www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 14-05-06
La desacralizzazione del potere
di Tiziano Tussi
Logicamente non è semplice scrivere di un avvenimento come le elezioni politiche del 9 e 10 aprile in termini prospettici, di lungo periodo, tanto è scivoloso il terreno dello scontro politico attuale. Ma certo è possibile intravedere alcune linee di tendenza, almeno a medio periodo.
E’ noto che dopo l’esito elettorale Silvio Berlusconi, ancora primo ministro in carica, ha operato in due modi che potremmo definire impolitico ed istituzionale assieme.
Il primo è risultato essere il più sorprendente. Indicando da subito dopo l’esito del voto, in verità anche da prima, la possibilità di errori, brogli et similia, e sottolineando continuamente la possibilità di chissà quale complotto dell’opposizione pronta a rubargli quanto era suo, ha mostrato una modalità di intervento non preventivabile ma che si inserisce, forse incoscientemente, in una tradizione politica che affonda le sue radici in Machiavelli. La desacralizzazione del potere e quindi dei luoghi del potere costituito, le istituzioni, che vengono usate dallo stesso solo per cercare di giungere al risultato previsto, il mantenimento del comando della macchina statale, infischiandosene dei rapporti consolidati, di prammatica, stabiliti, delle consuetudini e della prassi costituzionale. Le elezioni si sono sempre rivelate come il luogo deputato nel quale il popolo sovrano, la volontà dei cittadini, la sacralità delle urne e dei voti, l’espressione di una pratica altamente democratica, in Italia, sono sempre state considerate un comportamento puro, ed assolutamente indenne da brogli. Non così questa volta.
La stessa legge elettorale, firmata da un ministro dimissionario della Lega Lombarda, Calderoli, è stata dallo stesso definita “una porcata”, e, subito dopo il voto, negativamente considerata dallo stesso, tanto da fargli richiedere di ritornare al maggioritario. Insomma una pratica berlusconiana che ha fatto scuola. La sconsacrazione, la desacralizzazione dei luoghi del potere per mantenere il potere a chi ce l’ha, ha fatto strada. Un nuovo modo di trattare gli affari politici nella storia della nostra repubblica. Ricordo che negli anni della contestazione giovanile, quando accadeva che non venisse riconosciuta, da parte dei giovani contestatori, la sacralità di alcuni comportamenti politici o di luoghi istituzionali, la purezza della forma dello stato o di una modalità di conduzione del potere in atto era comunque sempre per opporre un’altra forma ed un’altra liceità di conduzione, definite genericamente proletarie. In quelle critiche si esprimevano volontà di ribaltare la situazione – “siamo realisti chiediamo l’impossibile”, “vogliamo tutto”, “lo stato borghese s’abbatte non si cambia” ecc. – per costruire un’altra situazione, completamente alternativa, che esprimesse i veri cardini di libertà e democrazia, negati dallo stato borghese - così urlavano gli slogan di allora.
A differenza di quei tempi ora Berlusconi ha portato a livello di potere centrale borghese un elemento nuovo. E’ il novello principe machiavelliano che vuole lo stesso potere da sempre esistente in Italia per se stesso. Non c’è un disegno alternativo a quello in atto, c’è solo la sua riduzione personale, alla sua persona.
Evidentemente le possibilità per provarci con tanta pervicacia ci sono e il loro sostanziarsi è anche nelle decine di processi nei quali Berlusconi è/stato implicato. Ma quale sia il motivo profondo del suo insistere – voglia di arricchirsi sempre più (cosa che è effettivamente accaduta da quando è primo ministro ed anche prima partendo dal 1994, sua entrata in politica), attaccamento al potere, uso dello stesso per motivi personali od altro – il dato di fatto è che il suo modo di fare ha avuto, ed ha, successo, colpisce il bersaglio che vuole colpire, arriva alla conclusione positiva. Berlusconi ha rotto tutti i tabù istituzionali, tabù che altri non vogliono rompere, che il resto del mondo politico tenta di mantenere in piedi. Se i suoi avversari politici ragionassero allo stesso modo si dovrebbero comportare un poco come lui.
