VI Congresso nazionale PRC - Intervento di Fosco Giannini (Segretario federazione di Ancona e Direttore della rivista L’Ernesto)
Scriveva Antonio Gramsci, un rivoluzionario che è morto solo fisicamente, ma
che è vivo, anche se espulso dalla carta fondante del Partito della
Rifondazione Comunista, vivo nelle nostre lotte, nelle nostre speranze
rivoluzionarie; scriveva il Gramsci studioso di glottologia, che occorre dare
al linguaggio rivoluzionario una forma nuova, che a partire dalla cancellazione delle parole scarlatte, dall’abolizione
dell’ambiguità del linguaggio borghese, punti a rivelare la verità estrema, il
vero stato presente delle cose.
Scriveva Lenin, il grande rivoluzionario morto solo fisicamente, ma ancora
sangue del nostro sangue, spirito del nostro spirito rivoluzionario ed
anch’egli espulso dalla carta fondante del nostro Partito, scriveva Lenin che come la struttura del
linguaggio borghese, che tanto può affascinare e segnare di sé gli intellettuali
e i dirigenti del movimento operaio, tende a confondere e ad abbellire la realtà, così il linguaggio
rivoluzionario ha il compito di presentare al movimento operaio la dura realtà
delle cose.
E la verità estrema, che occorreva dire qui, che occorreva pronunciare con più
nettezza anche a questo nostro Congresso, che occorreva mettere al primo posto
del nostro ragionamento e da ciò far conseguire un’analisi ed una proposta
politica, la verità è che il nostro è
un Paese imperialista in guerra; che le truppe italiane in Iraq non sono state
inviate in quel disgraziato Paese a edificare scuole, ma sono lì al seguito
degli eserciti anglo-americani d’occupazione; che le nostre truppe sparano
contro la popolazione civile e contro i partigiani iracheni; che sono complici
dei massacri americani e, quando va bene, sono osservatrici più o meno passive,
ma sempre complici, di veri e propri orrori dal carattere nazifascista, come
gli orrori americani di Falluja.
La verità estrema, quella che avrebbe voluto Rosa Luxemburg, anch’essa espulsa
dalla nostra carta fondativa, anch’essa morta solo fisicamente e nella verità
rivoluzionaria, la verità è che il nostro paese è sotto il dominio degli USA e
della NATO e che non sono né il nostro Parlamento, né l’articolo 11 della
Costituzione a decidere se il nostro Paese entra o no in una guerra; la verità è che per il nostro Paese, per il
nostro popolo la guerra la decide la NATO, la verità è che anche nel nostro
Partito la lotta contro la NATO, contro le basi americane in Italia, contro le
bombe atomiche è insufficiente.
La verità è che la NATO non è affatto un “cane morto”, come qualcuno anche, a
sinistra, si affrettò a dichiarare dopo la scomparsa del Patto di Varsavia; che
la NATO, ovunque si spinga, ovunque domini, come in Italia, subordina a se i
comandi militari gli eserciti, le forze dell’ordine, i parlamenti, i poteri
politici e naturalmente - come si è
compreso anche ieri, per l’assassinio di Nicola Calipari, il liberatore di Giuliana Sgrena - naturalmente tende subordinare a sé, ai propri oscuri disegni,
anche gli apparati e i servizi segreti.
La verità estrema, care compagne e cari compagni, quella verità che se fosse
portata alla luce nella sua interezza rivelerebbe il pericolo e persino la
gravità dell’odierna politica di alleanze del nostro partito, la verità è che
davanti alle spinte neocolonialiste e di guerra dell’imperialismo americano si
sono piegati, in un modo o nell’altro, sia il centro destra che il centro
sinistra e da qui trovano spiegazione le guerre che i diversi governi italiani
hanno fatto contro la Jugoslavia, contro l’Afghanistan, contro l’Iraq.
La verità è che il nostro Paese è soggetto attivo della “guerra infinita”
americana, che il Parlamento è delegittimato ed esautorato delle sue funzioni,
che la Costituzione è stracciata e che il centro sinistra non scende in campo,
non scende in piazza con tutte le sue forze politiche, sociali, istituzionali,
sindacali per dire “no alla guerra”,
“l’Iraq agli iracheni”, “ ritiro immediato delle truppe italiane
dall’Iraq”: il centro sinistra non scende in campo, ha dubbi, ha paura degli
USA e della NATO, la sua essenza politica e culturale non gli permette di
liberarsi dal proprio filoatlantismo e ciò getta un’ombra inquietante – specie
sulla questione della guerra - su ogni possibilità di alternativa reale al
centro destra, gettando di conseguenza un’ombra inquietante sulla stessa scelta
governista, e “a priori”, del nostro
Partito.
La verità, dunque, è che non possiamo, non può il Partito della Rifondazione
Comunista decidere un’alleanza di governo col centro sinistra a prescindere dai
contenuti programmatici strappati e – direi- pubblicamente, di fronte al
movimento operaio, ratificati; non può decidere di portare i propri ministri al
governo prima di aver conquistato sul campo, nelle coscienze, nei rapporti di
forza, attraverso la lotta politica e sociale, un “no senza se e senza ma”
contro la guerra: questo è ciò quello
che vogliono i comunisti, le forze della sinistra alternativa, la FIOM, il
movimento operaio, il movimento per la pace, il movimento dei movimenti.
