www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 24-07-05

Ma il comunismo non è il superamento del capitalismo sul piano dell’organizzazione della cosa pubblica, o meglio ancora, sul piano del potere di controllo ed organizzazione della cosa pubblica?


di Tiziano Tussi

 

Un titolo ottocentesco per sdrammatizzare da subito una questione chiarissima. Non so quanti iscritti a Rifondazione (diciamo) comunista leggano il Sole-24 ore. Se lo facessero avrebbero potuto trovarvi importanti parole del loro segretario il giorno 10 luglio. Queste parole discettavano della superiorità del capitalismo industriale rispetto a quello finanziario. E non in un’ottica di evoluzione storica, non per ciò che potrebbe riguardare un’analisi delle tappe del capitalismo stesso, di ciò che lo stesso ha superato nelle sue varie fasi. Ma proprio la bontà del capitalismo industriale in sé nei riguardi di quello troppo avventuroso, cannibale, dice il nostro, capitalismo finanziario.

Tutta l’intervista sarebbe da chiosare, ma pare questo un esercizio francamente inutile ai fini di chiarire il pensiero di Bertinotti che si rivela francamente ancora una volta per quello che è, un non comunista che gioca con categorie culturali vicine alla galassia di sinistra con le quali vuole sorprendere gli interlocutori e presentarsi come fine dicitore e pensatore. Fine pensatore su una questione nata morta da sempre è cioè che il capitalismo, per essere accettabile, ciò che Bertinotti vuole, deve essere anche etico. Avere una morale. Una sana morale. E perciò, per questo, taccia di immoralità quello finanziario perché, e sono parole sue, non si riesce a riscontrarne il tracciato. In sostanza non si sa chi sono i possessori dei danari, da dove vengono i soldi. Come se i soldi puzzassero.

Si sa da secoli che pecunia non olet, il denaro non puzza. Da dove venga va bene. Può esser di derivazione pura e/o immorale ma sempre soldi sono. E le fortune del capitalismo, storicamente, sono sempre strate a diretto contatto con guerre, assassini, truffe, aggiotaggi, raggiri, stragi ecc. ecc. Continuare a ripeter che così non dovrebbe essere a cosa serve? Nell’intervista del Sole, Bertinotti se la prende con Fassino che invece ha equiparato, sempre sullo stesso giornale, i capitalisti tra loro. Finanziari e produttivi pari sono. Certo i DS hanno oramai perso ogni verginità e si apprestano, quando e se vinceranno le prossime elezioni politiche, con Bertinotti di rimbalzo, a governare anche le porcherie più squallide, pur di governare.

Ma la critica di Bertinotti avverte ancora qualche pruderie. Lui parla ancora di economia pubblica, non statale, che dovrebbe aggiustare i guai del capitalismo privato. Ma come? Il nostro cita Claudio Napoleone e l’aumento dei salari e la diminuzione dell’orario di lavoro. La domanda: “Ci risiamo con le 35 ore?” E Bertinotti, che capisce al volo, sa chi leggerà in primis le sue parole, non certo i trinariciuti del suo partito, infatti risponde: ”In questa fase credo che la questione degli orari possa essere messa in secondo piano. Ma la priorità del potere d’acquisto, insieme con i diritti contro la precarizzazione e la valorizzazione del patrimonio ambientale, è la priorità numero uno.”

Traduciamo: Bertinotti dice di sapere benissimo che non si può lavorare di meno, con tutta questa concorrenza internazionale, che punta proprio sulla quantità di lavoro prodotta e perciò la riduzione della giornata lavorativa ce la possiamo scordare. Anche se a dire il vero non è mai stata una battaglia di punta per Bertinotti. Dichiarata e poi messa da parte non è più stata ripresa da anni. E’ servita per fare cadere, assieme a tante altre considerazioni, il governo Prodi, per quello D’Alema, nel 1998, e poi ha dormito nel cassetto dei desideri, sonni lunghi e profondi. Ora pare venire ricordata solo per riprendere uno spauracchio, ma niente di più. Quello che serve veramente è la ridistribuzione del reddito, un aumento dei consumi, così anche Billè, capo dei commercianti, può stare tranquillo. Si dovrebbe spendere di più, certo con un occhio di riguardo alla montagne, al mare, che debbono rimanere puliti, ma comunque spendere di più. Non importa se poi lo stesso ambiente è stato distrutto proprio dal capitalismo industriale. L’economia riparte.

Del resto lo stesso Bertinotti, nell’intervista, ricorda che l’Italia “senza l’auto in particolare” non decolla. Proprio l’auto che è stata la merce che più ha contribuito a svellere il territorio italiano con autostrade e strade costruite all’uopo, con il trasporto su l’imponentissimo trasporto su rotaia, con tutto ciò che ne consegue, nel senso della privatizzazione dello spostamento territoriale e dei bisogni legati ad esso, ad esempio con la mortificazione del trasporto pubblico. L’auto è anche tutto questo. Ma il nostro sorvola leggero. E sorvola leggero anche sulla tassazione dei patrimoni, la tassa patrimoniale: “…io non uso più il termine patrimoniale, perché si faceva confusione”. Ma chi faceva confusione? Il termine patrimonio è abbastanza chiaro o comunque chiaribile. A questo punto il nostro si riduce a chiedere di tassare il patrimonio immobiliare. Ma non c’è già l’ICI, ad esempio, e la casa non rientra nei beni tassabili?

Ma la sua vera verve politica la si può intendere pienamente in una piccola dichiarazione che ha rilasciato in occasione di una tre giorni svoltasi da pochissimo a Viareggio per ricordare Giorgio Gaber, che nelle sue canzoni, da ultimo, si era rivolto all’uomo, né di sinistra né di destra, all’uomo puro – e tralasciamo la critica di Marx, che da secoli resta in piedi, a questa insulsaggine – e perciò piace a destra e a sinistra ai veri uomini, quindi anche a Bertinotti, in compagnia di Feltri, altro vero uomo, accomunati nella stessa occasione. E l’accostamento la dice tutta. Bertinotti, virgolettato – Il Corriere della Sera, 21 luglio: “Parliamoci chiaro, io non ho bisogno che Gaber mi insegni che il potere non lo si prende ma lo si critica, perché questo me lo dice anche il subcomandante Marcos, l’ha detto Rosa Luxemburg!” Tralasciamo l’accostamento tra Gaber e Marcos e soprattutto tra Marcos e la Luxemburg. Veramente risibile. Restiamo alla prima parte della dichiarazione.

Il potere non lo si prende, lo si critica. Ma il comunismo non é il movimento che cambia lo stato delle cose? La critica al potere va bene ma per sostituire a quello che c’è un altro potere. A meno di diventare più parmenideo di Parmenide, e c’è già Emanuele Severino che copre egregiamente questo ruolo, su tutt’altro livello, come fa un politico, e per di più segretario di un partito comunista a dire una castronata simile? E come fanno gli iscritti a quel partito a non chiedere spiegazione al proprio segretario? Nello stesso articolo del Corsera, Mario Capanna, tenta una distinzione tra il primo ed il secondo Gaber. Gli risponde Giulio Giorello dicendo che “… il Cerutti che monta in fretta sulla Lambretta perché la sta fregando, il Riccardo che da solo gioca al biliardo…è già un’esperienza di libertà”. Ecco sarebbe bello che i simili andassero a braccetto con i simili. Bertinotti dovrebbe avere elettori che si riconoscono nella pochezza delle parole di Giorello, ma solo loro.

Sarebbe tutto più chiaro.