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Sulle dichiarazioni di D'Alema a riguardo dell'uccisione di Mussolini

 

da http://www.anpi.it/dichiarazioni/anpi_dalema_041105.htm

L'ANPI sulle dichiarazioni di Massimo D'Alema

Con riferimento alle dichiarazioni dell'On. Massimo D'Alema rilasciate per un libro di Bruno Vespa e anticipate da Panorama, secondo le quali l'uccisione di Mussolini, avvenuta il 28 aprile 1945 a Giulino Mezzegra ad opera di un comandante partigiano inviato dal Corpo Volontari della Libertà, rappresenterebbe "uno di quegli episodi che possono accadere nella ferocia della guerra civile, ma che non possiamo considerare accettabili" e che sarebbe stato meglio sottoporlo a un giudizio come quello di Norimberga, ove furono processati alcuni dei massimi esponenti nazisti, la Presidenza nazionale e la Segreteria nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (A.N.P.I.) esprimono un fermo e motivato dissenso.

L'esecuzione di Mussolini fu un atto di giustizia deliberato ed eseguito nel corso, se pure alla fine, della guerra di Liberazione nazionale dagli organi che erano, anche formalmente e istituzionalmente, i legittimi rappresentanti del Governo italiano nell'Italia occupata, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (C.L.N.A.I.) e il Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà (C.V.L.), organi dotati di tutti i poteri inerenti allo stato di guerra.

Quell'atto di giustizia era stato motivato per le gravissime responsabilità, dalla soppressione violenta di ogni libertà, agli eccidi e stragi di cittadini italiani che a Mussolini, più che a chiunque altro, erano riferibili come capo del primo fascismo e del secondo fascismo, quello particolarmente sanguinario di Salò.

L'esecuzione del capo del fascismo era reclamata da tutti gli Italiani in espiazione delle enormi sofferenze che le sue decisioni e la sua politica avevano causato al nostro popolo.

E anche di questo sentimento gli organismi responsabili della Resistenza si fecero interpreti.

Diversa la situazione della Germania, nella quale non vi fu una Resistenza armata e i capi del nazismo furono catturati dagli Alleati che organizzarono il processo di Norimberga.

L'osservazione dell'On. D'Alema in merito non tiene conto della realtà storica.

Roma, 4 novembre 2005


da http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=7007&numero=’44’
D’Alema : "Mussolini non doveva essere ucciso"...


E’ stato giusto fucilare Mussolini? Il presidente dei Ds riapre, decontestualizzandola, un’inutile polemica


di Nicola Tranfaglia


Chi ha seguito distrattamente la politica italiana dopo l’89 potrà stupirsi per l’intervista di Massimo D’Alema a Bruno Vespa sulla morte di Mussolini, che da ieri è in copertina sul maggior settimanale berlusconiano e recita testualmente: ”Mussolini non doveva essere ucciso”. Plaudono alle parole del presidente dei Ds Silvio Berlusconi e, naturalmente, Alessandra Mussolini. Tutti gli altri, storici e politici, a cominciare dal segretario dei Ds, Piero Fassino, non sono d’accordo e ritengono che quella intervista sia un altro errore compiuto da D’Alema.


Vale la pena spiegare perché, tenendo presente che le opinioni del presidente dei Ds hanno un peso e un rilievo pubblico, non trattandosi delle posizioni di un qualunque privato cittadino.

D’Alema confida al giornalista principe del regime berlusconiano che non è stata giusta l’esecuzione di Mussolini a Dongo per ordine del Clnai (Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia) e che occorreva invece andare a un processo regolare con tutte le regole del caso.


L’uomo politico dimentica, o finge di dimenticare, che l’episodio è avvenuto negli ultimi giorni dell’aprile 1945 dopo venti mesi di guerra feroce sul territorio italiano e dopo che il capo della illegittima Repubblica sociale italiana (legittimo era il regno di Italia ormai tornato a Roma) ha rifiutato la resa senza condizioni che gli era stata offerta dai partigiani nella riunione svoltasi alla prefettura di Milano qualche giorno prima. Mussolini, come è noto, dopo aver rifiutato di arrendersi, era fuggito con le truppe naziste in ritirata travestito da soldato tedesco e lì, vicino Como, era stato riconosciuto e arrestato.


Era stato dunque catturato mentre la guerra tra partigiani e nazisti era ancora in corso e giudicato dall’unico organo legittimato a giudicarlo, il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia.

Parlare come fa il presidente dei Democratici di sinistra della opportunità, o necessità, di un processo regolare significa decontestualizzare completamente il fatto rispetto alla nostra storia e introdurre una forma di revisionismo che non ha nessuna ragione di essere, come quasi tutti gli storici e i politici interpellati hanno detto senza esitazioni.