui: nei mesi e negli anni scorsi si sarebbe dovuto fare di
più per accelerare la caduta di questo governo reazionario, nemico dei
lavoratori ed eversivo dell’ordinamento costituzionale.
Si sarebbero dovute sfruttare le difficoltà generate dai suoi errori in campo
economico, le contraddizioni tra le diverse anime della maggioranza,
l’opposizione che cresce nel paese contro la partecipazione alla guerra e per
il dilagare della precarietà e delle nuove povertà.
Si sarebbe dovuto fare di più. Rivolgiamo questa critica innanzi tutto alle
forze dell’Ulivo, che sin qui hanno saputo soltanto attardarsi in discussioni
sulla leadership e le formule organizzative, offrendo uno spettacolo di
continua litigiosità.
Il risultato è che mentre tutti sembrano dare per scontata la vittoria delle
opposizioni e la cacciata di Berlusconi alle prossime elezioni, ben poco si è
fatto in concreto perché questo risultato (necessario per il bene del Paese) si
realizzi. Speriamo che non accada a noi quello che è successo nelle ultime
elezioni presidenziali negli Stati Uniti!
Ma siamo critici anche sulla condotta tenuta dal nostro Partito. Di fronte a
questi comportamenti, avremmo dovuto incalzare i partiti del centrosinistra,
invece di accedere anche noi alla discussione su sigle, nomi e soluzioni
organizzative. Avremmo dovuto giocare tutto il nostro peso in una pressante
iniziativa sui contenuti programmatici della battaglia contro le destre: i
salari, la sicurezza del lavoro, le pensioni, la difesa della scuola pubblica e
della Costituzione, la pace.
Non mancavano i compagni di strada pronti a darci man forte in questa
iniziativa: i partiti, i gruppi politici, le associazioni e i movimenti della
sinistra di alternativa sarebbero stati al nostro fianco se avessimo imposto
quest’ordine della discussione, questa agenda politica!
Pensando a queste forze, la nostra mozione propone la costruzione di un «luogo
di confronto permanente e di azione unitaria» operando nel quale tutte queste
forze «possano contribuire a un movimento unitario della sinistra di
alternativa» (13).
Abbiamo proposto questa strada sin dall’estate del 2003, da quando il Partito
ha posto all’ordine del giorno il confronto col centrosinistra. Non siamo stati
ascoltati. Il risultato è che il processo di ricomposizione della sinistra di
alternativa muove solo ora i primi incerti passi; che siamo in grave ritardo
sul terreno programmatico; e che stentiamo a contrastare le posizioni assai
arretrate delle forze prevalenti nel centrosinistra.
Stentiamo a contrastare queste posizioni anche per un altro motivo, che ci vede
molto critici nei confronti della linea sin qui praticata dal Partito.
Noi siamo stati i primi, nel Partito, ad affermare la necessità di ricercare un
accordo con le altre forze democratiche e di sinistra contro il governo delle
destre, di cui ci è stata subito ben chiara la pericolosità.
Sin dal 2001 abbiamo chiesto che un confronto si aprisse. Ma allora la
stragrande maggioranza dei compagni teorizzavano la morte del centrosinistra e
l’esaurimento dei margini di riformismo. Eravamo definiti allora, per questo,
«alleantisti», «frontisti».
Poi, come si sa, tutto è cambiato, alquanto improvvisamente. La questione delle
alleanze è divenuta centrale nell’azione del Partito. Noi abbiamo salutato con
soddisfazione questa svolta (pur non condividendo la modalità decisionistica
con cui era stata operata dal Segretario). Ma ben presto ci siamo accorti che
si era passati da un estremo all’altro.
