VI congresso PRC - Intervento di Celeste Costantino
05/03/2005
Intervento di Celeste Costantino, coordinatrice Giovani Comunisti Reggio
Calabria
Mozione Essere Comunisti
Compagni e compagne,
è con estrema difficoltà e disagio che decido di intervenire a questo dibattito
congressuale.
Ritengo che a tutti fosse chiara la fase che stiamo attraversando e la
direzione che la maggioranza di questo partito ha deciso di intraprendere, pur
tuttavia dubito che vi fosse una preparazione possibile per affrontare una
situazione come quella che ci è stata proposta ieri sulla discussione dello
statuto.
Eppure la mia provenienza mi avrebbe dovuto consentire una maggiore
consapevolezza delle dinamiche in atto nel corpo del partito ma ingenuamente ho
voluto continuare a credere che l’esperienza vissuta all’interno della mia
regione non fosse attribuibile ad un progetto esteso a livello nazionale - oggi
purtroppo sono costretta a ricredermi e a giungere a conclusioni diverse -
prendo atto che quello che speravo fosse un unicum della pratica politica di
questa maggioranza è in realtà un nmodus operandi diffuso che ha trovato la sua
consacrazione all’interno di questo VI Congresso nazionale del partito.
Le premesse, cioè il giungere a questo importante appuntamento con cinque
mozioni contrapposte, avevano già delineato in parte la chiusura che questa
maggioranza voleva attuare nei confronti di una parte consistente della
militanza di questo partito, ma nonostante tutto è stato corretto non sottrarsi
da questa discussione - quando si sente così forte la necessità di affermare
delle idee significa che il partito è vivo, getta via la sua entità immateriale
e astratta e si impregna di un forte valore umano.
Proprio in virtù di questo, meno apprezzabili risultano i metodi con cui si è
cercato di affermare delle posizioni quando ci si è resi conto di non avere un
largo consenso ma di avere l’appoggio di poco più della metà
dell’organizzazione.
Poco si è fatto per comprendere l’aderenza che una determinata linea politica
poteva avere nei vari territori, là dove un intero partito si è espresso a
favore di un documento congressuale diverso da quello della maggioranza invece
di andare ad indagare i perché non si sceglieva il percorso sicuramente più
facile, si è insinuata una logica della punizione, non si è ritenuto opportuno
verificare il tipo di lavoro che i compagni hanno portato avanti – le etichette
ricollegabili ai documenti hanno decretato sin da subito le operazioni da
mettere in atto. E in questo contesto risulta abbastanza evidente comprendere
il perchè di un commissariamento in Calabria ad esempio, o l’impossibilità di
esprimere un segretario a Reggio.
Ora senza soffermarsi troppo su tutto quello che questo tipo di metodologia ha
comportato sulla scelta dei compagni, almeno un punto lo vorrei sottolineare.
La conseguenza di questo modo di agire che voglio esemplificare
eufemisticamente come ingiusto, ha creato esattamente l’effetto contrario,
compagni che fino a qual momento si erano mantenuti ai margini della
discussione interna hanno spontaneamente deciso di entrarci prepotentemente a
volte con l’unico scopo di difendere l’equilibrio vero che si era determinato
in questi anni, se poi a questo si aggiunge una logica di abbandono a cui
spesso sono stati abituati dagli organismi dirigenti nazionali, vediamo che
tutto è andato a vantaggio di chi ci è sempre stato e ha lavorato duramente non
per l’affermazione di un documento o di un posto in esecutivo nazionale ma per
l’affermazione di alcuni diritti fondamentali che fanno parte del patrimonio di
tutti ma che al Sud a volte non se ne conosce nemmeno l’esistenza, come per
esempio il diritto di avere una casa, l’acqua, una occupazione, il diritto ad
avere un’istruzione gratuita e a potersi curare, il diritto a non dover scendere
a compromessi con la ‘ndragheta per poter sopravvivere e il diritto a non
vedersi usurpati dell’ambiente unica nostra fonte di ricchezza.
Questo bisognerebbe tenere presente quando si conduco operazioni congressuali
di questo tipo, ricordarsi sempre che ci sono visi e corpi con i quali
confrontarsi; e non solo parole scritte che determinano la vittoria o meno di
una linea politica.
Nessuno è cieco innanzi allo scempio che questo Governo Berlusconi ha creato e
continua a creare e nessuno ha mai messo in discussione (anzi !) la necessità
di allearsi per fare in modo di liberare dal baratro in cui sono state
costrette a rimanere le fasce più deboli del Paese.
Ma qui, oggi non si mette in discussione la cacciata del Governo Berlusconi,
qui si avanzano delle perplessità nel caso di vittoria sul dopo Berlusconi,
sull’alternativa che noi andiamo a costruire insieme al centro sinistra e che
proponiamo non solo alla nostra gente ma a tutta la popolazione.
