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Le nostre ragioni

di Bruno Steri

su L'ERNESTO del 24/02/2006


Perché “Essere Comunisti” ha votato contro il Programma dell’Unione

Editoriale al n. 1/2006 della rivista L’ERNESTO

La discussione sul programma dell’Unione, svoltasi recentemente negli organismi dirigenti del Prc, ha - com’è noto - fatto registrare giudizi divergenti e voti contrapposti. Le minoranze del partito, ciascuna muovendo da propri e non sovrapponibili ragionamenti politici, hanno espresso una valutazione negativa sul concreto risultato del confronto programmatico. Per quel che concerne ‘Essere comunisti’, componente da tempo schierata a favore di un’interlocuzione a sinistra per la costruzione di un’alternativa al governo delle destre, si è trattato di una scelta non facile; e tuttavia inevitabile, stante quello che è apparso il riscontro dei fatti. Non vi è dubbio che i compagni del nostro partito impegnati nel suddetto confronto abbiano svolto un lungo e faticoso lavoro ed anche che tale fatica abbia potuto strappare dei risultati parziali; che però l’esito del confronto abbia dato luogo nel suo complesso ad un programma riformatore è tesi assolutamente non condivisibile.

TRE PRECISAZIONI

Ad evitare fraintendimenti e poiché il frastuono della contesa pre-elettorale rende particolarmente arduo stare alla sostanza delle questioni, è bene subito provvedere a tre precisazioni preliminari. In primo luogo, è giusto tenere presente che il giudizio riguarda eminentemente l’esito ufficiale del percorso, il testo uscito a seguito del “corpo a corpo” attorno ai tavoli tematici. Ma è chiaro che tutto il contesto entra in tale valutazione e ne condiziona toni e contenuti: comportamenti delle forze politiche, autorevoli dichiarazioni verbali dei singoli espresse prima e dopo la formalizzazione cartacea del programma – tutto ciò ha contribuito e contribuisce al consolidarsi di un’opinione, a dare fondamento alla valutazione politica concernente la futura tenuta della coalizione. In tal senso, è vero che scripta manent e che le parole scritte sono pesanti come pietre: è però altrettanto vero che anche ciò che è scritto, quando include silenzi importanti o si configura in formulazioni non sufficientemente determinate, può autorizzare interpretazioni differenziate e, nell’immediato futuro, le condotte più diverse. Si è detto che in ciò risiede “l’elemento dinamico della politica”, il conseguimento di “spazi aperti all’azione futura” (Bertinotti), da valorizzare compiutamente coi movimenti e nel conflitto. Ciò vale, a patto che si siano fatti bene i conti della propria forza e di quella altrui. “Il programma fotografa l’Unione così come essa è ora. La politica è invece un fatto dinamico e le posizioni cambiano al mutare dei rapporti di forza” scrive, chiosando sul medesimo registro, un foglio vicino alle posizioni del centro-sinistra. E conclude: “Il confronto sarà più ‘utile’ quando si conoscerà il peso reciproco delle forze dell’Unione. Anche se una cosa però si sa già da adesso, ed è chi decide: decide quello che ha vinto le primarie” (Europa, 14-2-2006). Asserzione alquanto ruvida, ma che senza dubbio coincide col pensiero del leader della coalizione, il quale – a proposito di uno dei punti più problematici rimasti in sospeso nelle 284 cartelle del programma scritto – ha tagliato corto e ha dichiarato che “la Torino-Lione si farà, punto e basta”, poiché “il programma è una cornice, il quadro lo decido io”. Se questi sono i propositi del mattino, c’è davvero da sperare che nel corso della giornata “i movimenti” trovino le risorse per rovesciarne il segno (e che, nel frattempo, non arrivino ad includere lo stesso Prc quale loro obiettivo polemico “di governo”). Dire insomma “il programma c’è, ma manca l’Unione” non è fare un’affermazione lieve.

