Ma il comunismo non è il superamento del capitalismo sul piano dell’organizzazione della cosa pubblica, o meglio ancora, sul piano del potere di controllo ed organizzazione della cosa pubblica?
di Tiziano Tussi
Un titolo
ottocentesco per sdrammatizzare da subito una questione chiarissima. Non so
quanti iscritti a Rifondazione (diciamo) comunista leggano il Sole-24 ore. Se
lo facessero avrebbero potuto trovarvi importanti parole del loro segretario il
giorno 10 luglio. Queste parole discettavano della superiorità del capitalismo
industriale rispetto a quello finanziario. E non in un’ottica di evoluzione
storica, non per ciò che potrebbe riguardare un’analisi delle tappe del
capitalismo stesso, di ciò che lo stesso ha superato nelle sue varie fasi. Ma
proprio la bontà del capitalismo industriale in sé nei riguardi di quello
troppo avventuroso, cannibale, dice il nostro, capitalismo finanziario.
Tutta l’intervista sarebbe da chiosare, ma pare questo un esercizio francamente
inutile ai fini di chiarire il pensiero di Bertinotti che si rivela francamente
ancora una volta per quello che è, un non comunista che gioca con categorie
culturali vicine alla galassia di sinistra con le quali vuole sorprendere gli
interlocutori e presentarsi come fine dicitore e pensatore. Fine pensatore su
una questione nata morta da sempre è cioè che il capitalismo, per essere
accettabile, ciò che Bertinotti vuole, deve essere anche etico. Avere una
morale. Una sana morale. E perciò, per questo, taccia di immoralità quello
finanziario perché, e sono parole sue, non si riesce a riscontrarne il
tracciato. In sostanza non si sa chi sono i possessori dei danari, da dove
vengono i soldi. Come se i soldi puzzassero.
Si sa da secoli che pecunia non olet,
il denaro non puzza. Da dove venga va bene. Può esser di derivazione pura e/o
immorale ma sempre soldi sono. E le fortune del capitalismo, storicamente, sono
sempre strate a diretto contatto con guerre, assassini, truffe, aggiotaggi,
raggiri, stragi ecc. ecc. Continuare a ripeter che così non dovrebbe essere a
cosa serve? Nell’intervista del Sole, Bertinotti
se la prende con Fassino che invece ha equiparato, sempre sullo stesso
giornale, i capitalisti tra loro. Finanziari e produttivi pari sono. Certo i DS
hanno oramai perso ogni verginità e si apprestano, quando e se vinceranno le
prossime elezioni politiche, con Bertinotti di rimbalzo, a governare anche le
porcherie più squallide, pur di governare.
Ma la critica di Bertinotti avverte ancora qualche pruderie. Lui parla ancora di economia pubblica, non statale,
che dovrebbe aggiustare i guai del capitalismo privato. Ma come? Il nostro cita
Claudio Napoleone e l’aumento dei salari e la diminuzione dell’orario di
lavoro. La domanda: “Ci risiamo con le 35 ore?” E Bertinotti, che capisce al
volo, sa chi leggerà in primis
le sue parole, non certo i trinariciuti del suo partito, infatti risponde: ”In
questa fase credo che la questione degli orari possa essere messa in secondo
piano. Ma la priorità del potere d’acquisto, insieme con i diritti contro la precarizzazione
e la valorizzazione del patrimonio ambientale, è la priorità numero uno.”
