da Liberazione del 06/07/2005
Camera di
consultazione: due nodi da sciogliere
di Bruno Steri
La discussione sui temi della rappresentanza e delle forme della politica -
promossa sabato scorso dalla camera di consultazione della sinistra - ha avuto
il pregio di circoscrivere ulteriormente i contorni di alcuni punti critici. Di
questi, due mi paiono essenziali: la proposta di una lista elettorale unitaria
che dia rappresentanza alla sinistra dell’Unione e il giudizio sulle imminenti
primarie. Faccio riferimento per comodità al ragionamento di Oliviero
Diliberto, che con nettezza ha prospettato il primo punto, dicendo subito che a
mio parere esso mette capo a una conclusione non condivisibile.
Non vi è dubbio che l’ultimo scorcio dell’anno politico ci ha posto davanti ad
un’offensiva delle forze neocentriste dell’Unione, le quali – anche
approfittando dei ritardi della sinistra – si sono tempestivamente disposte a
raccogliere le opportunità offerte dalla crisi del blocco sociale delle destre,
dotando la coalizione anti-Berlusconi di un profilo politico-programmatico
sempre più moderato e sempre meno “di alternativa”. Ritengo che da ciò dovrebbe
discendere l’urgenza di dispiegare davanti al paese e senza reticenze la
dialettica programmatica e il confronto sui contenuti; e, per questa via,
provare ad avanzare sul terreno generale del consolidamento della sinistra di
alternativa, entro un percorso di lotta alle politiche di destra e in
un’interlocuzione costante e aperta tra partiti e pezzi di partito, forze sociali
e di movimento.
E’ questa la strada per dare fondo alle risorse disponibili a sinistra, per
rispondere sul serio all’esigenza di unità: non già prefigurando la scorciatoia
di una precipitazione elettoralistica. Ciò vale per un altro essenziale motivo.
Anche dal punto di vista – del tutto comprensibile – della resa elettorale, non
è vero che la somma aritmetica dei consensi di partenza dia automaticamente il
risultato sperato: è vero anzi il contrario, soprattutto quando il calcolo
elettorale si trovi a forzare i tempi della politica.
E’ perfettamente legittimo che ad esempio – superando “le resistenze di chi non
intende mettere in discussione il proprio ‘logo’” – vi sia chi punti a mettere
insieme entro un “programma arcobaleno” una “sinistra ecologista, plurale e
radicale”, che metta “alle spalle le culture ideologiche del novecento” (cfr.
l’articolo di Cento/Bulgarelli su Il Manifesto del 2 luglio scorso). Bisogna
però sapere che c’è (non solo in Italia) una quota non marginale di elettorato
in vario modo comunista, che non considera il simbolo della ‘falce e martello’
una specie di reperto archeologico ed anzi lo collega all’obiettivo del
riscatto sociale e di una profonda trasformazione della società capitalistica:
hanno dovuto verificare ciò i comunisti spagnoli, i quali hanno visto quasi
annientato il loro patrimonio (identitario e di voti) all’interno del
raggruppamento “di sinistra radicale” Izquierda Unida.
Ciò sia detto, lo ripeto, a prescindere dalla necessità ineludibile di
affrontare e possibilmente cominciare a sciogliere i problemi di contenuto, che
– come ha ricordato Rossana Rossanda nella sua relazione sul Trattato
costituzionale europeo – permangono e non sono di poco conto.
Restando sul versante dei contenuti, vengo al secondo punto. E dico che mi ha
molto stupito constatare, nell’ambito di una discussione sulla rappresentanza e
le forme della politica, la sostanziale assenza – a parte un paio di
apprezzabili eccezioni – di un tema a mio parere decisivo: quello degli effetti
nefasti prodotti dall’attuale sistema elettorale. Ascoltando la relazione di
Paul Ginsborg, che criticava la separatezza della politica e constatava il
“fallimento soggettivo” del progetto di una politica nuova e più vicina alla
gente, ho ricordato alcuni dati posti in rilievo nell’ambito di un’analisi del
voto nella regione Lazio: dati che giustamente erano fatti valere come esempio
di una mutazione concernente in generale la politica italiana.
A Frosinone, in occasione delle regionali del 2000 il Prc ottenne circa 11 mila
voti e, complessivamente, 4.800 preferenze; alle ultime regionali, su un totale
di 17 mila voti si sono registrate intorno alle14 mila preferenze. L’incremento
del rapporto preferenze/voti, peraltro riscontrabile un po’ dovunque, ha a che
fare con un processo che concerne la qualità della politica. Esso costituisce
il segnale di una mutazione degenerativa; la quale coinvolge tutti, perché
nessuna forza politica è per definizione ad essa impermeabile. In estrema
sintesi, i valori e le idee-forza cedono il campo all’appeal personale di un
candidato; e l’azione delle cellule di base di partiti e associazioni tende a
trasformarsi, almeno parzialmente, in quella di comitati elettorali ad
personam.
Qui sta uno dei meccanismi involutivi di fondo indotti dal sistema attuale.
Ora, lo strumento delle primarie – stabilendo un rapporto diretto tra
elettorato e leader in competizione tra loro – costituisce per così dire
l’apogeo di tale tendenza alla personalizzazione della politica, a sua volta
brodo di coltura per torsioni istituzionali autoritarie all’insegna della
primazia di leader e premier. Sarebbe dunque paradossale che fossero scambiati
per istanze di democrazia diretta istituti tipici della democrazia
plebiscitaria (la cui attivazione è in controtendenza rispetto alla stessa
opposizione alla controriforma istituzionale delle destre).
Il punto è che si lascia che simili rilevanti questioni siano piegate alle
esigenze della tattica. In una congiuntura difficile, prendendo atto del
terreno indicato da altri, si prova a sparigliare anche con strumenti estranei
alla propria cultura politica. Ma anche sul piano del risultato a breve, non
credo che il gioco valga la candela: il sicuro vincente (Romano Prodi)
conseguirà ulteriori titoli per tirare le fila del programma e vincolare ad
esso la coalizione. Non mi sembra una gran prospettiva.