La seconda puntualizzazione concerne l’oggetto della nostra divergenza. Questa non consiste nel decidere se il bicchiere del programma è mezzo pieno (Rossanda) o mezzo vuoto (Parlato), quanto piuttosto nel chiarire rispetto a cosa si proclama tale moderata soddisfazione o tale delusione. Certamente, se si ha in mente l’obiettivo elettorale di “battere la Casa delle libertà” si può anche argomentare che il programma “non è molto, ma va in direzione del tutto diversa” (Rossanda). Dico: lo si può sostenere; non dico però che il suddetto programma sia in grado di dare alla coalizione la spinta di cui avrebbe bisogno per voltare pagina in modo duraturo e consolidare un’alternativa politica e di governo. In altre parole, il nodo del contendere - almeno per quel che ci riguarda - non consiste nell’obiettivo prioritario di battere le destre e dunque nella necessità di costruire le condizioni elettorali perché questo avvenga: su questo non c’è alcuna divergenza. Il punto cruciale della nostra discussione sta nella partecipazione di ministri comunisti in un eventuale governo di alternativa e nella valutazione delle condizioni politiche e programmatiche minime che possano autorizzare tale scelta. E’ in merito a tale giudizio che la constatazione “non è molto, ma va in direzione diversa”, ammesso e non concesso che sia pienamente valida, non è comunque più sufficiente.

Terza precisazione. Comprensibilmente, le fonti su cui basiamo il nostro giudizio sono il testo definitivo del programma, con il corredo delle relative notizie giornalistiche, e il resoconto della sua contrastata definizione fatto in occasione delle ultime convocazioni di Cpn e Direzione nazionale del partito. Come è stato peraltro da tutti riconosciuto, è dunque clamorosamente mancato quel che era stato inizialmente previsto: l’attivazione di sedi di confronto (quali le assemblee regionali per il programma) che coinvolgessero, accanto agli iscritti dei partiti, il complesso dell’associazionismo e della società civile schierata a sinistra, così da garantire una costruzione programmatica partecipata e “dal basso”. E dire che fummo noi – i “vetero-comunisti” – ad essere accusati di lambiccarci attorno ai “paletti” e di voler così rinchiudere la trattativa nelle segrete stanze degli addetti ai lavori e delle segreterie, precludendola ai movimenti: questa sì, è una vera e propria “eterogenesi dei fini”. In ogni caso, simili notazioni metodologiche (che, pure, si era detto facessero sostanza) sono ormai travolte dagli eventi ed è bene, a questo punto, passare rapidamente al merito delle questioni.

PACE E GUERRA

Il giudizio di fondo è che il programma dell’Unione appena varato tampona in alcuni punti il disastro procurato dalla politica delle destre (ci mancherebbe altro!), ma nel suo impianto generale e su questioni essenziali non è affatto un programma di svolta: non è il programma dell’alternativa. E men che meno in esso c’è traccia di quella che dovrebbe essere una salutare riflessione sugli errori passati: eppure, avrebbe dovuto maturare la consapevolezza che il successo di Berlusconi alle ultime elezioni politiche non può venire ascritto meramente all’azione invasiva delle sue televisioni, che esso è derivato fondamentalmente dalla pesante delusione suscitata anche tra la nostra gente dai passati governi di centro-sinistra. Evidentemente la notte non ha portato consiglio: ed oggi ritroviamo, neppure troppo mimetizzato tra un correttivo e l’altro, tutta la sostanza dell’armamentario tematico di quello che abbiamo chiamato “liberismo temperato”. Nel merito, questioni internazionali e temi economico-sociali sono versanti decisivi. Qui di seguito ci limiteremo a ragionare su questi.

