Una breve
nota sull’edizione del Manifesto del Partito comunista di Marx ed
Engels, pubblicato da Liberazione e dato in omaggio ai suoi lettori, a
luglio, con una introduzione del segretario del partito di Rifondazione
Comunista, Fausto Bertinotti.
Può esser utile riflettere anche su queste parole introduttive al celebre testo
comunista per cercare di fare ancora più chiarezza sul senso della politica del
partito sopra citato e delle primarie nel Centro-sinistra, che si terranno a
metà ottobre, cui Bertinotti parteciperà e il cui interesse verso questa sua
partecipazione per il partito di RC, nella sua parte maggioritaria, per i suoi
vertici, sta montando sempre più.
Si sa, il Manifesto è un testo chiave per aprire un discorso di
filosofia della storia in senso materialista, da parte dei due autori tedeschi.
Marx ed Engels, con differenze tra loro di taglio teorico, hanno lavorato
assieme tutta la vita. In queste poche pagine hanno condensato una sorta di
vademecum teorico e pratico per un movimento comunista che voleva diventare
qualcosa di più che una setta o un partito moralmente comunista ed
approdare a lidi di una coscienza storica legata al farsi materiale della vita
degli uomini.
Questo fondamentale e profondo senso dell'opera in oggetto non interessa
Bertinotti il quale rifugge proprio dalla storia e dalla storia del comunismo
così come essa si è venuta a sostanziare, dal Manifesto in poi. E’
chiaro che il cristallino cielo delle teorie non puzza mai. Tutto è bello.
Anche il capitalismo, guidato dal liberalismo settecentesco, a livello teorico
è puro e candido come un pargoletto. Vita, libertà, democrazia, pari
opportunità, proprietà privata, felicità: tutti valori meravigliosi. I guai
cominciano quando li si vuole mettere in pratica per tutti, rimanendo
all’interno del recinto capitalista. Alla prova dei fatti quelle applicazioni
non reggono, non hanno retto e non pare reggeranno in futuro, stando le
condizioni in cui quegli stessi valori sono ora praticati.
E’ per questo che nasce la critica di Marx (ed Engels). E per questo che il
pensiero filosofico esce dalle secche dell’idealismo tedesco del
settecento/ottocento e si fa umano, con approcci materialistici, in primis
quello di Feuerbach, che parla di corpo reale, di necessità corporee. Ed il
corpo può puzzare, ammalarsi, marcire, incancrenirsi. Può essere, all’opposto,
anche bello, profumato, attraente. Per queste ultime possibilità basterebbe, a
volte potersi lavare spesso. Ma l’acqua diventa già un problema nel terso cielo
liberale. Non cogliere questa radicale differenza, non assumere la storia
dell’uomo, così come essa è stata fin’ora, e quindi la storia comunista, così
come essa è stata fin’ora, come un segmento di un percorso che può naturalmente
cambiare, migliorare, da quello che fin’ora è stato fatto, significa
fraintendere il comunismo storico, il materialismo storico. Infatti Bertinotti,
nella sua prefazione cita un cristiano, San Paolo, un liberale, Ralph
Dahrendorff, un illuminista, Rousseau, uno scienziato, credente, Darwin, un
catto-comunista italiano, Franco Rodano,
e solo una comunista, Rosa Luxemburg, ma pare per il solo fatto che
questa si può configurare come una martire del comunismo
Non c’è Lenin, non c’è (brivido) Stalin , ne Mao, ne Castro, ecc. ecc. Il
comunismo come sogno di riscatto. Ma se c’è una lezione che ci viene dal Manifesto
è stata proprio quella di considerare la storia reale dell’uomo come luogo
di vita di noi umani. Si parte o si riparte da lì. Altro non esiste, se non
nelle fiabe, nei racconti, nelle utopie. Ma questa è un’altra storia, non è la
storia dei comunisti, proprio a partire da Marx e da Engels, del resto mai
preso in considerazione nella prefazione. Chissà perché.
Tiziano Tussi