VI
Congresso nazionale PRC - Intervento di Valentina Steri (Federazione di Roma)
Care compagne cari compagni,
come è stato più volte sottolineato, questo nostro VI Congresso appare come un
Congresso di svolta, tanto rilevanti sono le posizioni politiche a confronto,
tanto alta la posta in gioco per il nostro Partito, ma più in generale per
tutta la sinistra italiana. Un congresso che si celebra in un quadro politico
nazionale e internazionale di profonda crisi, di profonda instabilità.
All’indomani del 13 giugno si parlò, ricordate, di governo in stato
confusionale, dilagò l’ottimismo, si arrivò persino a teorizzare
l’irreversibiltà della crisi del governo delle destre e una fine anticipata di
questa legislatura. Oggi, la destra è meno divisa e le forze di opposizione
sono, sino ad ora, incapaci di prospettare, a questo Paese, una reale
alternativa di governo. Il centrosinistra, nel momento di maggiore difficoltà
della destra, non ha saputo sviluppare una forte iniziativa di opposizione,
attardandosi, invece, a discutere di formule politiche astratte (i
contenitori), di procedure che consolidano, di fatto, un modello bipolare,
maggioritario, personalistico, che noi dobbiamo contrastare e perdendo di vista
quello che era ed è l’obiettivo centrale: un serio confronto sui contenuti
programmatici. Nessuna discussione sui nomi, listoni, organigrammi di un
eventuale accordo di governo delle attuali forze di opposizione, ha ridotto
minimamente l’abisso che separa il Paese reale dalla politica politicante. E
tutto questo mentre le classi lavoratrici di questo Paese, mai come oggi, sono
colpite pesantemente dai provvedimenti legislativi di questo governo
antipopolare, mentre salari, stipendi, pensioni sono divorati da un’inflazione
reale che di gran lunga supera quella programmata.
Tutto questo mentre l’aggressività dell’imperialismo non accenna a diminuire,
le guerre imperversano, le occupazioni militari continuano, centinaia di
migliaia di vittime civili pagano il prezzo delle contraddizioni di questo
nostro modello di sviluppo, di questo capitalismo che non ha limiti nell’uso
della forza e della violenza. Il punto è che nonostante importanti e
significativi momenti di conflitto sociale che noi abbiamo valorizzato e
sostenuto (Melfi, Scansano, le lotte della Fiom), le difficoltà di questo
sistema non precipitano ancora in un quadro organico di crisi. E allora è per
questo che già da tempo il Partito avrebbe dovuto porre con forza, all’ordine
del giorno dell’agenda politica di tutto il centro sinistra, i contenuti di una
reale prospettiva di alternativa, una risposta chiara alle politiche
antisociali, classiste e guerrafondaie di questo governo. E invece abbiamo
sbagliato! Non abbiamo messo a frutto quegli 11 milioni di voti che, insieme a
noi, si erano espressi per l’estensione
dell’art. 18, non abbiamo adeguatamente valorizzato quel 15% di consensi
ottenuti nelle elezioni di giugno, dalla sinistra di alternativa, una
componente del quadro politico, indispensabile non soltanto per vincere le
prossime elezioni politiche, ma determinante per influenzare in modo
significativo la piattaforma programmatica dell’intera coalizione di
centrosinistra. Non abbiamo cioè, saputo creare - ma questa è l’urgenza di oggi
- un luogo di confronto permanente, aperto e di azione unitaria nel quale tutti
(Partiti, sindacati, movimenti, associazioni, singoli), potessero contribuire
alla costruzione di un movimento fondato sul fare e impegnato nella
elaborazione di una piattaforma programmatica comune a tutte le forze in campo;
un’area cioè che si ritrovasse compatta attorno ad alcuni temi programmatici di
fondo, destinati a pesare, poi, nel confronto con le componenti moderate del
centrosinistra. In questo lavoro di costruzione si sarebbe dovuta impegnare
Rifondazione Comunista. Ma così non è stato.