Quanto alle prime, cominciamo col dire che il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq trova nel testo una menzione; tuttavia, per stimare adeguatamente la bontà della mediazione raggiunta, occorre leggere con attenzione il complesso delle valutazioni in cui essa è inserita:

a) Il movimento contro la guerra ha da sempre chiesto il ritiro immediato e unilaterale: il programma dell’Unione si impegna a proporre “immediatamente al Parlamento” il suddetto ritiro, definendone le modalità a garanzia di non ulteriormente specificate condizioni di sicurezza, “in consultazione con le autorità irachene”. Non c’è qui la perentorietà richiesta né la risolutezza unilaterale che ad esempio contraddistinse il ritiro annunciato a suo tempo dal leader spagnolo Zapatero. Si tenga presente che persino il ministro Martino ha dichiarato che le truppe italiane saranno ritirate dall’Iraq “entro il 2006”: sull’impegno del nostro centro-destra non scommetteremmo di certo, ma da un governo dell’alternativa ci saremmo aspettati ben altra determinazione.

b) A rendere ancor più ambiguo il quadro, vi è poi l’ulteriore impegno - appena mitigato dal generico auspicio di un superamento dell’occupazione - a sostenere la “transizione democratica” e la “ricostruzione economica” dell’Iraq, nel contesto di una “internazionalizzazione della gestione della crisi irachena”. Al di là di ogni ipocrisia, sappiamo che la realtà irachena è quella di un paese devastato da un’aggressione bellica, amministrato da un governo che opera sotto il tallone dell’occupante (e a cui si oppone una consistente resistenza armata), già diventato terreno di caccia delle multinazionali occidentali (alla cui opera di saccheggio è stato non a caso conferito fondamento legale con il varo di una nuova carta costituzionale ad impronta iperliberista). Non si capisce dunque di quale “transizione democratica” dovremmo essere partecipi: parteciperemmo piuttosto al compimento di un selvaggio processo di colonizzazione.

Queste osservazioni acquistano un valore ancor più dirimente, non appena arriviamo a toccare ulteriori elementi di fondo, intimamente connessi con la futura politica estera di un eventuale governo di alternativa alle destre. Il testo programmatico, pur dichiarando a più riprese un impegno in direzione della pace e di azioni ispirate al multilateralismo, fa ad un certo punto riferimento all’articolo XI della nostra Costituzione, ma solo per sottolineare che esso “prevede e consente l’uso della forza in quanto misura di sicurezza collettiva”. Subito dopo, si cita la Carta delle Nazioni Unite per chiarire che in essa sono contemplati “criteri che distinguono la funzione di polizia internazionale dalla guerra”: come a dire che, al riparo della carta costituzionale e sotto l’egida degli organismi internazionali, potrebbe essere consentito l’uso della forza per missioni di polizia internazionale. Un po’ più avanti, nel capitolo ‘Le nuove politiche di difesa’, il testo diviene in merito lapidario: ”Noi pensiamo, per l’oggi e per il domani, che non sia possibile un impegno delle Forze Armate italiane fuori dai confini nazionali senza un mandato diretto e preciso delle Nazioni Unite e della Ue, e quindi nel rispetto dell’articolo XI della Costituzione italiana”. Pensando al recente passato, ci sarebbe dunque da chiedersi se il bombardamento di Belgrado sia da reputarsi un’impresa di guerra o una “legittima” operazione di polizia internazionale.

Quanto poi al futuro prossimo, non si può non rilevare la gravità e la pericolosità delle suddette affermazioni; tanto più se considerate alla luce dell’attuale contesto mondiale, segnato dalla barbarie della “guerra preventiva e indefinita” (rispetto alla quale la stessa Onu non ha certo brillato per capacità di contrasto). Da questo punto di vista, può ancor meno tranquillizzare il fatto che, pur all’interno di un caldeggiato “riequilibrio” dei rapporti transatlantici, il testo confermi il nostro Paese quale “alleato leale degli Stati Uniti”. Appunto: di questi Stati Uniti, di questo establishment. Qui, nell’assenza di una cesura netta con l’establishment Usa, si situa un punto politicamente cruciale. E, in connessione con la constatazione di tale rinnovata alleanza, potrebbe sorgere l’interrogativo: portiamo via dall’Iraq i nostri soldati, ma per dislocarli in qualche altro posto? Non a caso, Prodi ha immediatamente puntualizzato che le migliaia di militari italiani impegnati nelle altre missioni (Afghanistan, Balcani ecc.) resteranno dove sono.