Traduciamo: Bertinotti dice di sapere benissimo che non si può lavorare di
meno, con tutta questa concorrenza internazionale, che punta proprio sulla
quantità di lavoro prodotta e perciò la riduzione della giornata lavorativa ce
la possiamo scordare. Anche se a dire il vero non è mai stata una battaglia di
punta per Bertinotti. Dichiarata e poi messa da parte non è più stata ripresa
da anni. E’ servita per fare cadere, assieme a tante altre considerazioni, il
governo Prodi, per quello D’Alema, nel 1998, e poi ha dormito nel cassetto dei
desideri, sonni lunghi e profondi. Ora pare venire ricordata solo per
riprendere uno spauracchio, ma niente di più. Quello che serve veramente è la
ridistribuzione del reddito, un aumento dei consumi, così anche Billè, capo dei
commercianti, può stare tranquillo. Si dovrebbe spendere di più, certo con un
occhio di riguardo alla montagne, al mare, che debbono rimanere puliti, ma
comunque spendere di più. Non importa se poi lo stesso ambiente è stato
distrutto proprio dal capitalismo industriale. L’economia riparte.
Del resto lo stesso Bertinotti, nell’intervista, ricorda che l’Italia “senza
l’auto in particolare” non decolla. Proprio l’auto che è stata la merce che più
ha contribuito a svellere il territorio italiano con autostrade e strade
costruite all’uopo, con il trasporto su l’imponentissimo trasporto su rotaia,
con tutto ciò che ne consegue, nel senso della privatizzazione dello spostamento
territoriale e dei bisogni legati ad esso, ad esempio con la mortificazione del
trasporto pubblico. L’auto è anche tutto questo. Ma il nostro sorvola leggero.
E sorvola leggero anche sulla tassazione dei patrimoni, la tassa patrimoniale:
“…io non uso più il termine patrimoniale, perché si faceva confusione”. Ma chi
faceva confusione? Il termine patrimonio è abbastanza chiaro o comunque
chiaribile. A questo punto il nostro si riduce a chiedere di tassare il
patrimonio immobiliare. Ma non c’è già l’ICI, ad esempio, e la casa non rientra
nei beni tassabili?
Ma la sua vera verve politica la si può intendere pienamente in una piccola
dichiarazione che ha rilasciato in occasione di una tre giorni svoltasi da
pochissimo a Viareggio per ricordare Giorgio Gaber, che nelle sue canzoni, da
ultimo, si era rivolto all’uomo, né di sinistra né di destra, all’uomo puro – e
tralasciamo la critica di Marx, che da secoli resta in piedi, a questa
insulsaggine – e perciò piace a destra e a sinistra ai veri uomini, quindi anche
a Bertinotti, in compagnia di Feltri, altro vero uomo, accomunati nella stessa
occasione. E l’accostamento la dice tutta. Bertinotti, virgolettato – Il
Corriere della Sera, 21 luglio: “Parliamoci chiaro, io non ho bisogno che Gaber
mi insegni che il potere non lo si prende ma lo si critica, perché questo me lo
dice anche il subcomandante Marcos, l’ha detto Rosa Luxemburg!” Tralasciamo
l’accostamento tra Gaber e Marcos e soprattutto tra Marcos e la Luxemburg.
Veramente risibile. Restiamo alla prima parte della dichiarazione.
Il potere non lo si prende, lo si critica. Ma il comunismo non é il movimento
che cambia lo stato delle cose? La critica al potere va bene ma per sostituire
a quello che c’è un altro potere. A meno di diventare più parmenideo di Parmenide,
e c’è già Emanuele Severino che copre egregiamente questo ruolo, su tutt’altro
livello, come fa un politico, e per di più segretario di un partito comunista a
dire una castronata simile? E come fanno gli iscritti a quel partito a non
chiedere spiegazione al proprio segretario? Nello stesso articolo del Corsera,
Mario Capanna, tenta una distinzione tra il primo ed il secondo Gaber. Gli
risponde Giulio Giorello dicendo che “… il Cerutti che monta in fretta sulla
Lambretta perché la sta fregando, il Riccardo che da solo gioca al biliardo…è
già un’esperienza di libertà”. Ecco sarebbe bello che i simili andassero a
braccetto con i simili. Bertinotti dovrebbe avere elettori che si riconoscono
nella pochezza delle parole di Giorello, ma solo loro.
Sarebbe tutto più chiaro.