Torino, 21
giugno 2005
“Uscire dalla
crisi, ma da sinistra”
Intervista a Marilde Provera
di Nicola Favaro
- La prima domanda è scontata: qual è la situazione economica e produttiva del
nostro paese dopo quattro anni di Berlusconi?
Dopo quattro anni di Berlusconi la situazione è pesantissima: siamo un paese in
recessione con un’economia che non riesce più a rilanciarsi a livello europeo,
che non riesce a reggere neppure una produzione nazionale dedicata al paese.
Sarebbe un errore imputare tutto ciò solo al governo Berlusconi, perché già
prima è mancata una politica di programmazione settoriale che facesse lievitare
le punte di eccellenza sostenendo settori quali l’informatica, la chimica,
l’automobile che, al contrario, sono andati via via tutti in crisi e hanno
chiuso: come la farmaceutica, la siderurgia, e si potrebbe fare un lungo
elenco. Berlusconi con le sue politiche totalmente liberiste ci ha condotto al
tracollo senza nemmeno tamponi che salvino l’economia interna.
- In questo contesto la Confindustria rilancia oggi, soprattutto ai sindacati,
l’idea di un patto per uscire dalla crisi e arrestare il declino economico
dell’Italia, con le solite ricette che puntano, come sempre a colpire i redditi
da lavoro. Quale sarà secondo te la posizione che terranno i sindacati?
Facendo queste richieste Confindustria ha gettato la maschera: a Confindustria
va bene un governo di centro-sinistra perché pensa che questo le garantirà la
realizzazione di quelle condizioni che il centro destra oggettivamente non può
realizzare. Con la destra al governo l’opposizione sociale è effettiva e
grande… Questo significa che le organizzazioni sindacali devono tenere un
profilo di rappresentanza sociale alto se vogliono tentare primo di rilanciare
il paese, secondo, ma con uguale valore del primo punto, di tutelare gli
interessi dei propri rappresentati, vale a dire i lavoratori. La Cgil finora ha
tenuto un profilo buono, è riuscita a ricondurre a ragionamenti di questo tipo
anche la Cisl e la Uil. La Fiom sicuramente è stata il pungolo che ha
consentito in Cgil di mantenere questo profilo alto. Io temo che rispetto a
questo prossimo congresso la Fiom rimanga isolata rispetto ad una posizione
Cgil più attendista su quale sarà il futuro governo. Questo è quanto di più
sbagliato un sindacato può fare: il sindacato deve fare il suo programma, il
suo congresso, definire i suoi contenuti, non importa con quale governo
rapportarsi. Io spero che almeno in Cgil si possa mantenere questo profilo.
- In questo congresso che ruolo e che peso può giocare nella Cgil la sinistra
interna?
Può tenere forte la barra a sinistra, quindi dando forza alle posizioni
espresse dalla Fiom nel suo congresso, chiedendo che il congresso Cgil si
svolga con punti chiari: sicuramente, a livello internazionale, il no alla
guerra, sicuramente per quanto riguarda i diritti sindacali, una legge per la
rappresentanza sindacale e il voto dei lavoratori. È indispensabile poi, se si
vuole mantenere l’autonomia sindacale, dire con chiarezza che la concertazione
non può e non deve ritornare, perché toglie autonomia e spazi alla lotta
sindacale, toglie diritti ai lavoratori e abbassa il potere di acquisto di
salari e pensioni.
- Il timone riformista del centro sinistra sembra puntare ad un nuovo accordo
concertativo tra Confindustria e sindacati. È possibile oggi per il PRC un
accordo programmatico e di governo con queste forze moderate del centro
sinistra?
Bisogna vedere cosa si intende fare da grandi, questo è il punto. Se il PRC
vuole mantenere un suo profilo di rappresentanza delle parti più deboli e
quindi garantire che il sindacato possa svolgere autonomamente il proprio ruolo
deve dire con la chiarezza con cui già lo ha detto in tempi passati e recenti
che la concertazione è stata indiscutibilmente nefasta perché non ha messo in
campo i lavoratori quando c’era uno scontro e perché ha rincorso le politiche
delle compatibilità. Di fronte alle politiche delle compatibilità ovviamente i
padroni han sempre giocato la carte del “non si può”, i lavoratori non hanno
messo in campo le forze perché la concertazione non lo prevedeva e così gli
accordi sono stati di profilo basso. Rifondazione non può quindi oggi sposare
un profilo che veda riproporsi la concertazione.
- Quali sono i punti programmatici in materia di lavoro e politica economica
che Rifondazione Comunista deve ritenere irrinunciabili nel confronto con le
forze moderate del centro sinistra?
È un discorso molto complesso. Io penso che in primo luogo vadano trovate le
risorse per reinvestire e redistribuire reddito: sono due capitoli che
prevedono molti quattrini. Si deve ad esempio effettuare un recupero sulle
rendite parassitarie e finanziarie, ed è ovvio che non mi riferisco alla
tassazione dei bot del pensionato o alla prima casa. Va poi recuperata l’evasione
e l’elusione fiscale che a tutt’oggi sono altissime nel nostro paese. Con
queste risorse vanno perseguite politiche di investimento decidendo che alcuni
settori strategicamente importanti per il nostro paese se non hanno volano ed
energia utile nel privato vedano direttamente l’intervento dello stato, primo
fra tutti il settore dell’auto. E va poi utilizzata la leva del sostegno al
reddito per redistribuire la ricchezza.
Bisogna chiedere a tutte le parti, e qui si vede poi la buona fede dei padroni,
che questi contengano i loro guadagni, contengano i profitti altissimi che
vanno nelle tasche di manager e dirigenti, per aumentare salari e pensioni. Una
redistribuzione del reddito a favore di impiegati, operai e pensionati può far
riprendere il consumo interno; con un aumento del consumo interno le aziende
italiane trovano un volano per la ripresa e possono tentare di rilanciarsi
anche a livello europeo.
E in più io penso che l’Italia debba porre con forza a livello europeo la
richiesta di clausole sulle importazioni da paesi più deboli, che non sono
quelle dei dazi come chiede la Lega, ma che sono legate alle condizioni di vita
e di lavoro delle persone in quei paesi. Quindi no al lavoro minorile, no allo
sfruttamento delle donne, si stabiliscano degli standard internazionali sugli
orari di lavoro e vengano rispettati, salute, sanità, rispetto dell’ambiente:
questi sono tutti elementi su cui fare barriera per incentivare così quei paesi
a produrre meglio per l’ambiente, meglio per l’essere umano, meglio per il
prodotto che consumiamo.