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da "Avvenimenti", n. 17, 29 aprile-5 maggio 2005

Tra storia e politica


Pietro Secchia, antifascista e comunista

Angelo d’Orsi

Giorni di celebrazioni, di dibattiti accesi sul XXV Aprile e sul tentato stravolgimento del frutto migliore di quella stagione, la Costituzione repubblicana. A Torino, un piccolo, appartato convegno (organizzato da Nuovi Partigiani Pace,  “Redazione Resistenze.org”, Centro Cultura e Documentazione Popolare) ha  ricordato la figura di un antifascista, un partigiano, un comunista: Pietro Secchia. Tra i più eminenti nomi del movimento operaio italiano, Secchia è oggetto di una damnatio memoriae che è stata rimessa in discussione. Nel bene e nel male, egli, come pochi altri, ha incarnato la storia del comunismo. Nei suoi errori, anche nelle sue gravi colpe, ma altresì nelle sue grandezze e nei suoi eroismi. Combattente contro il fascismo legò sempre quest’azione al lavoro politico per il comunismo, una causa a cui non smise di credere, fino alla morte un po’ misteriosa, avvenuta nel 1973, a seguito di un avvelenamento dopo un viaggio in Cile. Comunista e antifascista, dunque, Secchia, torna  problematicamente attuale non foss’altro perché tra ricerca storica e dibattito politico, il nesso tra i due termini si è affievolito, e anzi v’è una forte tendenza a sconnettere non solo il comunismo dall’antifascismo, ma quest’ultimo dalla democrazia, come se non fosse vero che è stato l’antifascismo la culla della democrazia, in questo Paese e nell’Europa tutta e che i comunisti sono stati la componente principale, anche per il prezzo pagato in termini di vite, della lotta contro il fascismo. 

Non fu un caso che Secchia (schierato, all’interno del Pci del Secondo Dopoguerra, su posizioni minoritarie, da rivoluzionario-stalinista quale fu) dedicasse tanta attenzione, sia da studioso, sia da militante, alla Resistenza. Firmò, con Filippo Frassati, anche una grande, celebrativa Storia della Resistenza, in due volumi illustrati in grande formato (Editori Riuniti), in occasione del ventennale. Meno di dieci anni dopo, nel 1973, realizzò (per Mazzotta editore) in un grosso tomo un’ampia silloge di scritti vari che intitolò, con stentorea efficacia, La Resistenza accusa. Era un repertorio delle occasioni mancate, a partire dalla rivoluzione non realizzata con la Guerra di Liberazione stessa, in polemica con una parte del suo stesso partito, e soprattutto con quello che a lui, come a tanti altri – non solo comunisti: si pensi a tanta polemica dei postazionisti, dei socialisti di sinistra, di laici autenticamente democratici, per esempio – sembrava un nuovo “regime”, più morbido ma altrettanto pericoloso di quello fascista; ossia il “regime” democristiano. Il libro uscì postumo, e rimane come un testamento che oggi ha senso riprendere proprio davanti alle rinnovate polemiche sul XXV Aprile e la Costituzione che ne fu figlia legittima (e legittimante la Repubblica): solo ricordando ciò possiamo ancora riconoscerci in questo Stato.

Certo le analisi storico-politiche di Secchia difficilmente sono condivisibili, impregnate di uno rozzo schematismo marxista-leninista; ma il suo spirito di combattente le vivifica e la sua biografia eccezionale rende l’uomo degno del massimo rispetto. Fu, la vita del vercellese Secchia (nato a Occhieppo Superiore, nel 1903) tutta nella battaglia contro il fascismo – battaglia che, ripeto, egli identificava in quella per il comunismo: non per caso aderì al Pcd’I alla sua fondazione, nel 1921 –, tra arresti e processi, condanne e fughe, clandestinità e lotta armata: Biella, Torino, Trieste, l’Europa… prima di diventare, nella Resistenza, commissario generale delle Brigate Garibaldi, egli fu uno dei principali animatori dell’azione contro il regime, che infine riuscì ad acciuffarlo definitivamente, dal ’31 al ’43: tra carcere e confino, oltre 12 anni. Un titolo d’onore che iscrive il nome di Pietro Secchia tra i benemeriti della patria repubblicana, alla cui fondazione partecitò anche formalmente sedendo nell’Assemblea Costituente. La vicepresidenza del Senato, accanto a quella dell’Anpi, furono un degno coronamento istituzionale di un’esistenza tutta in seno al movimento operaio, anche quando, schierato su posizioni staliniste, condivise scelte sbagliate e orientamenti nefasti, per la storia stessa della Sinistra internazionale.

In uno dei suoi ultimi interventi pubblici, cogliendo un senso di stanchezza dei giovani verso le celebrazioni resistenziali, si chiese: “abbiamo fatto tutto quanto era possibile per … far conoscere che cos’è stata la Resistenza, che cos’è stato il fascismo”? Oggi, quella domanda, davanti a un revisionismo sempre più ridicolo e insieme pericoloso, appare più che mai necessaria.