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http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=5790
Allarme democrazia?
di redazione Arcipelago
11/10/2005
Ovvero: quando la sinistra fa la destra e viceversa
Quello che sta accadendo è incredibile, ma qualcuno ricorderà che lo avevamo in
qualche modo previsto con largo, larghissimo anticipo. Sembra follia, ma è la
realtà sotto gli occhi di tutti: la destra politica propone il superamento
dell'indecente sistema elettorale maggioritario basato sui collegi uninominali
ed un sostanzioso (ancorché incompleto) ritorno al proporzionale, il sistema
più democratico e rappresentativo; la sinistra si arrocca nella difesa
dell'indifendibile sistema vigente, quello dove solo il 25% dei seggi viene
assegnato proporzionalmente ai voti presi dalle diverse liste (e solo le liste
che raggiungano almeno il 4% dei voti) e dove tre quarti dei seggi vengono
assegnati a chi vince in un singolo "collegio". In sostanza, con la
legge attuale, un partito come Rifondazione Comunista, con il suo 5% preso alle
ultime elezioni politiche, dovrebbe avere una trentina di deputati ed una
quindicina di senatori; invece, come tutti sanno, il PRC si è visto assegnare
solo 11 deputati (pari a circa l'1,7%) e la miseria di 4 senatori (pari a poco
più dell'1%).
Oltre alla mortificazione della rappresentanza, il maggioritario uninominale ha
prodotto effetti collaterali non secondari, fra i quali citiamo la diminuzione
della partecipazione elettorale dei cittadini, la moltiplicazione dei partiti
in Parlamento (dagli otto - nove della Prima Repubblica ai tredici -
quattordici attuali, per citare solo i maggiori), la diffusione del
trasformismo e del cambio di casacca, fenomeni quasi sconosciuti nella Prima
Repubblica, quando il passaggio di un politico da uno schieramento all'altro
era un fatto talmente raro da rappresentare un evento su cui si discuteva per
mesi.
L'aspetto più surreale della vicenda è rappresentato dal fatto che i più accesi
sostenitori storici del proporzionale sono ora diventati gli ascari del
maggioritario uninominale: il Bertinotti che non molto tempo fa, quando non
aveva ancora concordato la spartizione dei collegi sicuri con i DS, era
disposto a tutto per il proporzionale e si diceva disposto per questo anche ad
un "patto con il diavolo", ora vorrebbe mobilitare la piazza in
difesa del maggioritario! Lo stesso dicasi per i Verdi ed i Comunisti Italiani.
Siamo consapevoli dei motivi contingenti dell'improvvisa conversione al
proporzionale da parte del centrodestra, motivi dettati dalla necessità di
attutire, almeno in parte, l'effetto della prevista sconfitta elettorale,
garantendosi comunque un'adeguata rappresentanza parlamentare. Ma, aldilà della
polemica spicciola, cosa c'è di antidemocratico e addirittura di golpista nel
voler essere rappresentati nelle istituzioni proporzionalmente ai consensi
effettivamente ottenuti nelle urne? Qual'è il vero motivo che spinge il
centrosinistra e la "sinistra" a minacciare barricate che non hanno
alzato nemmeno quando Berlusconi ci ha portato in guerra?
La verità è, come sempre, piuttosto banale, e non ha nulla a che vedere con i
nobili ideali della democrazia: la verità è che tutto l'accordo fra le varie
famiglie dell'Unione si basa sulla fraterna divisione a tavolino dei collegi
uninominali, spartizione in base alla quale Bertinotti, per esempio, si sentiva
già in tasca una quarantina di parlamentari, senza nemmeno dover fare la fatica
di prendere i voti necessari. E il medesimo discorso vale per tutte le forze
dell'Unione, con l'eccezione dei DS, che sono contrari alla cancellazione dei
famigerati collegi uninominali per un altro motivo; i DS, infatti, sono il solo
partito dell'Unione che disponga di un buon numero di collegi sicuri,
sostanzialmente tutti quelli delle Regioni "rosse", Emilia - Romagna,
Toscana, Umbria e Marche. Partendo da questa certezza, i DS sono i soli che
possono garantire l'elezione agli esponenti dei "cespugli", peraltro
necessari per vincere nel resto d'Italia, come la vicenda di Mastella e della
sua Udeur simboleggia magnificamente, anche se il ricatto incrociato riguarda
tutti i partiti. Non è un caso, infati, che il sardo Diliberto sia andato a
farsi eleggere in un solido collegio del Mugello e che anche uno dei
parlamentari più vicini ai movimenti, il romanissimo Paolo Cento, abbia
preferito - a scanso di sorprese - candidarsi in Emilia - Romagna.