Si è scelta una strada diversa: l’entrata nella GAD (oggi Unione), mai discussa
negli organismi dirigenti; l’accettazione (gravissima) del vincolo di
maggioranza; le primarie; l’entrata TOUT COURT di Rifondazione Comunista, con
suoi ministri, in un eventuale futuro governo di centrosinistra.
E’ in questo contesto, care compagne e compagni, che va inquadrato il nostro
VI° Congresso, ed è su questa base che dobbiamo leggere e interpretare il voto
dei nostri iscritti. Un voto congressuale nel quale vi è, a mio avviso, un
elemento davvero significativo: e cioè proprio quel 41% di compagni che hanno
espresso un profondo dissenso di merito, rispetto alla linea politica avanzata
nella mozione di maggioranza e di metodo sulla conduzione della fase precongressuale
e congressuale. Questi risultati ci consegnano cioè un partito diviso e
frammentato, il cui gruppo dirigente non ha voluto elaborare e condividere una
linea che raccogliesse una significativa maggioranza. Si è ritenuto opportuno,
sbagliando, gestire il Partito a colpi di maggioritario, quel maggioritario che
combattiamo fuori di noi, ma che accogliamo, di fatto, al nostro interno.
Del resto come molti compagni della mozione di maggioranza hanno sottolineato,
anche al Congresso della Federazione di Roma, la categoria delle sintesi è
considerata un ferrovecchio, retaggio di una oramai superata forma-partito. E
allora questi sono i frutti: il 59% è certamente una maggioranza, ma non è un
gran risultato, compagni! Divide in due questo Partito, proprio nel momento in
cui i pesanti impegni e le responsabilità che ci attendono richiederebbero,
invece, la forza di una maggiore coesione. Richiederebbero cioè un partito
diverso.
E ci auguriamo davvero che i nuovi 12.000 iscritti a Rifondazione Comunista costituiscano
risorse disponibili, nel concreto dell’iniziativa politica, all’impegno, che
attenderà ogni circolo, da subito dopo questo nostro Congresso. Un Partito
diviso, dicevo, e certo una linea politica in perfetta discontinuità,
specularmente opposta a quella dello scorso Congresso (che sosteneva la teoria
delle due destre, e su questa base argomentava “l’esaurimento di margini di
riformismo”, considerava la CGIL irriformabile e quindi individuava nei Disobbedienti la componente
più significativa del movimento), una linea politica, dicevo, oggi opposta, che
candida il Partito della Rifondazione Comunista al Governo con le attuali forze
di opposizione, senza discutere di programmi e di contenuti, non poteva essere
facilmente compresa ne’ metabolizzata.
Così come non è facilmente digeribile, dal nostro corpo militante,
quell’impietosa critica della storia del movimento operaio e comunista,
considerata oramai esaurita e i cui più grandi leader di riferimento, cioè i
padri del comunismo novecentesco, sono stati dichiarati morti, non solo
fisicamente. E ancora, compagne e compagni, una gran parte dei nostri
militanti, davvero non ha compreso e non ha condiviso l’assunzione della teoria
della non-violenza come nuovo tratto identitario di Rifondazione Comunista. Non
siamo certo noi a decidere le forme di lotta da praticare e, in ogni caso, se
siamo ancora internazionalisti, dobbiamo sostenere con forza e senza ambiguità
tutti quei popoli che resistono, loro malgrado, con le armi, alle occupazioni
militari, alle guerre imperialiste. Non siamo violenti per questo, ne’ questo
attenua la condanna netta del terrorismo e delle sue vittime civili. Ma va
ribadito con forza che la Resistenza armata contro l’invasione non è terrorismo
e che la responsabilità della violenza in tutto il pianeta, incombe oggi sul
terrorismo bellico di Bush e Sharon. E Bush e Sharon mai saranno, dai
comunisti, considerati ospiti graditi o interlocutori per la costruzione di un
mondo di pace.