Possiamo prendere ad esempio il Capo dello Stato, notoriamente lontano dalle posizioni politiche berlusconiane: questi velocemente gli avrebbero dovuto togliere l’incarico di primo ministro appena possibile, dopo le elezioni, ed avrebbero dovuto investire dello stesso ruolo il suo avversario, Romano Prodi, che a livello di numeri, anche se di pochi, ha sopravanzato il concorrente. E, siccome da tempo si dice che un voto in più basta per vincere la partita, mettere in pratica tale norma. Togliergli il potere, darlo ad un altro. Invece sia Carlo Azeglio Ciampi, sia Prodi, sia i maggiori esponenti del centro sinistra, iniziando da D’Alema e Fassino si siano sbracciati per cercare di fare ragionare Berlusconi per poi offrirgli una sponda istituzionale di concordia, per potere discutere assieme a lui, ad empio per l’elezione del nuovo Capo dello Stato prossimo venturo, in maggio. Una considerazione ed una pratica che Berlusconi non avrebbe messo in movimento.
Oramai sarebbe il caso di prendere atto che tale desacralizzazione è entrata prepotentemente nel mondo politico ed istituzionale e sarebbe pertanto un elemento da tenere presente. Certo la conduzione di uno stato complesso quale quello italiano deve anche portare con sé il cosiddetto “senso dello stato”, ma sarebbe anche il caso di considerare che per potere continuare ad esprimere il “senso dello stato” sarebbe necessario che uno stato vi fosse. E quindi, ad esempio, rifiutare la deriva destrutturalistica in campo produttivo che l’Italia soffre da tempo, con un impoverimento della potenzialità per la produzione di merci con le conseguenze immaginabili per ciò che riguarda i rapporti sociali, i rapporti sociali di produzione, la complessità dei livelli di vita. La difesa di quella trincea dovrebbe essere in cima ai pensieri di chi vuole avere ancora uno stato, istituzioni, cariche statali piene di senso da difendere. Se lo stato diventa sempre più simile ad un consiglio d’amministrazione di una compagnia finanziaria, nella quale si briga per fare affari velocemente e per guadagnare velocemente dei denari, tutto quanto ci gira attorno è solo, appunto, contorno, poco significativo.
Le istituzioni che storicamente reggono lo stato, scuola, sanità ecc, diventano elementi secondari, così come per le intraprese commerciali sono la beneficenza, i premi letterari ecc. Se la somiglianza tra i due ambiti in oggetto deve essere sempre più grande, per tutti, è chiaro che il senso stesso dello Stato si impoverisce ed allora è possibile che la lezione berlusconiana diventi attualissima, al passo con gli ultramoderni tempi economici e sociali, imposti e/o accettati. Una lezione di comportamento futuristica, post moderna si potrebbe dire, insomma una lezione di stile. Non riconoscere tale frontiera, subendola nei fatti, significa ancora una volta arrancare, affidarsi ad un retroterra di senso storico che il Paese sta perdendo sempre più, anche perché non vi è nessun ambito politico importante che lo stia veramente supportando, che lavori seriamente per consolidarlo. Quindi i partiti nazionali, le associazioni che ora si sbracciano e gridano allo scandalo sono poi gli stessi che lo scandalo hanno per lo meno sofferto ed accettato nel profondo. La deriva liquidazionista dello sfondo storico dell’Italia, uno dei più intensi a livello europeo e mondiale, ha vinto in tutti gli ambiti organizzati.
Resistere a tale liquidazione non pare di moda, si è subito tacciati di passatismo e di nostalgia per un bel tempo che fu, che fra l’altro bello non è mai stato. Ma almeno il bel tempo che fu era pieno di lotta, contrasti e risoluzioni, di produzione, di cultura della fabbrica, che vuole dire produzione, di fermenti culturali che ispessivano il tessuto sociale italiano, dalla fine del secondo dopoguerra sino agli anni ‘80. da allora la deriva è stata fatale a causa di avvenimenti internazionali di grande impatto, ed evidentemente mi riferisco all’abbattimento del Muro di Berlino ed alla dissoluzione del mondo comunista, anni ‘89-‘91 del secolo scorso.