È possibile che anche parlare di programma prima di prendere degli impegni
seri, costruttivi e importanti come quello del Governo per il futuro di questo
paese risulti vetero comunista?
Ma è nostalgico e demodè chiedere garanzia del fatto che non ci macchieremo mai
di una guerra anche se ci fosse l’avallo dell’Onu?
È poco innovativo per il partito chiedere garanzia che un giovane precario
possa conoscere la tranquillità di un posto a tempo indeterminato? - e ancora -
risultiamo fuori dal tempo se chiediamo garanzia per un’istruzione e una sanità
pubblica gratuita?
Io non solo penso che non sia un atteggiamento vecchio Prc, ma anzi, più sento
le dichiarazioni di alcuni leader di centrosinistra e più mi convinco della
necessità e dell’attualità di questo processo.
Per molto tempo il nostro partito è stato additato come il partito del no, il
no alla guerra, il no al precariato, il no alla riforma Moratti, il no alla
buona sanità solo per i ricchi
Anch’io sento l’esigenza oggi di dire sì, ma lo voglio dire per mantenere tutti
questi NO.
Purtroppo allo stato attuale la tendenza di alcuni dei nostri partners politici
non corrisponde ad un offerta completamente alternativa a questo governo.
La flessibilità e la mobilità non sono del tutto sbagliate ma vanno solo
regolamentate meglio;
la guerra è ingiusta ma con l’avallo dell’Onu si può ipotizzare;
privatizzare la scuola è sbagliato ma dare un contributo pubblico alle famiglie
che ci vogliono mandare i figli no;
la ricerca e il diritto alla salute è prioritario ma il referendum sulla
procreazione assistita non lo appoggiano.
Non so se queste sono oggettivamente delle incoerenze, ma so che lo sono per il
partito in cui ho sempre militato, un partito che senz’altro dovrà fare dei
compromessi per mantenersi in vita, ma che sancisce la sua morte nel momento in
cui dimentica la sua nascita, il perché esiste e chi ha deciso di tutelare.
Si può chiaramente non essere d’accordo, come è emerso in questo congresso, ma
non si può non comprendere il pericolo, il rischio e le difficoltà a cui sono
sottoposti i compagni che vivono nei propri territori queste contraddizioni, e
su questo mi sarei aspettata coinvolgimento, dialogo.
Realtà come la Calabria dove il trasformismo fa da padrone, che tipo di
prospettiva si deve aspettare?
Che tipo di impegno si sta prendendo nei confronti delle popolazioni del Sud?
Certo il caso della Puglia ci riempie di gioia e ci auguriamo davvero che il
compagno Nichi Vendola esca vittorioso da questa battaglia elettorale ma non
tutti hanno la fortuna di essere così bene rappresentati.
Un argomento che a noi pare così scontato come il “no” alla costruzione del
Ponte sullo Stretto è stato oggetto di discussione; Rutelli sempre nell’ottica
del pensiero neoliberista soft è stato tra quelli che sostenevano che il Ponte
non è in assoluto un’idea sbagliata, ma che prima di pensare a questa grande
opera fosse necessario potenziare le altre vie di comunicazione una volta
potenziate allora il ponte poteva essere preso in considerazione.
Tutti noi siamo convinti della necessità di avere un’autostrada, perché la
Salerno – Reggio Calabria non è un’autostrada ma è un tentativo di suicidio,
come siamo convinti della necessità di potenziare le ferrovie ma se mai un
giorno tutto questo dovesse avverarsi, noi continueremo a dire no al Ponte. Né
ora e né mai, a costo di dover bloccare con i nostri corpi i cantieri che
vogliono aprire, continueremo a dire no perché nella nostra vita abbiamo fatto
la scelta di dire no alla mafia e alla ‘ndragheta, no alla distruzione del
nostro patrimonio ambientale e no alle cattedrali del deserto che propongono
sviluppo e occupazione e che in realtà mortificano e gettano nella disperazione
migliaia di giovani siciliani e calabresi.
Su questo punto compagni io concludo, lanciando a tutti voi, l’invito alla
grande manifestazione del 12 marzo organizzata a Villa S. Giovanni contro il
Ponte, un appuntamento unico che permette di dimostrare anche come questa
ottava meraviglia del mondo non è altro che un mostro che non riguarda solo i
territori a cui lo vorrebbero imporre ma che è un problema di tutti, ecco
perché chiedo un sostegno forte non solo in termini di solidarietà ma di
partecipazione attiva al percorso intrapreso su questo argomento, lo chiedo per
l’ennesima volta ai Giovani comunisti, e a tutto l’apparato del partito e alla
massima espressione di Rifondazione cioè al Segretario nazionale.
Grazie.