03/05/2006
Libri, cultura e
notti bianche
di Armando Petrini
Una riflessione critica su Torino Capitale Mondiale del libro
Qualche giorno fa sulla “Stampa” Bruno
Gambarotta scriveva: “Oggi a Torino se non organizzi la tua notte bianca non
sei nessuno”. L’articolo (Innamorati delle notti bianche) proseguiva elogiando
la nuova moda torinese, facendo eco al coro entusiastico di quanti nei giorni
scorsi hanno accompagnato l’inaugurazione di Torino Capitale Mondiale del Libro
avvenuta il 22 aprile con una stucchevole kermesse di letture e di musica
intitolata “Bookstock” (come a dire, la Woodstock dei libri). Ma l’osservazione
ironica di Gambarotta può costituire lo spunto anche per una riflessione più
apertamente problematica e critica sulla manifestazione. Converrà insomma
fermarsi a porre qualche interrogativo, piuttosto che confermare certezze
apparentemente indiscutibili.
E l’interrogativo principale è il seguente: la cultura ha qualcosa a che fare
con l’organizzazione dei “grandi eventi”? Non è naturalmente questa la sede per
sviscerare a fondo un tema così complesso, ma si può provare a enucleare
qualche prima considerazione. La logica spettacolare, tipica del grande evento,
è precisamente ciò che si contrappone alla cultura intesa come sedimento di un
sapere critico e complesso. Lo “spettacolo” è la resa in superficie di ciò che
avrebbe altrimenti una sua profondità: si tratta in un certo senso della
sostituzione della profondità con la superficie. E’ soprattutto per questo che
lo “spettacolo” televisivo produce un così potente effetto di banalizzazione,
perché la spettacolarizzazione di una cosa coincide sempre con la resa
superficiale della cosa stessa. E’ ben curioso perciò che un evento come
Bookstock, che vorrebbe apparentemente contrapporsi al modello culturale
televisivo, ne riproduca in realtà le modalità più sottili e sotterranee.
D’altra parte, a sentire chi ha organizzato la kermesse, le cose risultano
piuttosto chiare. Gabriele Vacis, che della notte di Bookstock è stato il
regista, ha scritto sempre sulla “Stampa” che un evento come questo può
finalmente “traghettare” Torino dalla “cultura industriale” all’”industria
culturale”. Niente da dire: tutto molto esplicito. Peccato che la logica
profonda dell’industria culturale -ce lo hanno insegnato i grandi maestri di
quel Novecento oggi così bistrattato e dimenticato (Adorno, Brecht)- finisca
ineluttabilmente per determinare la sussunzione della cultura all’interno di
una logica produttiva, quella tipica del mercato, che è quanto di più distante
possa esserci dalla cultura.
In effetti lo stesso Vacis nel suo articolo è estremamente chiaro, e di questo
gli va dato atto. Bookstock, scrive Vacis, ci consegna lo slogan migliore di un
programma culturale per i prossimi anni, “mettere insieme lo Stabile e il
Leonkavallo”: l’arte colta, sembrerebbe di capire dalle parole di Vacis, con i
sacchi a pelo di chi ha pernottato nel “Palaisozaki” per assistere alla notte
bianca dei libri.
Ma a parte il fatto che l’arte colta, intesa in senso profondo, non ha nulla a
che fare con il Teatro Stabile, che si propone quasi sempre, salvo rarissime
eccezioni, come un luogo di conservazione culturale, la vera questione è forse
ancora un’altra. Ed è la seguente: la cultura non può essere un luogo di
pacificazione o di conciliazione, ma di conflitto. Conflitto delle idee, ma pur
sempre conflitto. La cultura dello Stabile deve in questo senso restare diversa
e opposta dalla cultura del Leonkavallo, o degli altri centri più meno piccoli
o più o meno marginali di produzione culturale. Il conflitto è infatti il vero
motore della cultura. L’idea che si possa prefigurare uno scenario culturale
che assomigli a quella notte in cui tutte le vacche sono grigie è certo perfettamente
funzionale alla logica dell’industria culturale, che deve rendere ogni cosa
uniforme e conciliabile in nome della “fruibilità” dei prodotti, ma è l’opposto
del significato profondo della cultura, che è al contrario ciò che alimenta il
fertile conflitto delle idee.