Chiudiamo questo capitolo con due notazioni a margine, che rafforzano la preoccupazione per possibili sviluppi “bi-partisan” riguardo ai temi suddetti. In primo luogo dobbiamo prendere atto del moltiplicarsi, anche sul fronte del centro-sinistra, di iniziative tese ad accreditare nuovi modelli di difesa imperniati su missioni non semplicemente militari ma – più ambiguamente – civili/militari, caratterizzate cioè da finalità di difesa, sicurezza e peace-building (costruzione di pace): da ultimo, in tal senso si esprime un impegnativo documento (Quindici punti per la politica europea in Italia) a firma, tra gli altri, di Tommaso Padoa Schioppa. Possiamo dire che l’applicazione di tale “modello” ha sin qui significato, né più né meno, la protezione manu militari del perseguimento di interessi economici e geo-politici da parte dei Paesi ricchi ai danni di Paesi poveri. Imperialismo mascherato da buoni propositi: così è stato dalla Somalia all’Afghanistan. Domanda: è questa la cornice teorica che presiede anche al futuro impegno “democratico” in Iraq?

Va ricordato in secondo luogo che – in termini decisamente meno soft – in più di una circostanza il segretario dei Ds, rispetto ad un eventuale impegno militare italiano “legittimato” da accordi internazionali, ha ipotizzato il ricorso in Parlamento ai voti delle destre in nome dei supremi interessi del Paese. Come è purtroppo confermato da ricorrenti e autorevoli fonti giornalistiche, nubi fosche continuano ad addensarsi sui cieli del Medio Oriente, in particolare su Siria e Iran, essendo a quanto pare già testati dagli Usa piani di intervento bellico. Domanda: nella drammatica ipotesi di una decisione che dovesse coinvolgere più o meno direttamente l’Italia da qui a qualche mese, cosa dovrebbero fare i ministri comunisti presenti nel governo? La risposta è evidentemente scontata. Ma allora torniamo a chiedere: se tutto questo è drammaticamente possibile (anche solo per via ipotetica) nonché autorevolmente legittimato da formulazioni scritte e orali, come si è potuto avallare i presupposti programmatici concessi dal centro-sinistra in vista di un’entrata del Prc nell’eventuale futuro governo?

EUROPA

Un altro elemento dirimente nel giudizio sull’impianto politico complessivo del programma è l’enfasi sull’Europa, sulla necessità di un rafforzamento dell’integrazione europea, proposta nel quadro di una grave sottovalutazione del carattere nettamente restauratore sin qui assunto dalle politiche comunitarie. L’opzione europea è perorata e rilanciata in termini pervasivi per tutto il testo, come se i referendum francese e olandese fossero un mero incidente di percorso, quasi che tale duro responso non alludesse ad una crisi profonda dell’ispirazione liberista che guida le oligarchie dell’Ue. Dopo un rapido quanto generico accenno all’esigenza di promuovere standard sociali omogenei, diritti sociali e lotta all’esclusione, per “rispondere a tutte quelle domande e quelle paure” che sono andate sempre più diffondendosi, si propone senz’altro il rilancio della fase costituente (ma con quale Costituzione?) e la sua ratifica mediante referendum da tenersi su scala continentale in occasione delle elezioni europee del 2009. Sull’onda di tale impostazione, si esprimono pareri favorevoli circa la prosecuzione del processo di allargamento dell’Ue, con gli ingressi di Romania e Bulgaria e l’avvio dei negoziati per l’adesione della Turchia. E si sottolinea la necessità di sviluppare la Politica Estera e di Sicurezza Comune e la Politica Comune di Difesa (ma per quale politica estera?), anche attraverso “l’abolizione del diritto di veto nazionale nelle procedure decisionali di politica estera in seno al Consiglio europeo”.