Per tornare al nostro Congresso, la conduzione monocolore della fase
precongressuale e congressuale ha certamente prodotto delle ripercussioni sul
piano della democrazia interna di questo Partito, del suo legittimo pluralismo,
dell’espressione della sua ricca dialettica. Nei nostri circoli, nel nostro corpo
militante ciò ha prodotto disorientamento e malessere. Non credo proprio che il
nostro sia un Partito in salute. Ed è proprio per tutte queste ragioni che
avremmo voluto un congresso diverso, un congresso unitario, non una conta. Una
modalità che non abbiamo condiviso e che rende ora difficile gestire questa
delicatissima fase politica, che condurrà il nostro Paese, tra poco più di un
anno, alle elezioni politiche. Non possiamo questa volta fallire e siamo ancora
in tempo a correggere i nostri errori e a chiarire ai nostri interlocutori che
se un accordo di governo costituisce il nostro obiettivo più alto, tuttavia la
strada è ancora in salita e quell’obiettivo potremmo non raggiungerlo. Che
tutto dipenderà dai contenuti e dai programmi, che da sempre, per i comunisti,
vengono prima degli schieramenti e delle persone.
Non diamo nulla per scontato! Il nostro obiettivo è certamente quello di
sconfiggere le destre oggi al governo di questo Paese: e sarebbe, per
Rifondazione Comunista, letale non intercettare quella domanda, quel bisogno
sociale di massa, che viene dalle nostre classi di riferimento. Ma, accanto a
questo, nostro compito fondamentale, compito dei comunisti, è quello di
costruire una reale alternativa programmatica, condivisa con le altre forze di
opposizione, un percorso cioè nel quale il nostro Partito espliciti le
condizioni necessarie per un suo eventuale ingresso in un futuro governo di
coalizione.
Ecco perché occorrono i tanto citati PALETTI: non perché si voglia una
trattativa asfittica e chiusa nelle stanze degli Stati maggiori, ma perché, per
impegnare il Partito in una responsabilità di governo (senza possibilmente
uscirne con le ossa rotte), occorre che vi sia una praticabilità minima di
questa opzione, costruita come dicevo all’inizio assieme ai movimenti, alle
forze sociali e politiche, che con noi vorranno condividere questo cammino.
E dunque: in primo luogo considero irrinunciabile e non negoziabile un impegno
formale al rifiuto della guerra, da chiunque dichiarata, ONU compresa. Il
movimento internazionale contro la guerra esige, oggi più che mai, la fine
dell’occupazione dell’IRAQ, il ritiro immediato delle truppe militari, a
partire da quelle italiane. Esige che gli Stati Uniti cessino di minacciare la
Siria, l’Iran, il Venezuela, Cuba. Sostiene il diritto dei palestinesi
all’autodeterminazione e alla costituzione di uno Stato. Il movimento contro la
guerra appoggia il diritto del popolo iracheno a resistere contro
l’occupazione. Per questo il 19 marzo, a due anni dall’aggressione imperialista
all’Iraq, il movimento fa appello ad una straordinaria manifestazione mondiale
contro la guerra. In secondo luogo, ritengo cruciale il terreno della difesa e
della riconquista dei diritti del lavoro. C’è o no in Italia una questione
salariale? Si! E allora chiediamo alle altre forze del centrosinistra di
inserire, nel futuro programma di coalizione, una legge che consenta un
recupero automatico, sull’inflazione reale dei salari, degli stipendi, delle
pensioni.
Per concludere, compagni, io credo che il lavoro da fare è molto ma che,
nonostante tutto, il Partito della Rifondazione Comunista sia una preziosissima
risorsa per la politica di questo paese; l’unico luogo dove oggi i comunisti
possano realmente sentirsi nella propria casa. Una casa che dobbiamo certamente
preservare e difendere, a partire dalle proprie fondamenta (le nostre radici
più profonde), presupposto di grandi finestre aperte sul mondo.