da PRC - AREA ERNESTO -
UFFICIO STAMPA
Articolo Claudio Grassi che uscirà domani (28/05/05) su Liberazione
“Una relazione bellissima. Montezemolo non ha
nascosto nessuno dei problemi del paese, proponendo soluzioni forti”. Così
Romano Prodi. “... una sollecitazione a dare impulso a
una politica economica e industriale all'altezza dei problemi. Non mancavano
proposte che indicano come sia possibile tornare a far
crescere l'Italia”. Così Piero Fassino.
Sarebbe meglio che parlassimo di questo, e cioè delle
distanze sempre più abissali tra la componente moderata del centrosinistra e
Rifondazione Comunista, anziché delle alchimie politiciste
che di volta in volta emergono nel centrosinistra. Sono due anni che si perde
tempo. Almeno da quando Rifondazione Comunista ha deciso – giustamente
- nell'estate 2003 che bisognava prioritariamente contribuire, assieme alle
altre forze del centrosinistra, alla sconfitta di Berlusconi. Si è
parlato di Fed, di Gad, di Unione,
di primarie, di liste e listini, non si è ancora scritta una parola comune,
sulle questioni di fondo, tra sinistra alternativa e sinistra moderata. Adesso
si proseguirà ancora per mesi in questa estenuante
discussione. E cioè: Prodi avrà o no una sua lista?
Sarà lui il candidato o spunterà Veltroni?
Rispunteranno le primarie? Una pena!
La verità è che l'opposizione in questi anni ha vissuto di rendita. L'unico
collante è stato l'antiberlusconismo. E le vittorie elettorali rischiano di diventare la vittoria
di Pirro se queste forze poi non saranno in grado di
dimostrare che oltre ad essere unite contro qualcuno sono anche capaci di
unirsi per fare qualcosa.
Era inevitabile. I nodi vengono al pettine.
La componente moderata dell'Unione - che non ha
sostanziali divergenze programmatiche - ha un problema di assetto organizzativo:
la Fed è l'anticamera di un partito politico (come auspicano Prodi e la
maggioranza Ds) o, viceversa, i partiti che vi fanno parte sono destinati a
mantenere la loro autonomia (come vorrebbero Margherita e sinistra Ds)? Questa
è la contesa che si è sprigionata in questi giorni e che è stata esasperata da
due esigenze contrapposte.
Da un lato Rutelli e la maggioranza della Margherita,
che vedono nello sfaldamento del blocco sociale che ha
sostenuto Berlusconi una occasione irripetibile per intercettarne una larga
parte. Operazione che verrebbe preclusa qualora si
costituisse un soggetto politico ad egemonia Ds. Dall'altro
lato Prodi, che non intende governare senza guidare il partito più
importante che sostiene il governo stesso. Ma, come giustamente è stato detto,
i partiti non si inventano. Prodi dovrà
farsene una ragione e dedicarsi al ruolo che è chiamato a svolgere in qualità
di candidato della coalizione: verificare se ci sono le condizioni per
costruire un programma condiviso tra tutte le forze che oggi si oppongono a
Berlusconi. Questo è il tema che dobbiamo porre noi e più in generale la
sinistra di alternativa.
Il vero problema dell'Unione non è lo scontro tra Prodi e Rutelli:
sulle grandi scelte di politica estera e politica economica sono entrambi sulla
stessa lunghezza d'onda ed è quindi più che probabile che alla fine trovino
l’intesa. Il vero problema dell'Unione è la distanza profonda, confermata anche
l'altroieri dalle valutazioni contrapposte sulla
relazione di Montezemolo, che separa la Fed da
Rifondazione Comunista e, più in generale, dalla sinistra di alternativa.
Basta guardare alla politica estera, altro punto decisivo per un futuro
governo, e al contrasto tra le tesi espresse da D'Alema (esportare la democrazia anche con l'uso della forza)
e le nostre. Come si può costruire un programma comune di governo se si dicono
cose così distanti sulla politica estera e sulle grandi scelte di politica
economica?
Questa la questione che con coraggio e determinazione dobbiamo
porre all'Unione e –contemporaneamente - discutere in modo trasparente nel
paese. L'errore più grave che potremmo fare sarebbe
quello di rimuovere questo problema, dando l'impressione al popolo della
sinistra che le gravi divergenze che ci hanno diviso in passato siano superate.
