da
Liberazione del 10/09/2005
Moneta per il
lavoro e per l'ambiente
di Emiliano Brancaccio
“Il mercato non ci salverà” dalla crisi ambientale in atto. Così sentenziava un
editoriale di Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 3 settembre. A
Patrizia Sentinelli questa presa di posizione fa piacere. Per questo, in un
articolo pubblicato il 7 settembre su Liberazione, ci invita ad abbandonare lo
scetticismo vetero-comunista e a collaborare tutti alla individuazione di
canali di dialogo con questa borghesia rinnovata, una borghesia evidentemente
folgorata sulla via di Damasco del disastro ecologico. Sentinelli è una
componente della Segreteria nazionale di Rifondazione comunista. Sarà il caso
pertanto di valutare il suo intervento con riguardo alla fase politica,
piuttosto che ai massimi sistemi sui quali ha pur generosamente tentato di
cimentarsi. Il partito è infatti alle prese con una vera e propria esigenza di
quadratura del cerchio: interagire con gli attuali alleati politici senza
rendere evanescente l’obiettivo prioritario di sostenere e promuovere le lotte
sociali. Tentare di dare un contributo, almeno riguardo a una corretta
impostazione del problema, potrà forse risultare di una certa utilità.
Lasciamo dunque da parte i grandi paradigmi della modernità e del piano – i
quali richiedono una dimestichezza che forse non è di questi tempi – e
poniamoci un problema semplice, immediato, oserei dire di “bassa contabilità”.
Supponiamo che il partito intenda farsi carico, attraverso una “inchiesta”, di
tutte le istanze di rivendicazione in materia ambientale che provengono dalla
società: rifiuti, dissesto idrogeologico, inquinamento atmosferico, caos
climatico, eccetera. Procedendo nella raccolta dei dati il partito avrà modo di
rilevare che la distribuzione del disastro ecologico risulta ancor più
sperequata di quella dei redditi. Ossia, con buona pace del concetto di
“esternalità uniformemente diffuse” tra la popolazione, i dati mostreranno che
gli output indesiderati del sistema si scaricano sulla classe lavoratrice e sui
ceti più deboli della società ancor più di quanto gli output desiderati
finiscano per la maggior parte nelle mani di capitalisti e rentiers. “La
questione ambientale è dunque questione di classe!” esclamerà qualche vecchio
marxista del partito. E in effetti, almeno questa volta, anche i più riottosi
verso le categorie del Novecento si vedranno costretti a dargli ragione. Si
vedranno cioè costretti ad ammettere che la catastrofe ecologica pende
pressoché tutta da un lato, quello dei già deboli ed oppressi.
I problemi tuttavia sono appena cominciati. Supponiamo infatti che il partito
affidi a degli esperti il calcolo economico del risanamento ecologico. La lista
delle rivendicazioni ambientaliste si tradurrà dunque in un numero, in un
costo. E che costo! Si scoprirà infatti che anche volendo trascurare l’ottica
di lungo periodo, anche cioè trattando i soli problemi urgenti (quelli che non
a caso si traducono in immediate proteste), si tratterebbe di costruire una
legge finanziaria apposita ogni anno. Roba da fare rivoltare la Commissione
europea, da far gelare il sangue al professor Prodi. A quel punto dunque si
aprirà la contesa: bisognerà verificare nell’arena politica in che modo si
possa almeno in parte finanziare l’emersione del gigantesco costo ecologico. La
borghesia, e più modestamente gli alleati politici che Rifondazione si ritrova,
risulterebbero in una simile circostanza “illuminati”?
Avanzo in proposito la seguente congettura. Essi si affretteranno a rammentarci
il “primo comandamento” del capitalismo contemporaneo: rispetta i vincoli di
“compatibilità” del sistema. Questi vincoli si possono riassumere nei seguenti
due imperativi. Primo: il salario per unità di prodotto dovrà risultare
decrescente. Vale a dire, le lotte per i rinnovi contrattuali e per il
miglioramento dei tempi e delle condizioni di lavoro (anche tempi e condizioni,
si badi, sono inclusi nella definizione di salario per unità di prodotto)
dovranno essere sempre subordinate all’obiettivo di collocare la produttività,
e magari l’inflazione, al di sopra della dinamica del salario monetario.
Secondo: la quota di disavanzo pubblico destinata alla spesa sociale (e
ambientale) dovrà risultare negativa. Il che significa che non si dovranno
generare disavanzi primari, ossia che al fine di erogare gli interessi ai
creditori dello Stato, i lavoratori dovranno pagare più tasse di quante saranno
le spese sociali ad esse destinati. Potrei rincarare la dose, ricordando che
nel cassetto dei nostri alleati c’è tuttora il “piano Ciampi” di abbattimento
del debito pubblico, per il quale è previsto un ulteriore allargamento del
divario tra i prelievi ai lavoratori e le erogazioni agli stessi. Credo
tuttavia sia meglio fermarci qui con il freddo calcolo delle condizioni
materiali, per quanto sia ormai palese che esso è indispensabile per evitare
l’abusata “chiacchiera”, per impostare cioè ragionamenti politici minimamente
sensati.