Prima il tema del possibile accordo con le altre forze dell’opposizione non era
nemmeno contemplato. Poi l’accordo lo si è dato subito già per acquisito,
indipendentemente da un reale confronto sul programma. Ci siamo trovati da un
giorno all’altro nella Gad (quindi nell’Unione) senza nemmeno sapere che cosa
questa coalizione si proponga di fare sul lavoro, sul welfare, in politica
estera. Non lo sappiamo, per il semplice fatto che un programma l’Unione non ce
l’ha ancora, tanto è vero che solo il 16 febbraio Prodi ha dichiarato aperta la
fabbrica del programma (dopodiché non sappiamo che cosa ne sortirà, visto che
aveva fatto lo stesso annuncio anche alla manifestazione dell’11 dicembre al
Palalido di Milano, senza che poi sia successo nulla).
Riteniamo sbagliato questo modo di procedere, che mette il carro dell’accordo
di governo davanti ai buoi dei contenuti programmatici, che sono l’unico
criterio in base al quale si può decidere se un accordo è possibile oppure no.
Noi diciamo: prima i contenuti, poi le persone. Prima i programmi, poi gli
schieramenti.
Questa è la nostra posizione, da sempre. Per tre buoni motivi.
Perché è la posizione dettata dalla ragione.
Perché solo in questo modo si può far valere la propria forza contrattuale.
E perché per i comunisti contano prima di tutto le cose (i bisogni, i progetti,
le idee). Le persone (le individualità che di volta in volta sono chiamate a
realizzarle) vengono di conseguenza.
Quali sono, a nostro giudizio, i contenuti programmatici a cui va condizionato
l’eventuale accordo di governo, fermo restando che nessuno mette in discussione
la necessità di un’intesa elettorale tra tutte le opposizioni per sconfiggere
Berlusconi alle prossime elezioni politiche?
Rispondiamo (15): l’abrogazione delle leggi che hanno caratterizzato l’azione
del governo Berlusconi (la legge 30, la Bossi-Fini, la Moratti, la
controriforma delle pensioni, dell’ordinamento giudiziario e – se andrà in
porto l’ultimo scempio – della Costituzione); un meccanismo automatico di
difesa del potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni; una legge sulla
democrazia nei luoghi di lavoro; una politica per la piena occupazione, che
guardi con particolare attenzione al Mezzogiorno; e l’impegno formale a non
partecipare a nessun’altra guerra, comunque la si chiami e chiunque la
promuova.
A questo proposito, riteniamo che il Partito debba dare adesione e un forte
sostegno alla manifestazione promossa da tutto il movimento per il 19 marzo:
contro la guerra, per il ritiro immediato delle nostre truppe dall’Iraq, per lo
smantellamento delle basi della Nato e degli Stati Uniti in Italia, e per la
rimozione delle testate nucleari insediate nel nostro Paese in violazione della
Costituzione.
Le condizioni che noi consideriamo ineludibili per un accordo di governo
definiscono obiettivi chiari e insieme irrinunciabili.
Sono le domande che salgono con forza dal Paese, le istanze poste con passione
dai movimenti che hanno tenuto la scena in questi anni battendosi contro il
liberismo, contro la guerra e contro Berlusconi, e dando corpo – con la loro
spontanea e tenace mobilitazione – a una risorsa preziosa per la lotta di massa
contro il capitalismo neoliberista e contro la guerra.
Penso in particolare alla Fiom, che sotto la guida del compagno Sabattini seppe
rompere, già nel luglio del 2001, l’inerzia consolidatasi nella stagione della
concertazione, dando avvio a una stagione di lotte culminata con la grande
mobilitazione in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e, ancora
da ultimo, nella grande vittoria di Melfi.
Già, l’articolo 18. E allora permettetemi di dire che proprio non comprendiamo
questo grande darsi da fare, in vista delle Regionali e persino delle Politiche
del 2006, a favore dell’accordo con i Radicali, che allora furono i più
oltranzisti tra quanti chiedevano la cancellazione della norma.
Naturalmente sappiamo bene che gli obiettivi che indichiamo stanno a cuore a
tutto il Partito. Ma proprio per questo vogliamo evitare fraintendimenti. A
differenza degli altri compagni, noi pensiamo che questi contenuti
programmatici debbano valere come condizioni.