Il vincolo europeo è, se possibile, ancor più marcato sul versante della politica economica. Qui l’invocazione per un coordinamento virtuoso delle tutele sociali si accompagna alla veemente rivendicazione delle compatibilità di bilancio, tanto più esaltata alla luce del disastro dei conti pubblici nazionali lasciato in eredità dal governo delle destre. Come se nel frattempo nulla fosse accaduto, viene dunque ribadito che il Patto di stabilità e crescita deve continuare ad essere “la leva per orientare le politiche nazionali” e “va quindi rispettato”. Poco importa che i due Paesi “forti” dell’Ue, Germania e Francia, abbiano sforato il tetto del deficit pubblico imposto dai parametri di Maastricht, senza incorrere in alcuna sanzione; in questo modo ufficializzando di fatto la plausibilità di una condotta altamente “elastica” riguardo al rispetto dei vincoli di bilancio. Nel programma dell’Unione su questo punto non vi è ombra di ravvedimento: l’argomentazione procede sulla scia degli “imperativi del compatibilismo capitalistico”, per usare la felice espressione di Brancaccio e Realfonzo - economisti vicini al Prc - i quali sottolineano da tempo che dietro l’efficienza sbandierata attraverso i concetti di equilibrio e stabilità si nascondono gli assiomi per nulla neutrali secondo cui “il salario per unità di prodotto deve sempre risultare decrescente” e “la quota di disavanzo pubblico destinata alla spesa sociale deve risultare negativa” (Brancaccio). Il testo programmatico, viceversa, tira diritto nel confermare che “occorre rafforzare il ruolo dell’Ue nell’orientamento delle politiche economiche e di bilancio dei singoli Stati”.

Dunque, nulla di nuovo sotto il sole: rientro del deficit e riduzione del debito continuano ad essere le stelle polari del centro-sinistra; e i mercati internazionali, “tornati a guardare con diffidenza al comportamento dell’Italia” - con il “rischio di un declassamento del giudizio dato dalle agenzie di rating” - continuano ad essere la preoccupazione fondamentale. Sulla scorta di tale impostazione generale, non sorprende che si arrivi a proporre persino un rafforzamento dei dispositivi di controllo sovranazionale degli equilibri di bilancio. Così, l’analisi dello stato della finanza pubblica deve avvenire “con l’ausilio di organismi nazionali e internazionali e sulla base di un confronto con l’Unione europea e con il Fondo Monetario Internazionale”. Ma soprattutto si avanza la proposta di “una ‘evoluzione’ degli indirizzi di massima per le politiche economiche comunitarie perché diventino un vero e proprio documento di programmazione economico-finanziaria (Dpef) europeo”. In un recente articolo (Liberazione, 21-2-2006), Alfonso Gianni esprime apprezzamento per quello che a lui pare il progetto riformatore configurato nel programma: ma aggiunge che difficilmente tale progetto potrebbe realizzarsi nel solco tracciato dai parametri di Maastricht. Invero, in questa circostanza, egli non ripete i rilievi critici che aveva avanzato a metà gennaio, quando il testo programmatico era ancora in fase di preparazione, e che - almeno per la parte che stiamo trattando - mantengono per intero il loro valore: “(…) Vi è una sorta di cappello introduttivo che ribadisce, giustamente, l’impossibilità di praticare una politica dei due tempi, per intenderci prima il risanamento, cioè i sacrifici, e poi lo sviluppo; che però viene ampiamente contraddetto nelle parti successive, dove si ribadisce la totale aderenza alla logica del rientro del deficit entro i parametri del Patto di Maastricht, che viene considerato come la stella polare delle politiche economiche nazionali. Ne seguono ovviamente una serie di conseguenze, sul terreno delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni e della concezione stessa della crescita che riecheggiano, lo si voglia o no, classiche formulazioni liberiste”.