Nel momento di quella sconfitta di campo infatti negli Usa uscì un libro di un intellettuale, variamente indicato, ma comunque conosciuto, Francis Fukuyama, nel 1992, che si intitolava La fine della storia. Per Fukuyama la storia era finita perché era terminata la contrapposizione est-ovest. Da lì in avanti vi sarebbe stata una storia unica e perciò la fine della stessa. Con la vittoria del campo capitalista si era dissolta pertanto la dialettica storica. Molti si affrettarono a dire ed a scrivere che la tesi era palesemente assurda, non corrispondente al vero ecc. Ma non è stato così. Non che la storia si sia volatilizzata, ma è diventata altra, è entrata in crisi. Si è trasformata, al massimo in una lotta tra ciò che è e ciò che è stato. Non più diverse interpretazioni del mondo, diversi intendimenti politici e culturali, economici e sociali, ma scontro tra ciò che ha vinto, per sempre, e ciò che dall’altra parte vi era, ora trasformati in fantasmi di ciò che esisteva: fantasmi del comunismo, della contestazione al potere, magari travestiti oggi da terrorismo e simili. La storia si è trasformata in una lotta tra la parte vincente e le precedente concezione del mondo nella loro attuale veste fantasmagorica. Fantasmi ora anche evocati, alla bisogna. Lotta contro le invenzioni del male di ieri, non più vivo ma ancora utilizzabile nella veste di resuscitato verso il quale occorre combattere una guerra preventiva: vedi l’esempio della guerra USA in Afghanistan ed in Iraq. Ed ecco perciò la pratica di evocare disastri sempre possibili nel futuro, la paura per ciò che potrebbe esser domani, l’attenzione verso la preservazione di ciò che si ha nell’oggi, anche se ciò che si ha è sempre meno ecc. Una guerra alla realtà, sempre più misera, dell’oggi, per un mondo illusorio, tragico che si prospetta, che non c’è ora ma che poterebbe esistere nel futuro.
Per questa metafisica del potere non occorre che si mantenga ben salda nessuna infrastruttura istituzionale, nessuna forma, ne cerimonia del potere, nessun equilibrio tra le cariche dello stato – Berlusconi ai suoi pari grado fa le corna nelle foto ufficiali, li abbraccia, racconta barzellette ecc. – ma tutto deve esser giocato come se si fosse in un circolo di sfrenati capitalisti sempre alla ricerca di un modo rapido per aumentare le proprie ricchezze. Uno stato leggero, evanescente, portato sulle spalle da una persona, lo stato del principe a cui si riferiva Machiavelli. Il modello di stato, molto probabilmente a lui sconosciuto, ma non è certo, che indossa, si riferisce proprio alla lezione aurea del fiorentino. Ricordo che uno dei primi titoli che la Silvio Berlusconi editore, una raffinata e piccola casa editrice nel quale lo stesso pubblica testi classici con prestigiose prefazioni, fu appunto, nel 1994, il Principe di Machiavelli, nella collana La libreria dell’utopia. Rimandi chiari e significativi di un modus operandi che forse troppi non vogliono vedere. Ma chiarissimi, presentissimi.
La desacralizzazione del potere va di pari passo con un gioco istituzionale e valoriale assolutamente conformista, consueto, conservatore. Occorre preservare la decenza, almeno verso di sé. Occorre essere sempre impeccabili. Solo al cospetto degli amici ci si può lasciare andare, oppure in vacanza. Anche se gli amici sono gli uomini più potenti della terra. Del resto la teoria amicale verso i vari Bush, Putin ecc, è uno dei punti fissi di molti discorsi del nostro. Ed allora ecco apparire il golfino blu, portato con noncuranza sulle spalle, con camiciole scure aperte sul collo, oppure proprio in situazioni di totale svago,in periodo di divertimento a tutto tondo, la bandana e camicie bianche, i concertini alla sera, al chiaro di luna, con posteggiatori napoletani. Una teatralizzazione da one man show. Pure tali risvolti sono entrati nel gioco pre elettorale.