Pensiamo che se viene raggiunta un’intesa programmatica che li assume,
l’accordo di governo può essere fatto. Ma pensiamo che in caso contrario
Rifondazione non debba entrare nel governo.
Siamo anche ben consapevoli che porre condizioni non sia di per sé una garanzia
sufficiente in ordine all’effettivo perseguimento di quegli obiettivi. Ma un
conto è riconoscere che qualcosa non basta, tutt’altra cosa è affermare che
essa è inutile.
Anche a questo proposito vogliamo che non si creino equivoci.
Innanzi tutto, chiedere che l’accordo sia vincolato a precise condizioni
programmatiche non implica affatto ritenere che sia meno necessario continuare
a investire nelle lotte e nei movimenti. Al contrario: lotte e movimenti
possono essere aiutati dalla consapevolezza che nel programma di governo
esistono precisi impegni che vanno in una certa direzione.
In secondo luogo, un chiaro accordo programmatico ha anche la funzione di
segnare un punto di caduta oltre il quale vengono meno le condizioni
dell’alleanza. Questa funzione di tutela dell’autonomia del Partito è oggi
tanto più importante, considerate le posizioni assai arretrate assunte dalle
maggiori forze del centrosinistra.
A questo proposito, non crediamo infatti che sia fondata la tesi secondo cui il
centrosinistra si sarebbe spostato a sinistra.
Pensiamo a Rutelli, che immagina di finanziare le scuole private e dà in
escandescenze se si mette in discussione la missione in Iraq o se si parla di
abrogazione delle leggi di Berlusconi.
Pensiamo a Prodi, che (convinto della bontà della direttiva Bolkenstein) invoca
ulteriori privatizzazioni.
Pensiamo a Fassino, che recupera Craxi, fa autocritica sulla scala mobile e
dichiara che l’Italia «farà la sua parte» se l’Onu e persino la nuova Nato
dichiarassero una guerra.
E pensiamo a D’Alema, che sogna un maggioritario pieno e definisce affascinante
la strategia neoconservatrice (cioè imperialistica) di «esportazione della
democrazia».
Sono posizioni irricevibili. Allarmanti in se stesse. Tanto più inaccettabili
per noi che consideriamo la criminale politica bellicista di Bush una
gravissima minaccia per la pace nel mondo. E che per questo valutiamo
positivamente tutto ciò che ostacola i piani di dominio globale della Casa
Bianca: gli accordi tra la Cina, l’India e la Russia, gli accordi politici e
commerciali tra Venezuela, Brasile e Argentina, il Mercosur e la stessa recente
intesa tra la Russia e l’Iran sul nucleare civile.
Per noi Bush è oggi il primo e più pericoloso terrorista. Siamo solidali con
tutti i Paesi e i popoli che resistono ai suoi progetti imperialisti: con Cuba
e con la popolazione irachena che resiste da due anni a una occupazione
devastante e feroce. Così come sosteniamo la lotta del popolo palestinese per
la propria libertà e sovranità nazionale, e consideriamo intollerabile il
tentativo di trasformare il criminale di guerra Ariel Sharon, principale
responsabile del massacro di Sabra e Shatila, in un costruttore di pace.
Ma proprio la gravità delle posizioni assunte da chi guida le maggiori forze
del centrosinistra ci dicono che è indispensabile essere cauti e determinati.
Ha ragione Valentino Parlato quando sostiene che il principale rischio che oggi
il nostro Partito corre è quello di contribuire alla sconfitta di Berlusconi
senza che ciò tuttavia determini anche la sconfitta del berlusconismo.
Non basta battere la destra, occorre battere anche le politiche della destra!
Il rischio che le politiche della destra rimangano c’è e non possiamo
permetterci di sottovalutarlo, perché ne va della stessa tenuta del nostro
Partito.