Conto l’Iraq prosegue da circa 15 anni, e ininterrottamente, una guerra cinica
e spietata, come cinica e spietata è la “cultura” dei capitalisti, segnata
dall’obiettivo del massimo profitto; una guerra che ha distrutto un intero
Paese, che ha ucciso oltre 100.000 civili, decine di migliaia di soldati e
partigiani, che ha costretto centinaia di migliaia di uomini, donne, anziani e
bambini a vivere, come i palestinesi, senza più un tetto, senza acqua, senza
luce; che in virtù di un embargo criminale ha portato alla morte più di 500.000
bambini.
Nessuna forza ha potuto fermare questo massacro, né il movimento per la pace,
seppur così generoso, né soggetti statuali e sociali, né tanto meno l’ONU, così
subordinata ai voleri
americani.
Una sola forza si è messa di traverso all’occupazione americana; una sola forza
ha combattuto sul campo contro i marines e contro le truppe imperialiste; una
sola forza impedisce agli americani di vincere la guerra; una sola forza fa
pagare loro il prezzo dell’ aggressione; una sola forza li costringe ad un
nuovo Vietnam: questa forza è il popolo iracheno in armi, è la lotta di
liberazione, è la Resistenza irachena, sono le donne e gli uomini che hanno
lottato, che sono morti a Falluja e che nulla hanno a vedere con il terrorismo
e, checché ne dica Fassino, sono - pur non avendo accettato la farsa delle
elezioni- i veri partigiani iracheni!
Noi siamo con la Resistenza irachena, non vogliamo insegnarle come si fa, non
vogliamo chiederle aristocraticamente che progetto ha e poi decidere se esserle
solidali o meno; come per ogni lotta di liberazione dall’aggressione straniera
e imperialista il primo obbiettivo della Resistenza è di riconquistare il proprio paese, la dignità per il proprio
popolo, la propria libertà, cacciare gli invasori.
Noi siamo con la Resistenza irachena, che lotta e si sacrifica per il proprio
popolo e per gli altri paesi e popoli che sono sotto il mirino americano: il
popolo siriano, il popolo iraniano, il popolo palestinese, il popolo venezuelano,
il popolo, il governo e il partito comunista cubano!
Siamo per una Resistenza irachena che si scriva, in virtù del suo coraggio, del
suo sacrificio, con la R grande.
Così come siamo per difendere dalla destra, dai fascisti vecchi e nuovi, da
Berlusconi, da ogni revisionismo, la Resistenza italiana, fonte di democrazia e
di libertà, una Resistenza sempre demonizzata, sempre attaccata dalle forze
della reazione e mai da nessuno angelizzata.
Siamo preoccupati, care compagne e cari compagni, perché forse vi è un nesso
tra la virata governista della maggioranza del nostro Partito e le ormai tante
rotture profonde operate dalla maggioranza del nostro Partito nell’impianto
culturale comunista.
Negli ultimi anni dell’ ‘800, la
socialdemocrazia tedesca, ancora su posizioni di classe, iniziò a parlare della
“fine della forza propulsiva della Comune di Parigi”, iniziò a condannare la
violenza rivoluzionaria, la presa del potere rivoluzionario, l’esperienza della
Comune di Parigi e la rivoluzione stessa.
Sarebbe poi stato Lenin, pochi anni dopo, a riassumere il valore della Comune
di Parigi e, partendo da tale esperienza rivoluzionaria, a porre le basi, anche
teoriche, non solo politiche, della Rivoluzione d’Ottobre.
Ciò che ci rimane oggi, come esperienza storica su cui riflettere, è che la
condanna, da parte della socialdemocrazia tedesca di fine ’800, della violenza
rivoluzionaria e della presa del potere rivoluzionario, della Comune, si
presentò come una funzione politica, e
cioè il cavallo di Troia per il passaggio da una socialdemocrazia ancora su
posizioni di classe ad una socialdemocrazia ormai subordinata al capitale,
quella socialdemocrazia tedesca che poi avremmo conosciuto e che oggi è parte
integrante del sistema capitalistico tedesco.
Siamo preoccupati, care compagne e cari compagni, perché forse vi è un nesso
anche tra la virata governistadel nostro Partito e la fine annunciata (
da parte della maggioranza) della concezione e della pratica dell’unità
interna, del rispetto reciproco, della fine del confronto, della ricerca
collettiva; un nesso, persino, con il brusco arresto di un processo ampio di
rifondazione comunista che passi non da una liquidazione idealistica del
movimento comunista del ‘900 ma da una sua critica profonda e costruttiva, da
una analisi delle attuali contraddizioni capitalistiche e imperialiste per
costruire un Partito comunista all’altezza dei tempi e dello scontro di classe.
Siamo preoccupati, care compagne e compagni, anche per la caduta etica del
nostro confronto; ho sentito qui lanciare un’offesa bruciante, da parte di
Ramon Mantovani al compagno Alberto Burgio: gli ha dato delle sbirro!
Credo che Mantovani non dovrebbe mai più provarci ad offendere in questo modo i
compagni, e debba ripensare alla sua scelta (allora falsa?Allora ipocrita?)
della non violenza!
Concludo, compagne e compagni: diceva Henry Miller che il disordine è un ordine
che non si conosce. Non vorremmo che dietro il disordine apparente e
apparentemente eclettico e confuso delle ormai innumerevoli rotture politiche e
teoriche operate dalla maggioranza del nostro Partito, prendesse forma un
ordine diverso, ormai distante dalla teoria e dalla prassi di un partito
comunista e rivoluzionario.
5 marzo 2005