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da www.lernesto.it

Sintesi dell’editoriale di Claudio Grassi per L’Ernesto n. 2  marzo-aprile 2005

La sconfitta di Berlusconi con il voto regionale e amministrativo del 3-4 aprile ha essenzialmente due cause: il grave stato di crisi dell’economia italiana e lo sfaldarsi di quel blocco sociale su cui la Casa delle Libertà ha costruito i propri successi elettorali. Oggi la CdL, nel Paese, è ormai largamente minoritaria ed il governo Berlusconi definitivamente privo di credito e di legittimità politica. Dinanzi a questo risultato, appare del tutto incomprensibile la decisione dell’Unione di non incalzare il governo al fine di determinare la conclusione anticipata della legislatura.

Perde la CdL, vince l’Unione che, incassando i frutti della crescente avversione nei confronti della CdL, conquista ben dodici Regioni su quattordici e determina un profondo mutamento della geografia politica del Paese, di cui la straordinaria vittoria di Nichi Vendola in Puglia, per la sua portata ed il suo significato, è simbolo. Dentro l’Unione si afferma nettamente la lista Uniti per l’Ulivo, mentre il risultato del nostro partito è insufficiente. Il partito arretra, contro tutte le previsioni e a dispetto dell’evoluzione del quadro politico evocata dal segretario Bertinotti ancora nelle conclusioni del Congresso, dove si affermava, con sprezzante sicurezza nei confronti di quel 41% del Partito che avanzava dubbi ed indicava la necessità di soluzioni alternative, che le grandi «innovazioni» introdotte nella direzione politica e nel corredo culturale e identitario del Partito avevano «il vento in poppa» e avrebbero senz’altro intercettato grandi consensi.

La ragione principale di un risultato tanto insoddisfacente è il cambiamento repentino della linea politica, che passa dall’eccesso del rifiuto del confronto con le altre forze politiche dell’opposizione all’eccesso opposto dell’internità nell’Unione e dell’accordo di governo, senza alcuna condizione sul terreno programmatico. Si è quindi prodotto un appannamento politico, sostituendo l’immagine – e la pratica – di un Partito conflittuale, capace di porre condizioni, con quella di un Partito che tende ad allinearsi alle indicazioni delle forze prevalenti dell’Unione e mette la sordina alle proprie richieste: dall’introduzione della patrimoniale al ritiro immediato delle truppe italiane dall’Iraq. Al nostro radicale mutamento di linea non ha corrisposto alcun mutamento nelle posizioni politiche dei partiti dell’Unione: anzi, il gruppo dirigente del centrosinistra non perde occasione per ribadire che le direttrici di marcia della sua azione di governo saranno domani quelle che sono state ieri, negli anni Novanta, e che hanno aperto la strada alla destra berlusconiana.

Con questo centro-sinistra, il rischio che si corre è riprodurre la situazione del 1998. Viene da chiedersi infatti cosa farà Rifondazione Comunista nel caso in cui si avverasse la prospettiva di una nuova avventura bellica imposta dagli Stati Uniti, avallata dal futuro governo dell’Unione o, ancora, nel caso in cui Prodi, per risanare la voragine nei conti pubblici prodotta dalle politiche del governo Berlusconi, dovesse verosimilmente elaborare finanziarie «lacrime e sangue», fatte di tagli alla spesa e di nuovi «sacrifici», imposti come sempre al lavoro dipendente, ai giovani, ai pensionati. Risulta difficile capire come Rifondazione Comunista potrebbe tenere insieme la capra della disciplina di governo con i cavoli della coerenza politica rispetto agli impegni da sempre assunti con la propria gente, già tartassata in vent’anni di neoliberismo trionfante.

Infine, qualche valutazione sul nostro VI Congresso. La mozione 1 (presentata dal compagno Bertinotti) ha ottenuto il 59,1%; il Segretario è stato rieletto con il 60% dei voti (contro l’88% ottenuto nel V Congresso). Le quattro mozioni di minoranza hanno raccolto il 40,9% dei consensi, e ciò nonostante un cospicuo rigonfiamento del tesseramento avvenuto nel corso degli ultimi dieci giorni utili ai fini congressuali. La sintesi giornalistica propagandata da giornali e televisioni – la tesi secondo la quale la mozione 1 avrebbe «vinto il Congresso» – è totalmente fallace. Al contrario, mai, nella storia di Rifondazione Comunista, il gruppo dirigente aveva conseguito un consenso così modesto. Chi ha alimentato questo clima di contrapposizione si è assunto gravi responsabilità, anche perché l’acuirsi delle divisioni interne rischia di indebolire seriamente l’iniziativa complessiva del Partito. Come mozione Essere comunisti, condurremo la nostra iniziativa di opposizione tenendo ben fermi due obiettivi fondamentali: contribuire alla costruzione di una linea del Partito che sia, a nostro parere, più efficace, e rafforzare, così facendo, le nostre posizioni, nell’interesse comune della rifondazione comunista, ribadendo le nostre priorità:

- confronto con le forze democratiche tenendo ben salda l’autonomia di Rifondazione Comunista;

- costruzione della sinistra d’alternativa, chiamando a raccolta le forze sociali e politiche che sostennero la battaglia per l’estensione dell’art. 18;

- necessità strategica di costruire un partito comunista, obiettivo da perseguire guardando anche al di fuori di noi, intrecciando un confronto serrato con le altre tesi che oggi si confrontano nell’ambito della stessa sinistra di alternativa.


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