di Daniele Maffione
L’intento di questo articolo è di porre l’attenzione su degli importanti scenari di conflitto, rispetto ai quali sviluppare un’analisi ed orientare un’azione rivendicativa.
Parigi. Questa è la prima tappa, ma non di un viaggio turistico, bensì di
accadimenti che avevano come precursori il 1968. L’università “La Sorbona” è
stata occupata dagli studenti, entrati in protesta contro la Riforma del “Primo
impiego”, che stabilirebbe a pieno titolo il licenziamento senza giusta causa e
l’introduzione della flessibilità nel lavoro anche in Francia. L’ateneo
parigino, tra i più prestigiosi del mondo, è stato sgomberato nella notte tra
il 10 ed 11 marzo, dopo tre ore di scontri tra studenti e forze dell’ordine,
perpetratisi a ridosso di barricate improvvisate dagli occupanti con banchi,
sedie ed altri oggetti. Non sono da escludere nuove mobilitazioni ed azioni di
protesta.
A dimostrarci che i fatti de “La Sorbona” non sono di poco conto o episodici,
come le banlieu, sono due elementi: il primo, è che il movimento
studentesco, che raccoglie diverse sigle della sinistra francese, è esteso ad
altre città universitarie, parimenti impegnate nella lotta contro la Riforma
del lavoro; il secondo, è che la reazione che si è innescata Oltralpe non ha
avuto eguali né in Europa, né in Italia, dove da anni i giovani vengono
“introdotti” nel mercato del lavoro, per poi esserne espulsi subito dopo. Non
un’occupazione di facoltà, non un corteo nel “Bel Paese” si è levato contro le
disposizioni del “Pacchetto Treu” e la Legge 30.
Cosa vuol dire questo, che la gioventù italiana è incapace di ribellarsi alla
precarietà ed alla disoccupazione generate dal capitalismo? Apparentemente sì,
anche se ci aspettiamo che la lotta degli studenti francesi porti una ventata
d’aria fresca tra le fila dei “colleghi” italiani.
Il silenzio e la marginalità data dai media alle notizie provenienti da Parigi, confermano l’idea che le rivendicazioni e la parola d’ordine di lotta alla precarietà siano avanzate e non interessino piccoli gruppi, ma una parte consistente della gioventù. Questo è un esempio per tutti i giovani studenti, lavoratori e disoccupati che vorrebbero un’occupazione stabile ed un salario dignitoso anche in Italia.
Milano. Seconda meta. Sabato scorso un corteo non autorizzato di giovani
antifascisti, immediatamente catalogati dall’ipocrita schieramento
istituzionale come “estremisti”, hanno assaltato il cuore commerciale della
Milano borghese: poche ore dopo le barricate de “La Sorbona” volavano sassi,
petardi ed oggetti vari sulla Celere italiana, chiamata ancora una volta a
stabilire l’ordine sui “sovversivi” e spianare il passo agli “eversivi”. Così,
un corteo di centocinquanta neofascisti di “Fiamma tricolore” ha sfilato
indisturbato per le strade della città, capitale della Resistenza italiana, con
tanto di inni al Duce, braccia tese e croci celtiche.
Poi, la puntuale condanna, piatta ed unanime, dell’arco parlamentare, che
dovrebbe preoccupare chi crede che anche per il centrosinistra l’antifascismo
sia un valore acquisito: tolta la campagna elettorale, le dichiarazioni di
solidarietà alle forze dell’ordine di Mastella e Fassino suonano come piaggeria
e, dopo Sassuolo e Milano, mostrano tutta la debole impalcatura ideologica
della coalizione che si candida a governare il Paese.
Poniamo solo una domanda sui fatti di Milano: come mai, a parte il far notare
l’illegalità del corteo dei centri sociali, nessuno ha messo in dubbio la
legalità della sfilata neofascista?
Ai giovani militanti antifascisti, invece, diciamo che il nazifascismo in
Europa ed in Italia è stato sconfitto con la lotta di tutto il popolo. Di
conseguenza, in regime democratico, fin quando vi saranno i margini per
definirlo tale, la lotta contro i rigurgiti neofascisti ed il grande capitale
va combattuta unitariamente con l’A.N.P.I., i sindacati dei lavoratori ed i
partiti che si riconoscono nella Costituzione italiana nata dalla Resistenza
antifascista.
In altre parole, solo la lotta di massa sconfigge le minoranze eversive; in caso contrario, oltre gli ipocriti accostamenti tra gli “opposti estremismi”, fatti dalla borghesia, giunge la repressione: ha senso qualche ora di scontro e di devastazione fine a se stessa con un quarto dei manifestanti successivamente arrestati?
Infine, Baghdad. Lo scenario internazionale indica che la “democrazia di Abu
Grahib”, con il suo apparato bellico, è
il modello politico-culturale egemone: si pensi a Guantanàmo, alla Striscia di
Gaza, alla Colombia ed al Nepal. Eppure, nelle medesime realtà, sussistono
focolai di resistenza, in alcuni casi vere e proprie lotte rivoluzionarie.
Può, dunque, l’imperialismo dominare tutta l’umanità? Parigi, Milano, Baghdad…
Napoli, 13 marzo 2006