Ma, abbiamo detto, per il bene della nazione si deve vincere veramente le elezioni. Sembrava una battuta ma era, assieme alla denuncia di brogli mai avvenuti, un attacco verso chi politicamente non ha vinto. Ha solo avuto qualche voto in più su un totale di quasi 40miliioni di voti espressi. Nessun vincitore politico quindi. Ed è veramente particolare che sia stato proprio Berlusconi a richiamare ad un livello nobile della politica altri che lo hanno, almeno formalmente sempre praticato. Il richiamo giunge precisamente da chi lo ha invece sempre snobbato. E svillaneggiato. M tant’è. E’ una proposta politica ultra machiavellica. Alcuni tra i suoi alleati lo hanno capito altri si sono spaventati. Il richiamo al senso dello stato da parte di chi non lo ha minimamente, è un altro colpo alla struttura della costruzione statale, che trova spazio, perché ormai nei fatti anche la controparte ha accettato la lezione dello stato leggero, meglio dire a brandelli. Ed ha funzionato e funziona. La controparte si è lasciata già accalappiare dalle parole berlusconiane ed importanti esponenti della stessa, D’Alema ad esempio, si sono già avvicinati al cavaliere sempre che lo stesso riconosca la sconfitta ecc.
Berlusconi sta portando avanti un disegno per sé stesso e non si cura dei suoi alleati, che non dimostrano tanta disinvoltura e che sono rimasti schiacciati da un gioco di invocazione di grosse koalition con il centro sinistra, così come nel centro sinistra sarebbero espulse da tanta inventiva le ali più fastidiose, ad esempio Rifondazione comunista. I partiti che non accettano tale libertà di azione, sia del polo di destra che di sinistra, hanno avuto un buon esito elettorale. L’idea che si possa, naturalmente per il bene del paese, cui certo Berlusconi non crede, scompaginare tutto è un troppo abile disegno politico. Ed i suoi alleati dovrebbero capire che il loro capo, il capo del polo di destra è il più abile politico che mai avrebbero potuto immaginare. La difficoltà di comprensione delle sue mosse la si legge nel comportamento ondivago della Lega Nord. Con Bossi fuori gioco non sa decidersi se seguire il proprio disegno valoriale, rozzo ed egoistico, a livello geografico, ma che esprime un riferimento valoriale di fondo, oppure seguire il capo, sulla strada della libertà da inutili pastoie di valori, però, forse, alla fine vincente e soffra tale libertà d’azione berlusconiana. Mentre l’UDC di Casini e soci sia rimasta al palo, al pari di AN, spiazzate tutte e due.
Al momento, alla metà di aprile, non si può naturalmente sapere come si dipanerà la faccenda ma è significativo questo doppia capacità di agire, libera e nello stesso tempo legata al bene delle istituzioni.
Berlusconi non pensa minimamente alle dimissioni, così come Cossiga gli ha consigliato, non si dà per vinto, ed abbiamo visto come le questioni giudiziarie attuali e probabili prossime venture lo spingano a cercare e trovare altro tempo per i suoi abili tergiversamenti politici. Riesce a dimostrare le sua indubbie capacità di movimento, anche in presenza di una sconfitta numerica a favore del centro sinistra. Ha imparato velocemente, dal 1994 si muove come un navigato uomo di potere. Certi suoi interlocutori balbettano da tempo ansie e comportamenti senza mordente. Non hanno capacità individuali, si direbbe, a livello televisivo, non bucano lo schermo. Non hanno inventiva analitica che non sia lo scimmiottare l’avversario.
Prendiamo due questioni importanti: la flessibilità nel modo del lavoro e lo stato attuale della scuola pubblica. Per la prima questione possiamo ricordare che è stato tutto il centro sinistra, compresa Rifondazione comunista, ad avere accettato la legge 196/97, conosciuta come il “pacchetto Treu”, dal nome del ministro del Lavoro allora proponente, che introduceva la flessibilità come dato importante nel mondo del lavoro. Logico che il centro destra vi si sia poi, preso in mano il governo nel 2001, adeguato e aumentato il suo uso con leggi simili. Ora si vuole, da parte del centro sinistra, tornare indietro, ma solo in parte, costruendo ancora un altro pasticcio pronto per altre cotture.
Sarebbe il caso di proporre parole chiare sulla flessibilità. Dire flessibilità e non precarietà, si è già visto, non basta. La flessibilità è ipso facto precarietà. Il caso francese è al momento disvelante.