In effetti, con l’importante eccezione dell’acqua (“E’ il prezzo che Ds e Margherita hanno dovuto pagare a Rifondazione per l’accordo” Il Sole 24 Ore, 27-1-2006), con questo programma riparte il treno delle liberalizzazioni; e un intero paragrafo è dedicato alle “politiche per la concorrenza”. A partire dal comparto dei servizi locali, la concorrenza - che, beninteso, deve essere formalmente “regolata” - è vista come fattore di sviluppo della qualità e abbassamento dei costi: l’unico vincolo è “la proprietà pubblica delle reti”, mentre la gestione è senz’altro affidata al mercato. Anche in questo caso, per il centro-sinistra l’esperienza è un optional: che negli anni scorsi si sia passati da monopoli pubblici a monopoli privati (con effetti tutt’altro che positivi su tariffe e qualità del servizio) e che alcune grandi aziende abbiano trovato nella riscossione di tariffe un proficua nicchia per lucrare profitti, non conta nulla. Come se nulla fosse accaduto, con il centro-sinistra non si attenua il ritornello ideologico del libero mercato. In netta controtendenza, il Prc è riuscito a salvare il servizio idrico: e si tratta, come detto, di un dato importante. Purtroppo ciò non muta il segno dell’orientamento generale: grazie al quale è prevista una ripresa delle liberalizzazioni per tutto il resto dei servizi pubblici locali, per il settore dell’energia, per la distribuzione commerciale, per i servizi bancari e assicurativi, per farmaci e taxi. Per l’appunto: secondo i desideri dell’Ue e del Fmi. Va notato in proposito che dell’ultraliberista direttiva Bolkestein il programma non fa parola: ed è meglio così. Non a caso, il ‘Corriere della Sera’ commenta in questi termini l’approvazione in sede europea di una versione un po’ meno iniqua (depurata del famigerato ‘principio del Paese d’origine’) della direttiva in questione: “La Commissione europea guidata da Romano Prodi nel 2004 aveva proposto una direttiva Bolkestein molto più liberista: quella passata all’Europarlamento conserva invece un’infinità di lacci e laccioli che l’attuale candidato premier del centro-sinistra voleva tagliare, appoggiato da Mario Monti” (Corriere della Sera, 17-2-2006).

LAVORO

Le considerazioni appena svolte introducono al vasto capitolo delle politiche sociali e del lavoro. Un capitolo dolentissimo. Il tasso di occupazione arretra e sale il numero delle aziende in crisi (nel 2005, oltre 4 mila), più di un terzo dei lavoratori dipendenti guadagna meno di mille euro al mese e non arriva alla fatidica quarta settimana, crescono le spese di lusso mentre crollano i consumi ordinari: il drammatico peggioramento delle condizioni di vita di una parte considerevole del Paese non poteva restare senza alcuna risposta. E, in effetti, il programma dell’Unione contiene misure che vanno in direzione di un sostegno ai redditi da lavoro anche con l’utilizzo della leva fiscale, di un’attenuazione degli aspetti più selvaggi della precarizzazione, della reintroduzione di elementi di politica industriale. Si tratta tuttavia di segnali troppo timidi, che in ogni caso nulla hanno a che vedere con la determinazione che avrebbe richiesto una vera risposta alternativa, una vera svolta. La percezione dominante è che si intenda porre un argine al massacro sociale delle destre, senza che in ultima analisi ci si scosti troppo dall’ispirazione dei precedenti governi di centro-sinistra.

