da http://www.lernesto.it
del 01/10/2005
Panebianco e la
politica estera dell'Unione
di Bruno Steri
Il fondo di Angelo Panebianco apparso su Il Corriere della Sera del 30
settembre scorso, ove sono segnalate con soddisfazione aperture da parte del
centro-sinistra – segnatamente del gruppo dirigente Ds, oltre che della
Margherita – nei confronti della tesi dell’ “esportazione della democrazia”,
non sorprende purtroppo più di tanto. Da tempo – dalla rielezione di Bush – è
in atto un riorientamento dell’atteggiamento di D’Alema e Fassino verso gli
Usa, che va nel senso di un’ancora più decisa ricucitura del rapporto tra le
due sponde dell’Atlantico: a partire, appunto, dalla suddetta questione di
principio.
Non può sfuggire la rilevanza di tale slittamento concettuale. Panebianco lo
rileva maliziosamente, sapendo bene che simili sortite non facilitano certo i
rapporti a sinistra e la discussione programmatica: e tuttavia coglie nel
segno. Concedere alla dottrina neocons e ai suoi esecutori la legittimità
morale, ancor prima che politica, di una missione planetaria in nome della
democrazia, significa aprire un varco fatale: se vale questo principio, ciò
significa che è certamente doveroso provare a convincere l’interlocutore di
turno con gli strumenti della diplomazia; sapendo però che a questi possono
sempre seguire – se il confronto pacifico dovesse restare senza esito – le
maniere forti. In fondo, è ciò che lo stesso Kissinger andava recentemente
“consigliando” all’Europa in merito alla vicenda del nucleare iraniano. Provate
pure a convincerli, ma datevi un tempo: scaduto il quale, occorrerà risolvere
in ogni caso il problema. Anche con l’uso della forza.
Inoltre, con tale atteggiamento, si asseconda la menzogna: si prende sul serio
ciò che mezzo mondo ha riconosciuto come pretestuosa giustificazione
dell’aggressione all’Iraq: un’aggressione – è bene non dimenticarlo mai – che
si è macchiata di crimini inauditi davanti all’umanità intera. Si cerca la
strada di un’apertura di credito con il potente alleato per l’eventuale futuro
governo, quando al contrario si dovrebbe drizzare la schiena e offrire ai
cittadini italiani un segnale chiaro circa l’immediato ritiro dei soldati
italiani dall’Iraq e dall’Afghanistan, nonchè il disimpegno da ogni altra
missione bellica, comunque giustificata e sotto qualsiasi egida. Il recente
summit delle Nazioni Unite ha del resto ancora una volta confermato il ruolo in
buona sostanza subalterno al volere dei potenti di tale organismo. Subalterno
nel metodo (nelle sue modalità di funzionamento) e nel merito: non a caso, il
discorso inaugurale tenuto dal presidente degli Stati Uniti ha proposto con
rinnovato vigore la missione dell’Occidente in nome della libertà e della
democrazia.
Considerando la cultura di ispirazione liberale, c’è davvero da trasecolare nel
vedere la stessa nozione di ‘democrazia’ talmente logorata nell’uso e asservita
alle esigenze del martellamento ideologico neocolonialista da essere invocata a
giustificare l’intervento “civilizzatore” dell’Occidente e l’imposizione,
l’esportazione coatta del suo modello sociale. Tale involuzione del quadro
politico ed etico-normativo è arrivata al punto di mettere esplicitamente in
discussione lo stesso principio di non ingerenza negli affari interni di uno
stato, secolare architrave di un sistema di relazioni internazionali improntate
alla ricerca di soluzioni negoziate e non belligeranti. Non sorprende dunque –
per ritornare al caso Iran – che Kissinger abbia fatto esplicito riferimento
alla necessità di “favorire” in quel paese un cambio di regime, qualora
l’evoluzione delle cose non fosse quella desiderata dall’establishment del
pianeta.
Che la parte maggioritaria del centro-sinistra non veda tutto ciò ed anzi ceda
sempre di più alla pressioni politiche e ideologiche d’Oltreatlantico è un
fatto grave: piombo nelle ali della discussione programmatica.