Chiediamoci: Con chi se la prenderebbero i lavoratori, i giovani, i pensionati,
se (forte dell’alibi di un nuovo necessario risanamento) il nuovo governo
(sempre che si riesca a cacciare Berlusconi) dovesse continuare con la
precarizzazione e il taglio dei salari, la selezione censitaria nelle scuole e
nelle università, il massacro delle pensioni? E con chi se la prenderebbe il
popolo della pace, se il nuovo governo dovesse «fare la sua parte», come
promette Fassino?
Queste domande danno il senso della delicatezza delle scelte che ci
fronteggiano quando ragioniamo dell’attuale quadro politico.
Ma il problema dei rapporti col centrosinistra non esaurisce l’insieme delle
questioni su cui vive questo congresso. Ce ne sono molte altre. Vorrei
affrontarne brevemente due: La nostra posizione per ciò che riguarda la nostra
storia, il nostro patrimonio culturale, la nostra identità di comunisti. E la
questione del Partito, che ci sta oggi più che mai a cuore.
Per quanto concerne la battaglia delle idee, diamo atto al compagno Bertinotti
di avere sempre prestato grande attenzione al terreno culturale, affermando
un’esigenza di per sé del tutto condivisibile: quella del rinnovamento.
Occorre tuttavia sapere che innovare sul terreno delle idee non è semplice, e
che è anche molto difficile che il nuovo che si è trovato (ammesso che sia
effettivamente tale) rappresenti un progresso.
C’è infatti qui un paradosso: càpita che si scambino per nuove idee vecchie e
ormai superate, che proprio per questo (perché da tempo accantonate) appaiono
originali.
Occorre dunque essere aperti alla ricerca, ma valutarne con sobrietà le
proposte.
Non si tratta – noi crediamo – di «reinventare il comunismo», e ciò per il
semplice fatto che, pur continuamente rinnovandosi, il capitalismo non modifica
la propria logica fondamentale.
Lo sfruttamento del lavoro vivo resta il motore della valorizzazione. La
contraddizione capitale-lavoro (che va certo indagata nella sua sempre diversa
configurazione materiale) mantiene quindi intatta la sua centralità, la sua
funzione ordinatrice dell’iniziativa del movimento di classe.
Ci vengono presentate come innovatrici la riscoperta della non-violenza e una
critica del potere che a noi pare tradire una qualche ascendenza anarchica.
Riteniamo questi orientamenti astratti e contraddittori con la pratica messa in
campo dal Partito.
Si critica il potere per il fatto che esso talvolta si serve di mezzi violenti,
che ne determinano la degenerazione. Ma questo basta forse a negare l’evidenza
che senza l’esercizio di un potere non è possibile realizzare alcun progetto
politico, né difendere alcuna conquista?
Troviamo poi singolare che una critica radicale del potere venga svolta proprio
nel momento in cui ci si impegna per trasformare il Partito in una forza di
governo.
Quanto alla non-violenza, stentiamo a vedere l’attualità di questo tema nel
nostro Paese, dove nessun soggetto in grado di svolgere un ruolo significativo
sulla scena politica teorizza di operare in modo violento. Osserviamo soltanto
che in Italia è possibile una battaglia politica non violenta perché vi fu
sessant’anni fa una lotta necessariamente violenta di liberazione dal
nazifascismo. Siamo debitori della possibilità di essere qui e ora non-violenti
a coloro che in passato «non poterono essere gentili» nella battaglia per
riconquistare la libertà.
Ma quando dicendo non-violenza si guarda fuori dai confini dell’Italia e
dell’Europa, che cosa si intende? Che cosa si intende quando si pensa all’Iraq
occupato, alla Palestina occupata, all’Iran minacciato, ai popoli dell’America
Latina, a Cuba?
Riteniamo molto discutibile l’affermazione astratta di principi generali.
E la riteniamo soprattutto rischiosa in un momento in cui l’offensiva
revisionistica incalza più che mai aggressiva, trascinando la Resistenza
antifascista sul banco degli imputati; falsificando la verità storica su quanto
accadde alla fine della seconda guerra mondiale nei territori di confine tra
l’Italia e la ex-Jugoslavia; trasfigurando il ruolo storico della Repubblica di
Salò e arrivando a equiparare al simbolo del movimento operaio e comunista la
croce uncinata del nazismo, nel nome della quale sono stati consumati i crimini
più sconvolgenti che la storia contemporanea ricordi.