Per cominciare, un criterio idoneo a guidare le nostre valutazioni è evocato da Valentino Parlato, quando rileva che se si vuol fare del bene bisogna sapere che “qualche parte della società italiana dovrebbe pagare: tutto a gratis è impossibile” (Il Manifesto, 12-2-2006). A ben vedere, le proteste del padronato si indirizzano soprattutto su alcune precise misure tese a premiare i salari a danno dei profitti: l’editoriale di Luca Paolazzi sul quotidiano confindustriale, specificamente dedicato al programma dell’Unione, va diritto al sodo e parla di “entrate a gamba tesa” a proposito dell’abolizione del riferimento all’inflazione programmata in occasione del rinnovo dei contratti di lavoro e della redistribuzione dei guadagni di produttività (cfr. Il Sole 24 Ore, 12-2-2006). E’ evidente che le suddette misure sostengono i redditi da lavoro toccando corde molto sensibili, in quanto rimettono in causa i dispositivi di contrattazione per la destinazione dei surplus aziendali. Su altre proposte la Confindustria di Montezemolo cambia tono e mostra più disponibilità all’ascolto. Incassa con eleganza la rimodulazione delle politiche fiscali (maggiore progressività dell’Irpef, restituzione del fiscal drag ai lavoratori dipendenti, reintroduzione dell’imposta di successione sui grandi patrimoni): si facciano pure, anche se “non danno un grande gettito”. Nulla obietta sui propositi di ripresa della lotta all’evasione e all’elusione. Plaude all’armonizzazione dell’imposta sulle rendite finanziarie, sino ad oggi inchiodata al 12,5%: intervento giudicato “sacrosanto, se si vuole eliminare la penalizzazione sul reddito di impresa”. Infine sta alla finestra, aspettando più dettagliati ragguagli a proposito dell’annuncio da parte di Prodi del taglio di cinque punti sul costo del lavoro: un intervento volto ad ammorbidire il cuneo fiscale, peraltro reclamato da sempre a gran voce dal padronato.

Nel merito di quest’ultimo provvedimento, oltre alla definizione della platea dei beneficiati (se tutto il mondo del lavoro oppure, come specifica lo stesso testo programmatico, i settori meno remunerati), si tratta di capire come verranno spartiti i benefici dello sgravio contributivo tra imprese e lavoratori. Secondo Tiziano Treu, per avere una consistente funzione di stimolo sui consumi, la riduzione degli oneri sociali dovrebbe essere generalizzata a tutto il lavoro subordinato. In tal caso, essa comporterebbe un costo di 10 miliardi di euro (quasi un punto di Pil) da porre a carico della fiscalità generale, non essendo pensabile che un tale onere sia scaricato sui contributi previdenziali. In proposito bisogna tenere presente che, in omaggio ai principi del rigore di bilancio, è escluso il ricorso al deficit spending e che parimenti non è ammesso lo sforamento dei parametri di Maastricht (essendo peraltro il deficit lasciato dal centro-destra già oltre il 4% del Pil): dunque le risorse andrebbero comunque ricavate dalle misure fiscali sopra menzionate. Nel merito, ogni ulteriore decisione è per ora sospesa e, come si vede, si delinea una prospettiva davvero incerta. Tanto più incerta, se stiamo ad una recente e tutt’altro che rassicurante dichiarazione di Pierluigi Bersani: “La finanziaria 2006, su questo abbiamo una certezza matematica, non riuscirà a centrare gli obiettivi (…). A metà di quest’anno, a chiunque arrivi al governo toccherà fare una manovra-bis” (Il Riformista, 16-2-2006).

