da http://www.lernesto.it
La sinistra e le
primarie
di Enrico Melchionda*
25/07/2005
Mi dispiace insistere, ma continuo a non capacitarmi di come sia possibile, da
parte della sinistra italiana, affrontare il problema delle primarie con tanta
leggerezza. L'impressione è che essa vada soggetta periodicamente a febbri
populiste che le impediscono di ragionare sulle conseguenze delle proprie
azioni e scelte. La febbre attuale ricorda quella che si ve-rificò all'epoca della
rivoluzione anti-partiti dell'inizio degli anni novanta. Allora ci si illuse di
poter sfruttare a proprio vantaggio la spinta verso la trasformazione del
nostro sistema po-litico, ma, com'è noto, si finì solo per preparare il terreno
alla destra e al berlusconismo. Comunque la febbre è il sintomo di una
malattia, ed è quindi a questa che bisogna rivolge-re l'attenzione e, si
spererebbe, la cura.
Intanto vale la pena notare che questa volta la febbre è molto più diffusa,
visto che non risparmia nessuno, neppure il partito della rifondazione
comunista, che anzi sembra in preda al delirio più acuto. Se infatti i Ds si
accingono a vivere la carnevalata delle primarie come una necessità, dettata
dalla scelta di puntellare la leadership di Prodi soprattutto do-po la sfida
politica portata dalla Margherita, il partito di Bertinotti si è fatto prendere
deci-samente dall'entusiasmo, evidentemente gasato dal colpaccio di Vendola in
Puglia. Non è che si illuda di vincere la nomination al posto di Prodi, ma non si
limita nemmeno più a fare manovra politica, nel senso di cogliere l'occasione
delle primarie per allargare la propria influenza. Ha invece sfoderato una
retorica che fa impallidire perfino i girotondisti populisti à la Flores
d'Arcais: le primarie sono ora diventate nientedimeno che lo strumento per far
spazio alla partecipazione e perfino per recuperare il distacco tra élite e
popolo. Ora, a parte che un partito il quale si richiama a una (qualsiasi)
tradizione comunista dovrebbe piuttosto arrossire di vergogna per simili
ingenuità, è chiaro che abbiamo qui il sintomo di qualcosa di grave che sta
avvenendo nella sinistra italiana.
Poiché nessuno è così ingenuo da non sapere che la logica delle primarie è
quella della personalizzazione e del direttismo, ovvero della democrazia
plebiscitaria, che vuole libe-rarsi delle istanze collettive e organizzate
della rappresentanza e del controllo dei cittadini nei confronti del potere, e
poiché sono inoltre ben noti gli effetti di smantellamento della partecipazione
popolare e di esaltazione dell'influenza politica plutocratica che tale logica
ha avuto nell'esperienza americana, bisogna chiedersi come sia potuto avvenire
che essa abbia sfondato in questa misura nella sinistra italiana.
Riflettiamo sulle ragioni per cui si tengono queste primarie. Prodi l'ha
spiegato con chia-rezza quando ha detto che come leader della coalizione non
può "accettare di regnare senza governare". Quindi non gli basta il
mandato dei partiti, ma vuole un'investitura per-sonale diretta da parte dei
cittadini. Tanto più dopo la rivendicazione di autonomia della Margherita e
dopo che è sfumata la costruzione di un partito del leader. E poco importa che
così le primarie finiscano per assomigliare più a un plebiscito che a
un'elezione. Quel che conta, dal punto di vista di Prodi, è ottenere una
risorsa in più da impiegare nell'eser-cizio della sua leadership al fine di
neutralizzare la capacità di condizionamento dei partiti. Una risorsa che,
unita con il controllo delle leve di governo su cui potrà contare se vince le
elezioni, può risultare davvero letale per i partiti. E' vero, il braccio di
ferro tra Prodi e Ru-telli ha dimostrato che i gruppi dirigenti dei partiti non
rinunceranno facilmente ad afferma-re le proprie ambizioni, e che probabilmente
riusciranno a governare lo svolgimento stesso delle primarie. Ma non è detto
che ci riescano per sempre, perché intanto accettano for-malmente il principio
che la scelta del leader non spetta a loro ma ai cittadini, e così in fu-turo,
con altri candidati e altri equilibri politici, l'ascesa di un Berlusconi di
sinistra non è affatto da escludere, specialmente se si considera il grado di
patologia cui è giunta la si-tuazione politica italiana.
