Mostri si nasce o si diventa?
di Enrico Penati
E finalmente i giudici della Cassazione sono arrivati alla verità. I
diciassette morti di Piazza Fontana, quei diciassette corpi saltati in aria nel
salone d’ingresso della Banca dell’Agricoltura in un giorno del dicembre 1969,
sono stati uccisi, appunto, da una corrente d’aria. E la si smetta di parlare
di bomba fascista e la si pianti lì una buona volta di parlare di Strage di
Stato. Non c’è stata alcuna bomba - o. se c’è stata non era fascista - lo Stato
non c’entra nulla, la si finisca di blaterare di depistaggi, di vergognosi
insabbiamenti, di compromissioni fra la polizia, i servizi segreti e parti
dello Stato.
La colpa era di quelli, morti o feriti che siano risultati, che si trovavano lì
nel posto sbagliato e nel momento sbagliato. Tanto è vero che i giudici della
Cassazione non hanno potuto fare a meno di addebitare agli eredi dei morti e
dei feriti le spese sostenute da questo sollecito sistema giudiziario italiano
che per oltre trentacinque anni si è
dato da fare - non risparmiando tempo, fatica, intelligenza e perle di saggezza
da parte dei giudici di ogni ordine e grado - pur di arrivare a scoprire la
verità. E tutti gli italiani di buoni sentimenti non potranno fare a meno di
essere tentati di annotare su un particolare taccuino i nomi di questi sommi,
dottissimi, impareggiabili magistrati - che tutto il mondo ci invidia - perché
la loro memoria sia tramandata di generazione in generazione e consegnata a chi
di dovere.
Ci fu un tempo, di poco successivo a quel dicembre 1969 e sempre nell’ambito di
tutta quella congerie di fatti e di misfatti che passò, e ancora passa, sotto
la generica indicazione di “Piazza Fontana”, Luigi Pintor scrisse su “il
Manifesto” un fondo intitolato “I Mostri”, uno dei più significativi articoli
di fondo apparsi su quel giornale - che pure ne abbondava - in quegli anni. Se
non ricordo male l’occasione era fornita dall’inaugurazione dell’anno
giudiziario, cerimonia alla quale i giudici di Cassazione partecipano travestiti
con toga bordata di ermellino ma più ancora di boria e di ostentato disprezzo
verso tutti coloro che aspettano giustizia e non messa in scena, esattamente
come facevano quattro secoli fa i giudici inglesi ai tempi di Carlo primo,
prima che Cromwell e gli altri Puritani prendessero la decisione che tutti
sappiamo.
Luigi Pintor definì “mostri” quegli inverosimili personaggi che già alle prime
battute della vicenda giudiziaria per “i fatti di Piazza Fontana” facevano
capire benissimo che in prima pagina bisognava buttare un mostro e che quel
mostro si doveva chiamare Pietro Valpreda.
Come a quasi tutti coloro che in Italia vogliono affermare la verità in faccia
al potere, anche a Luigi Pintor capitò di essere denunciato per vilipendio. Ed
un giorno, tanti anni dopo, e precisamente quel 25 aprile del 1994 nel corso di
quella straordinaria manifestazione a Milano in risposta alla prima vittoria
elettorale di Berlusconi, flagellati da una pioggia torrenziale, Pintor mi
disse - riferendosi ad un’altra vicenda giudiziaria assai simile - che in
Italia soltanto quei giornalisti che almeno una volta sono stati denunciati per
vilipendio verso qualche potere di “questo” Stato, hanno il diritto di essere
considerati giornalisti. Gli altri, tutti i “ben oui oui”, sono dei bravi
impiegati, cosa che non deve suonare “vilipendio” per nessuno. Gli impiegati di
concetto esistono, e sono loro.
Questa meravigliosa sentenza di Cassazione sui “fatti di Piazza Fontana”, che
dovrebbe essere l’ultima ma essendo l’Italia la culla del diritto non si può
mai dire, arriva quasi in contemporanea con la notizia delle attenzioni un poco
pesanti che il signorino Angelo Izzo aveva avuto, pochi giorni fa, nei
confronti di due ragazze. Per carità non parliamo di duplice assassinio, nessuno può essere definito colpevole se non dopo le tre sentenze di Tribunale,
Appello e Cassazione. Specie per un fascista
- al quale ed in quanto tale la magistratura nel suo complesso, ma con
le dovute eccezioni, assicura attenzione e rispetto - condannato in precedenza
per l’omicidio di altre due ragazze (meno di due alla volta ci rimette) ed in
semilibertà per decisione di solerti magistrati.
Vogliamo prevedere che questi stessi magistrati, così ben disposti nei
confronti del signorino Angelo Izzo,
quando arriveranno - perché ci arriveranno - in Cassazione saranno
pronti a confermare - se se ne presentasse l’occasione - che i responsabili di
Piazza Fontana sono proprio gli eredi dei morti e dei feriti, esattamente con
la stessa serietà con la quale avevano accertato che il signorino Angelo Izzo
non era più un ripugnante seviziatore ed assassino di povere ragazze ma un
bravo tipetto, pentito, tenero, affettuoso ed anche un poco mistico, quasi un
chierichetto un poco cresciuto e che aveva appena avanzato domanda di
iscrizione ai “Wojtyla boys”.