da: PRC - Area Ernesto - Ufficio stampa
Claudio Grassi (coordinatore di ‘Essere Comunisti’ – PRC)
Sintesi dell’intervento alla riunione della Direzione del 17 maggio 2005
Ritengo necessaria una riflessione sul dato elettorale di Rifondazione
Comunista poiché l’abbiamo troppo sbrigativamente abbandonato. A maggior
ragione dopo il risultato che ci giunge dalla Sicilia che conferma una tendenza
negativa. A Catania raccogliamo l’1,2% dei voti, non eleggiamo nessun
consigliere e tocchiamo il punto più basso della nostra storia. Le motivazioni
che sono state addotte allo scorso Comitato politico nazionale per spiegare
questi risultati deludenti non reggono. In particolare la tesi secondo la quale
nel voto regionale (poiché sarebbe un voto più amministrativo) noi saremmo
penalizzati rispetto al voto europeo (poiché essendo più politico sarebbe più
libero) non può essere portata come motivazione. Basta vedere i dati delle
consultazioni passate. Europee 1994: 6%, Regionali 1995: 8,6%; Europee 1999:
4,3%, Regionali 2000: 5%; Europee 2004: 6,3%, Regionali 2005: 5,6%.
Quindi è vero il contrario di quanto è stato sostenuto. Sempre, nella storia di
Rifondazione Comunista, abbiamo avuto un miglior risultato alle Regionali
rispetto le Europee, tranne quest’ultima tornata dove subiamo un arretramento.
Se vogliamo riflettere, quindi, e non mettere la testa sotto la sabbia,
dobbiamo partire da questo dato: Rifondazione Comunista nell’ultimo anno
subisce una perdita di consensi. A me sembrerebbe di un certo interesse – per tutti,
a prescindere dalle mozioni di appartenenza – capire perché è successo. A
maggior ragione in un contesto dove l’aspettativa era opposta (si pensava tutti
ad una crescita) e il partito era al massimo della esposizione mediatica
(congresso di Venezia, presenza del Segretario su tutti i grandi mezzi di
informazione).
Vorrei segnalare che arretriamo anche nei punti avanzati di movimento, nei
luoghi simbolo come Acerra, Scanzano e Melfi dove siamo stati protagonisti di
lotte importanti. Perché?
In poche righe non si può dare una spiegazione, auspico l’apertura di un
dibattito. Mi limito ad alcuni titoli.
1) La
nostra analisi della fase è sbagliata. Non è vero che “è cambiato il vento”,
che “il centrosinistra si è spostato a sinistra”, che “siamo usciti dal tunnel
degli anni 80”. Certo, ci sono stati movimenti importantissimi che hanno
reagito alle politiche di guerra e liberiste, ma il tratto dominante resta –
purtroppo – la guerra che continua, la rielezione di Bush e di Blair e anche
sul prossimo voto tedesco gli scenari non sono incoraggianti. Sul versante dei
rapporti di forza tra le classi – che io continuo a ritenere il vero termometro
che può segnare un cambiamento di fase – come si fa a non vedere la difficoltà?
Negli anni 90 in Francia, in Italia e in Germania si parlava di riduzione
d’orario, oggi la Ig Metall è costretta a firmare contratti dove l’orario si
aumenta a parità di salario e il Parlamento europeo vota (con il consenso di
una parte significativa della sinistra politica e sindacale) una direttiva che
concede di superare le 48 ore settimanali.
2) Siamo
passati in poco tempo da un estremo all’altro: dalla proposta di “rompere la
gabbia dell’Ulivo” all’ingresso nell’Unione con la disponibilità ad entrare in
un governo senza aver concordato preventivamente un programma. Ciò ha
disorientato il nostro elettorato e ha reso il nostro messaggio scarsamente
credibile.
3) La
svolta neoidentitaria (nonviolenza, attacco al Novecento, angelizzazione della
Resistenza), apprezzata da Occhetto, dal Riformista e da tutti gli ambienti
moderati del centrosinistra, non ha entusiasmato i nostri compagni ed elettori
che sono interessati ad una riflessione critica sulla storia comunista, ma non
ad una sua rimozione.
Roma, 18 maggio 2005