Sul fronte della lotta alla precarietà, pesa la mancata abrogazione della legge 30. Si dice “superamento”: al di là delle dispute terminologiche, la sostanza è che - anche in questo delicatissimo ambito - non c’è la netta inversione di tendenza che si poteva e si doveva inaugurare. Si badi bene che la stessa Confindustria ritiene che “la legge Biagi non è scolpita nel marmo e (…) può essere riformata là dove la verifica dimostri che non ha funzionato” (Il Sole 24 Ore, 12-2-2006). Dunque, l’obiettivo richiesto è qui una razionalizzazione della flessibilità. Lo stesso responsabile Ds delle politiche per il lavoro, Cesare Damiano, ha difatti ricordato che “le nuove tipologie di lavoro introdotte dalla legge 30 hanno avuto scarso successo: non ci sono praticamente assunzioni con i molto discussi job on call, staff leasing, job sharing”; e che, in definitiva, “l’aumento dell’occupazione che millanta il governo è dovuto quasi totalmente all’effetto del pacchetto Treu, varato nel 1997 dal centro-sinistra” (l’Unità, 2-1-2006). Egli può dunque legittimamente rivendicare “le differenze di fondo tra l’impostazione del centro-sinistra e quindi la filosofia del pacchetto Treu che, voglio ricordarlo, è stato concertato e sottoscritto da tutte le parti sociali, e la legge 30” (Avvenimenti, 27-1-2006). Alla luce di tale impostazione – che distingue una “flessibilità buona”, quella prodotta dal pacchetto Treu, da una inutile (oltre che cattiva) prodotta dalla parte più iniqua della legge 30 – dobbiamo valutare la differenza che passa tra un superamento ed un’abrogazione. E’ vero che il programma reintroduce il credito d’imposta a favore delle aziende che stabilizzano il lavoro, che toglie la sperequazione a danno delle assunzioni a tempo indeterminato equiparando il costo del lavoro flessibile a quello del lavoro stabile, che assicura le protezioni sociali per il lavoro a termine e discontinuo. Restano tuttavia in piedi tutte le forme flessibili di lavoro sin qui prevalenti; e rimane appesa ad un orizzonte lontano la definitiva stabilizzazione del posto di lavoro chiesta a gran voce da oltre 4 milioni di precari. Ancorché “utilizzati nei giusti termini”, restano il contratto a termine e il lavoro a progetto; resta il lavoro interinale (e non solo per le alte qualifiche); restano a disposizione delle imprese i cosiddetti “cocoprò” e, con tale opportunità, tutta la logica della competizione dei costi.

PER CONCLUDERE

Ci fermiamo qui. Anche se ci sarebbe ancora da discutere su superamento o abrogazione della riforma Moratti e della legge Bossi-Fini; se si dovrebbe insistere sugli effetti perversi già prodotti dalle “riforme” previdenziali dei governi di centro-sinistra (calcolo contributivo con conseguente abbattimento dei trattamenti pensionistici pubblici, scippo del Tfr e varo della previdenza integrativa), indipendentemente dagli ulteriori ed ancor più penalizzanti interventi del centro-destra, giustamente aboliti dal programma; e se certamente ci sarebbe molto da dire sul silenzio che circonda il tema della legge elettorale (silenzio per la verità interrotto da sin troppo chiare dichiarazioni del candidato premier). Ma ritengo che le osservazioni fatte bastino a chiarire le ragioni di un voto contrario, condensabili nell’affermazione: questo non è il programma dell’alternativa alle destre, non è un vero programma riformatore. Non costituisce quindi la cornice che sarebbe richiesta da un diretto impegno di governo del Prc. Diciamo questo con grande preoccupazione. Ma assicurando, nel contempo, l’impegno inderogabile di dare forza al nostro partito, per tentare di condizionare nella sostanza – con il conflitto e i movimenti di massa – il segno prevalente della futura azione di governo.

Chiudiamo davvero, non prima di aver sottoscritto per intero le parole dette a Il Manifesto (19-2-2006) dal presidente dell’Arci, Paolo Beni: “Serve un’alternativa radicale, una svolta di 180 gradi che parta da una potente redistribuzione delle ricchezze, da un governo politico dello sviluppo economico al servizio della società, e non viceversa”. Chiede Il Manifesto: E tu vedi questa volontà nel programma dell’Unione? Risposta: “Non leggo nell’Unione questa consapevolezza e questa volontà, condizioni per andare a una netta inversione di tendenza. Ci sono sì alcune mediazioni politiche, logiche e persino positive – penso al welfare e ai diritti. Ma perdura una visione in qualche misura ancora liberista che entra in contraddizione con la possibilità di realizzare gli aspetti positivi del programma”. Una sintesi perfetta.

Roma, 22 febbraio 2006