Il commercio dei collegi all'interno dell'Unione è chiaro: i DS sono costretti
a garantire collegi sicuri ai propri alleati, i quali sono a loro volta
indispensabili per vincere negli altri, quelli dove anche le percentuali da
prefisso telefonico possono fare la differenza. A destra, la situazione è un
po' diversa, nel senso che non esiste nessuno che possa disporre di un numero
elevato di collegi blindati, per cui le trattative per l'assegnazione delle varie
candidature sono sempre state basate su meccanismi diversi (ma non meno sudici)
da quelli in uso nel centrosinistra. L'abolizione dei collegi uninominali
spazzerebbe via in un colpo solo il malcostume dei ricatti incrociati, e questo
non può che essere un bene per la democrazia.
Non potendo dire apertamente come stanno le cose, le obiezioni mosse dal
centrosinistra alla riforma proporzionale sono dunque segnate da una
strumentalità che sfiora il ridicolo: si dice, per esempio, che non si può
cambiare la legge elettorale quando mancano pochi mesi alla fine della
legislatura, sorvolando sul fatto che alla fine della legislatura mancano
ancora almeno sei o sette mesi, molti di più di quelli intercorsi fra
l'approvazione del maggioritario e la fine dell'ultima legislatura eletta con
il proporzionale. Si dice anche che di legge elettorale si parlerà subito dopo
le le elezioni, e qui si sprofonda nella vergogna, specialmente - ma non è una
novità - da parte degli ex proporzionalisti come Bertinotti, i quali non
possono non sapere che cambiare sistema elettorale subito dopo le elezioni
significa delegittimare il Parlamento appena eletto e rendere quindi necessario
un nuovo e immediato ricorso alle urne con il nuovo sistema: è per questo che
le riforme elettorali sono sempre state fatte al termine della legislatura.
Si dicono anche altre monumentali sciocchezze, come il fatto che la soglia di
sbarramento al 4% renderebbe inutile il voto ai piccoli partiti, omettendo di
dire che la stessa soglia esiste già per la quota proporzionale del 25%
prevista dalla legge attuale, esiste da più di dieci anni nella maggior parte
delle leggi elettorali per le Regioni e si evita anche di dire che, con la
legge vigente, tutti i voti ai candidati perdenti nei collegi uninominali sono
voti inutili. E lasciamo perdere la cialtroneria di chi (Bertinotti, tanto per
cambiare) fino a poco tempo fa sosteneva il "sistema tedesco", che
prevede uno sbarramento addirittura al 5%.
Per meschini calcoli di bottega, la sinistra sta perdendo una grossa occasione
per rendersi protagonista di una vera battaglia di democrazia, e la sta
regalando alla destra. L'appello che ci sentiamo di rivolgere al popolo di
sinistra è quello di disconoscere apertamente e pubblicamente le posizioni
isteriche espresse dai leaders in questi giorni: anziché chiamare a barricate
sulle quali non salirà nessuno, si impegnino per migliorare la riforma proposta
dal Polo, segnatamente per quanto riguarda la soglia di sbarramento e il premio
di maggioranza. In altre parole, pretendiamo che una sinistra almeno decente si
impegni per ottenere più democrazia e rappresentanza di quanto proponga la
destra, non meno.
Il nostro appello è rivolto a tutto il popolo di sinistra, ma giocoforza
investe particolarmente i militanti e i simpatizzanti di Rifondazione
Comunista, il partito da sempre più coerentemente schierato per il
proporzionale e che avrebbe dunque le carte in regola per costringere la destra
ad un confronto vero sulla legge elettorale: è importante che dal PRC, o almeno
dalle sue aree non bertinottiane, si levino alte le voci di chi non baratta un
principio di democrazia con una manciata di collegi. Chiediamo troppo? Forse
no, vista l'ottima e coraggiosa dichiarazione di Claudio Grassi, dirigente
della minoranza più corposa, quella che fa capo alla rivista L'Ernesto e al
sito www.lernesto.it. Quella dichiarazione fa pensare che esista ancora qualche
forma di vita sul pianeta Rifondazione; ci auguriamo che non resti isolata.