In quel Paese la flessibilità è sostanza da almeno un quarto di secolo: a cosa ha portato? All’esagerazione che ha dato origine alle attuali, ma non uniche nel tempo, lotte di piazza contro la stessa, contro il CPE (Contratto primo impiego). Il nostro orizzonte è quello? Perché non pensarci prima. Ma le modalità per combattere la flessibilità implicherebbero l’assunzione di un altro modello di lavoro e di produzione che non appare all’orizzonte di nessun partito, neppure di sinistra più chiara. Al massimo si spende la parola d’ordine “un altro mondo è possibile” che appare in verità una ovvietà concettuale e probabilistica.
La scuola: dopo l’abolizione degli esami di riparazione di settembre per il ciclo superiore, da parte del polo di destra D’Onofrio, nel 1994, si è aperta una cateratta nella quale si sono fatti portare alla deriva almeno altri due ministri del cento sinistra, Berlinguer e De Mauro, che hanno allargato la falla e reso oceano tale diluvio, con la personalizzazione dei curriculum scolastici, nuove disposizioni per l’esame di maturità e la distruzione dell’Università con l’inventivo tre più due, in condizione con altri ministri dell’Università – divisione tra un primo corso inutile ed un secondo che diventa il cappello di un’inutilità. Modifiche poi diventate punti fermi del centro destra. Il ministro Moratti ha trovato la strada aperta e ci si è buttata, aumentando la distruzione della scuola superiore e dell’università, agendo sui fondi a disposizione, risparmiando sulla cultura.
Insomma non si intravede una diversa, realmente diversa, concezione politica di fondo, una diversa volontà di movimento.
In questa palude di comportamenti è chiaro che il caimano – riprendendo il titolo di un recente film di Moretti, che tra l’altro lo stesso Berlusconi ha fatto proprio, un’altra volta con grande lucidità politica - si muove a suo agio. Nel pantano altri animali rimangono imprigionati, il caimano no!
A legare i due livelli precedentemente ricordati – desacralizzante ed istituzionale - ecco l’uso via via più massiccio di una grande capacità sofista dell’uso della lingua. I due livelli sono tenuti assieme da uno stesso collante tecnico sofistico. Termini volgari assieme ad espressioni conformiste unite da una capacità e facilità di eloquio non indifferente. Una terminologia che a volte rivela smaschera la profonda ignoranza profonda di Berlusconi però sempre ben incartata. E’ il caso di quando disse che avrebbe volentieri parlato con papà Cervi, della sua tragedia. Peccato però che Alcide Cervi era ormai morto da decenni, nel 1970 . Evidentemente il Nostro non sapeva neppure cosa fosse il caso dei fratelli Cervi. E’ anche il caso della difesa integrale della famiglia, da parte di un uomo divorziato. E’ il caso della difesa delle classi più umili da parte dell’uomo più ricco d’Italia ed uno dei più ricchi del mondo, che naturalmente non rinuncia a nessuna briciola della sua ricchezza. Non si conosce infatti alcuna sua prodigalità, che non esiste.
A tutto questo gli uomini del centro sinistra non riescono a contrastare nulla di significativo, nelle difficoltà attuali.
Difficoltà che al momento in cui scrivo, appena dopo l’esito del voto, sono nate dal fatto che, sorprendentemente per tutti, questo Paese ha ancora un fondo di coscienza critica, che però si sta rapidamente sciogliendo, tale tenuta ha fatto sì che ora non si riesca ancora bene a capire come si potrà uscire da questo empasse.
Come il centro sinistra, supposto voglia veramente governare, almeno nelle sue componenti maggioritarie, lo possa fare al cospetto di questi continui richiami della sirena berlusconiana verso qualcosa di diverso, impostato dallo stesso Berlusconi, che parla, ma non sembra, per avvantaggiarsi in qualche modo sull’avversario, magari mascherato da superiori interessi di stato a cui lo stesso non crede.
Tiziano Tussi
Uscirà sul prossimo numero del semestrale:
il Protagora, Rivista di Filosofia e Cultura fondata nel 1959 da Bruno Widmar, nel numero Gennaio/Giugno 2006.
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