Io non sono di questa opinione. Devo prendere atto,
purtroppo, per quello che leggo, che la leadership maggioritaria dell'Unione
non intende operare alcuna cesura rispetto a scelte che noi abbiamo contrastato
negli anni passati.
Mi chiedo come si faccia a non cogliere, da parte di tutti,
la drammaticità di questo problema.
Da tempo continuiamo a sottolineare che non c'è solo
il rischio di perdere la sfida con Berlusconi, presentandosi divisi alle
elezioni. C'è anche il pericolo, forse ancora più grave, di vincere e dopo poco
tempo, magari di fronte alla prima legge finanziaria o alla prima crisi
internazionale, di non riuscire a stare assieme.
Che fare, dunque? Prima di tutto
parlare di questo e lasciare perdere altre questioni procedurali (primarie o
listini elettorali) che servono solo a farci perdere tempo prezioso.
Parlare di contenuti, dandoci obiettivi massimi, ma prevedendo anche alcune
subordinate. Se c'è l'intesa sul programma si può
entrare nel governo, altrimenti vanno valutate tutte le altre possibilità che
ci consentano comunque di unire le forze per cacciare Berlusconi. Ciò che
decide, come sempre, a mio parere, sono i contenuti.
Per esempio, quali proposte per uscire dalla crisi economica? Insistere ancora
sul costo del lavoro, sulla flessibilità, come è stato
fatto in questi ultimi 25 anni, oppure cercare di dare nuovo slancio
all'economia attraverso un aumento di salari e pensioni, recuperando risorse
dalle rendite e dai profitti (gli utili delle imprese in Italia sono passati,
tra il 2002 e il 2004, da 8 a 30 miliardi di euro!)? Insistere ancora su
liberalizzazioni e privatizzazioni oppure mettere in campo, come
è stato fatto in altri paesi europei, un forte intervento pubblico
capace di orientare risorse in settori ritenuti strategici e in ricerca e
formazione? Continuare a privatizzare il sistema previdenziale, consegnando
anche il Tfr alle assicurazioni private, oppure
rilanciarlo - invertendo la tendenza delle ultime controriforme - recuperando
l'evasione contributiva, separando l'assistenza dalla previdenza e garantendo
quindi a tutti una pensione che consenta di vivere la
vecchiaia con tranquillità? Un analogo ragionamento potremmo farlo sugli altri
grandi temi: il lavoro, la scuola, l'immigrazione, il Mezzogiorno,
l'informazione, la democrazia, ecc.
Un discorso a parte deve essere invece fatto per la politica estera. Qui non
c'è una via di mezzo. Siccome i nostri interlocutori - D'Alema,
Fassino, Rutelli, ma anche
Prodi - continuano a sostenere che la guerra in Kosovo
fu giusta poiché si trattò di un “intervento umanitario” è bene far presente
subito a loro e al paese che anche noi non abbiamo cambiato idea e che – quindi
- non esistendo “guerre umanitarie”, qualora ne venissero
fatte altre la nostra presenza nell'esecutivo cesserebbe automaticamente.
Queste ed altre questioni sono da porre sul tappeto subito all'interno
dell'Unione suscitando nel paese -contemporaneamente- un dibattito diffuso e
coinvolgente su: quale programma, quale unità, quale alternativa
a Berlusconi.
Assieme a ciò sarebbe utile, poiché darebbe maggiore forza al nostro progetto,
che la sinistra di alternativa (quella, per
intenderci, che sostenne il referendum per l'estensione dell'art. 18) si
dotasse di una proposta programmatica comune, lasciando fuori dalla porta
qualsiasi discussione su assetti organizzativi. E non
sarebbe male se iniziassimo ad evidenziare con forza che molte delle
contraddizioni che stanno vivendo non solo Rifondazione Comunista, ma molte
altre forze politiche di questo paese, sono determinate da questo abominevole
sistema elettorale maggioritario. Un buon sistema elettorale proporzionale sul
modello tedesco sarebbe stato e sarebbe tuttora più idoneo per il nostro paese.
Varrebbe la pena, anche su questo, rilanciare con forza un
grande iniziativa politica.