Dunque, si accettano scommesse riguardo al fatto che solo all’interno di questi
vincoli gli alleati politici del Prc concederanno che si possa discutere, di
ambiente e di quant’altro. Ciò significa che i profitti e le rendite dovranno
esser considerati dei dati esogeni e immutabili, mentre salari, tempi di vita e
di lavoro, lo stesso reddito sociale, la scuola e la sanità, i beni comuni in
campo sociale e soprattutto ambientale, tutte le rivendicazioni verranno
rinchiuse in un “gioco a somma minore di zero” (i vincoli infatti funzionano in
modo tale che la quota relativa di risorse ad esse destinata si riduca di anno
in anno!). Ossia, quelle rivendicazioni verranno messe in competizione diretta
tra loro. E non mi si venga a dire che la rimodulazione delle tasse sulle
rendite finanziarie può risolvere un problema di tali proporzioni: quella
rimodulazione è benvenuta ma, come direbbe Labriola, noi non siamo cretini.
Francamente credo che Gramsci - citato a sproposito, in questi giorni - non
tarderebbe a riconoscere proprio nella subordinazione a questi vincoli di
compatibilità una causa determinante dell’ormai stantio bisticcio rosso-verde
in seno alla sinistra. Insomma, quel bisticcio rischia ogni giorno che passa di
esser sempre più determinato, inasprito, “plasmato” dalla egemonia materiale e
ideologica della classe dominante. Basti pensare alla “decrescita” che, come ho
detto e ripetuto, solo se correttamente declinata può rappresentare
un’espressione utilmente provocatoria. Infatti, mentre in un contesto di
crescente socializzazione della moneta e dei mezzi di produzione costituirebbe
una opzione assolutamente razionale e praticabile, sotto i vincoli della
compatibilità capitalistica attualmente posti sui processi produttivi, sulla
tecnica, sugli stessi desideri, inevitabilmente si traduce in una chimera, o
peggio in un modo edulcorato di dire “decrescita della sola quota salari”. Il
conflitto interno ai rosso-verdi quale prodotto sterile della subordinazione
materiale e ideologica ai vincoli del capitale, e dell’assenza conseguente di
conflitto di classe. Ecco dunque svelato il vero pericolo che stiamo correndo.
Come uscirne? Propongo in tal senso un semplice esercizio per la congiuntura,
per i nostri giorni così oscuri, così poco moderni. L’esercizio è il seguente:
che da questo momento in poi tutti si assumano la responsabilità di rendere
esplicite le fonti di finanziamento per ogni azione nel campo dell’ambiente,
dei beni comuni, della riprogrammazione del pubblico (ma non si deve
riacquistare prima di riprogrammare?), e che a nessuno venga in mente l’idea
balzana di ricercare quelle fonti nei residui di reddito, di stato sociale e di
tempo liberato di cui la classe lavoratrice riesce tuttora ad appropriarsi.
Certo, potrebbe darsi che, nel tentativo di imbastire una soluzione
“compatibile”, qualcuno si azzardi a mettere in discussione la condizione
minima di invarianza del prodotto e del tempo sociale destinato ai lavoratori
(in parole povere, che qualcuno evochi la “decrescita” della quota salari, per
l’appunto). Ma questo significherebbe automaticamente rassegnarsi a una totale
subalternità politica e alla conseguente, fallimentare continuazione della
diaspora rosso-verde interna. Poiché voglio credere che non siamo giunti ad un
tale livello di autolesionismo politico, confido sul fatto che quella
condizione minima verrà da tutti rispettata, e quindi vedrete che l’esigenza di
rendersi “incompatibili” ai vincoli di cui sopra diverrà logicamente
inevitabile. A quel punto però non si tratterà certo di “dialogare” con i veri
o presunti “mea culpa” della borghesia illuminata, ma di scontrarsi con essa ad
ogni tavolo delle trattative. Vogliamo cominciare? Bene, basterebbe girare al
Corriere e agli alleati il nostro esercizio, e proporre loro di discutere la
seguente soluzione: moneta per il lavoro e per l’ambiente. Il che significa: 1)
messa sul conto del disavanzo primario a livello nazionale, e del Sistema delle
banche centrali a livello europeo, dei costi derivanti da un piano pluriennale
di riconversione ecologica dell’apparato produttivo e del territorio, un piano
che tuttavia scaturisca da una vera inchiesta, ovvero dalle istanze di
rivendicazione provenienti dal “basso”, dalla società; 2) ripristino di un
meccanismo automatico di agganciamento dei salari nominali all’inflazione
effettiva, in modo da garantire che l’input monetario a favore dell’ambiente
non ricada sui lavoratori, e da lanciare la contrattazione alla conquista
diretta degli incrementi di produttività. Purché ci si impegni a legare queste
due manovre a filo doppio, saremmo finalmente di fronte ad una proposta
dialettica, al tempo stesso costruttiva, immediatamente praticabile ma anche
“incompatibile” con gli attuali vincoli di sistema. Questa sì che sarebbe una
prima, concreta occasione di sintesi teorico-politica tra comunismo e
ambientalismo. Vogliamo vedere adesso il professor Sartori che ne pensa?