Contro queste ignominie pensiamo che dovremmo piuttosto affermare con forza che
i comunisti non accettano lezioni di democrazia da chi oggi compie massacri per
puntellare il proprio dominio imperialistico, e da chi ancora ieri celebrava
memorie e liturgie di un regime razzista che si alleò con Hitler precipitando
questo Paese in una tragedia senza fine.
Quanto alla nostra storia, alla storia del movimento comunista, crediamo sia
giusto assumere una posizione rigorosa, tesa a un bilancio oggettivo e per
questo aperta alla critica.
Siamo sempre disponibili e interessati al confronto storiografico, convinti
come siamo che nessun errore possa offuscare il dato di fatto che le grandi
rivoluzioni operaie e contadine del XX secolo hanno segnato la liberazione di
sterminate masse di popolo sino ad allora soggette al servaggio, e hanno
rappresentato il primo tentativo di costruire società alternative al
capitalismo.
Un’ultima parola infine sul Partito.
Quanti si riconoscono nella mozione Essere comunisti pensano che se nonostante
tutto (nonostante la Bolognina, nonostante l’attacco ideologico quotidiano a
chi osa ancora dirsi comunista, nonostante il revisionismo dilagante) ci siamo
e pesiamo, questo lo dobbiamo al fatto che in Italia c’è ancora un partito
comunista che non ha rinunciato a perseguire l’obiettivo di costruire un
partito di classe con basi di massa, forte, radicato nei luoghi di lavoro e di
studio, unitario e autonomo, capace di contribuire all’iniziativa democratica
ma fermo nel proseguire la lotta per superare questa forma di società.
Per questo, pensiamo che questo Partito vada difeso e rafforzato, evitando
forzature autoritarie, superando tendenze verticistiche e operando per un suo
effettivo radicamento nei luoghi del conflitto, a cominciare dai sindacati
confederali e di base, nei quali la nostra presenza è del tutto insufficiente.
Pensiamo altresì che il Partito vada coinvolto nella discussione e nella
elaborazione della linea: ogni istanza di base, ogni compagno deve esser messo
in condizione di partecipare davvero e di contare.
Partecipazione non può essere solo una bella parola. È un valore, su cui
occorre investire nella pratica politica di tutti i giorni.
Solo così possiamo crescere. E possiamo crescere: perché dei comunisti oggi c’è
bisogno ancor più che in passato, di fronte ai disastri del capitalismo
neoliberista e imperialista.
Se non siamo convinti di questa possibilità, ebbene chiediamoci perché non
passi giorno senza che i comunisti siano sotto attacco: diffamati, insultati,
minacciati.
Crescere è difficile ma è possibile, se riusciamo a rafforzare il Partito sul territorio
e nei conflitti. È di moda oggi dichiarare superata la forma-partito.
Ed è forte la tentazione di credere che sia sufficiente un uso efficace dei
mezzi di comunicazione.
Non è così. Saper comunicare è indubbiamente importante. Ma poi quel che paga
veramente è il lavoro quotidiano, spesso oscuro, di tutti i compagni nei
circoli, nei quartieri, nelle lotte.
A questi compagni va la nostra riconoscenza e il nostro impegno, che in questo
congresso e dopo questo congresso faremo come sempre la nostra battaglia per un
partito «pesante»: forte, radicato, unitario, realmente pluralista e
democratico. Che va gestito unitariamente, pur nella chiarezza delle rispettive
posizioni, perché il Partito è di tutti, non dei soli compagni che si
riconoscono nella mozione di maggioranza.
E dunque avanti, care compagne e cari compagni.
Come dice il poeta:
se lunga è la strada che ci attende,
più lieve sarà il cammino pensando
quanta strada già possiamo ricordare