Da questo punto di vista, le primarie di ottobre saranno tutt'altro che una
farsa. Se mai, dovrebbe inquietare il fatto che si ritenga generalmente normale
questa pretesa della per-sona destinata alla guida dell'esecutivo di
attribuirsi status e poteri di un monarca assolu-to. E a questo punto non si
capisce davvero perché opporsi a una riforma costituzionale come quella
promossa dal centro destra, che cerca di conseguire esattamente questo
ri-sultato, e lo fa con strumenti istituzionali ben più efficaci. Né meraviglia
che la bandiera della battaglia contro il maggioritarismo venga di fatto
lasciata cadere dalla sinistra, raccol-ta ormai dalla sola famiglia ex
democristiana, che non a caso è l'unica ad avere un proget-to di risanamento
del nostro sistema politico. Ma quel che forse è ancora più inquietante, dal
nostro punto di vista, è che nessuno a sinistra abbia avuto il coraggio di
chiamarsi fuori dal plebiscito. Neppure chi dalle primarie rischia di ricevere
solo danni. Mi sono chiesto il perché e la risposta che mi sono dato è che si
sono fatti prendere tutti dal timore di met-tersi contro la "volontà
popolare", contro una cosa che comunque viene percepita come
"moderna" e "di sinistra". Il che ci dice fino a che punto
sia stata introiettata la logica diret-tista e personalista.
Ora, non manca a sinistra chi ritiene che - ex malo bonum -, per quanto
discutibile, questa forma "moderna" di partecipazione possa
rappresentare comunque un'occasione per spo-stare in avanti gli equilibri
politici della coalizione. Ci si propone di farne quella grande consultazione
popolare sui programmi che non si è trovato il modo di realizzare
diversa-mente. E in questa chiave viene giustificata, ad esempio, la
candidatura di Bertinotti. A me sembra, francamente, una presa in giro. Perché,
intanto, le primarie sono per propria natu-ra la negazione della scelta basata
su un mandato programmatico. La loro funzionalità sta proprio nel fatto che
richiedono la scelta semplificata di una persona, valutata in base alla sua
immagine e alle sue attitudini, e non di azioni future che accrescono i costi
di informa-zione in maniera insopportabile per un qualsiasi elettore medio.
Perché bisogna prendere atto che oggi al personalismo dal lato del ceto
politico fa riscontro un personalismo dal lato dei cittadini, per cui gli
interessi individuali predominano sovente su quelli collettivi.
Ma l'imbroglio è tutt'altro che astratto. Sappiamo infatti che l'intera
coalizione di centro si-nistra si fonda e si tiene insieme su un unico
principio, oltre al "dovere patriottico" di cac-ciare Berlusconi: non
si tratta sui programmi. Perché questa è, evidentemente, una prero-gativa (o
una patata bollente) che viene ceduta al leader. Ed è infatti la condizione
dell'ac-cordo con Rifondazione, di cui Prodi è personalmente garante. Quindi,
in una competizio-ne i cui principali protagonisti sono proprio Prodi e
Bertinotti, una qualsiasi seria commi-stione tra primarie e programmi è una
contraddizione in termini. Ma allora perché do-vremmo firmare una cambiale in
bianco a delle (pur degne) persone? Perché il plebiscito per Prodi o, mettiamo,
un buon risultato di Bertinotti dovrebbero garantirci che l'eventuale governo
di centro sinistra non si riveli un nuovo fallimento e che non prepari ancora
una volta il terreno alla rivincita della destra?
La verità è che farsi coinvolgere in quest'avventura delle primarie rappresenta
per la sini-stra un errore dal punto di vista tattico e un'involuzione dal
punto di vista politico-culturale. L'errore sta nella valutazione degli
equilibri politici che vengono identificati nel centro sini-stra e nel tipo di
alleanza che viene prospettata. Accreditare le primarie come una via di uscita
democratica dalle liti che infestano in maniera ricorrente l'Unione significa
sottovalu-tarne o rimuoverne il senso, che va ben al di là di lotte di palazzo,
e rinunciare a costruire un'alleanza che trovi solidità nella negoziazione tra
soggetti programmaticamente diversi piuttosto che nell'incoronazione di un
leader. Per spostare a sinistra l'asse della coalizione bisognerebbe
innanzitutto evitare di regalare definitivamente i Ds a una collocazione
cen-trista. Invece la sensazione è che Bertinotti non voglia far altro che
riproporre il modello della Lega, aspettandosi di ricavarne un'analoga rendita
di posizione. Ma sarebbe un az-zardo, non solo perché Prodi non è Berlusconi,
ma anche perché - come già si vede dai risultati delle regionali - è
improbabile che l'elettorato lo premi.
Al di là dei calcoli politici che possono essere più o meno sbagliati, più o
meno riparabili, però, le scelte di cui stiamo discutendo preoccupano per ben
altri motivi. Se si scambiano le primarie per uno strumento capace di allargare
la democrazia vuol dire che si è ormai rinunciato a ricostruire quel principio
di identità forte e quella partecipazione organizzata che soli possono consentire
una soggettività delle classi subalterne e una trasformazione sociale profonda.
Di fronte alle difficoltà immani che quest'impresa comporta si può anche capire
la tentazione ricorrente della sinistra di prendere la scorciatoia del
populismo. Ma illudersi che bastino delle iniezioni di popolo (la sublimazione
nei movimenti o l'infatuazio-ne per le primarie) per rigenerare un sistema
politico sempre più autoreferenziale ha come unico effetto di indebolire
ulteriormente il legame rappresentativo e finisce per alimentare piuttosto
l'alienazione e il disinteresse dei cittadini.
* docente di Scienza politica e Politica comparata all'università
"L'Orientale" di Napoli.