I nostri cari alleati
di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova
Tre anni dopo l’inizio dell’avventura irachena, George W.Bush e Tony Blair si
sono ritrovati a Washington e in una conferenza stampa convocata per giovedì 25
maggio 2006 hanno cercato di ridurre i danni d’immagine causati da una guerra
voluta fortemente dai loro governi e che ha contribuito ad un forte
indebolimento della loro leadership.
Nelle ultime settimane il summit Bush-Blair era stato rimandato più volte,
proprio perché per i due sarebbe stato indispensabile arrivare all’appuntamento
con il governo Iracheno in grado di gestire, seppure in modo parzialmente
autonomo, la sicurezza dello stato. Ma le aspettative dei “comandanti della
Coalizione per la democrazia e la libertà nel mondo” sono andate continuamente
deluse: a causa dei tanti contrasti interni tra le diverse fazioni, questo
governo di Al Maliki, di “unità nazionale”, è nato e a tutt’oggi rimane privo
dei fondamentali ministri degli interni, della difesa e della sicurezza nazionale.
Durante la conferenza stampa ai due capi di governo non è rimasto che ammettere
una serie di errori.
Bush ha confessato la sua pretenziosità quando aveva promesso di “acciuffare
tutti” i componenti della guerriglia irachena, usando espressioni gergali da
saloon, tipo “prenderemo vivi o morti i ribelli”: “Era una frase troppo dura
che ha mandato alla gente un messaggio sbagliato”.
Ma l’errore principale per Bush sarebbe stato quello relativo ad Abu Ghraib, lo
scandalo delle torture sui prigionieri nel carcere di Baghdad per il quale,
sempre secondo Bush, “stiamo ancora pagando un prezzo troppo alto”.
Per Bush, gli USA stanno pagando ancora un prezzo “troppo alto”! Ma in cosa
consiste questo prezzo pagato per i 37 prigionieri morti sotto tortura?
Dal rapporto segreto del generale Antonio Taguba, che parla di “atti sadici,
sistematici, criminali”, emerge che ad Abu Graib veniva applicato un sistema di
torture ben articolato ed organizzato, che vedeva coinvolti militari e
personale di imprese private, che avrebbe dovuto essere impegnato nella
“ricostruzione” dell’Iraq “liberato”. Si apprende che fra i torturati vi
erano anche donne e bambini. Si scopre che tra i torturatori c’erano anche
medici che falsificavano i certificati di morte e rianimavano le vittime perché
le torture potessero ricominciare. L’FBI ha divulgato un ordine esecutivo della
Casa Bianca, quindi dello stesso Bush, che autorizzava l’uso delle torture. Lo
stesso Rumsfeld, in visita ad Abu Graib, rivendica le torture e si complimenta
con i carcerieri per il “magnifico lavoro”.
Il 10 settembre 2003, il generale Sanchez dirama la “Interrogation and Counter
Resistance Policy”, nella quale viene così sintetizzata la procedura da seguire
durante gli interrogatori: è necessario “l’uso dell’illuminazione, del calore,
del cibo, dei vestiti, dell’igiene personale, delle condizioni delle celle, in
modo da manipolare le emozioni e le debolezze dei prigionieri.” Al personale
incaricato delle torture viene concessa carta bianca: “Rendetegli la vita un
inferno, fategli desiderare la morte!”.
Per tutto questo, George W. Bush, qual’è il prezzo troppo alto che stai
pagando?
Forse la caduta di credibilità politica della super potenza militare, ma la
comunità internazionale dovrebbe esigere un ben diverso rendiconto, sarebbe
giusto un atto formale di accusa da parte della Corte Internazionale di
Giustizia contro l’amministrazione Bush e tutti coloro della Coalizione che
hanno favorito la “guerra preventiva”, per crimini di guerra, contro l’umanità
e la pace.
Secondo Blair, la stupidaggine più grossa era stata commessa con
l’epurazione dai ranghi dell’esercito di Hussein degli ufficiali legati al
precedente regime baathista e questo ha comportato la conseguenza “per cui oggi
l’Iraq è un posto difficile, data la determinazione a sconfiggerci da parte dei
nostri avversari.” Per Blair sarebbe stato più opportuno avvalersi dei
servizi della dirigenza sunnita, laica, ben istruita, in grado di amministrare
l’Iraq anche dopo la deposizione di Saddam.
Bush e Blair hanno anche ribadito la possibilità di un parziale ritiro delle
truppe entro la fine del 2007. Bush ha dichiarato: “Desidero che le
truppe rientrino, ma sono consapevole anche che dobbiamo finire il lavoro e
completare la missione.” Una missione che ha cambiato obiettivo già tre volte:
il primo obiettivo era la ricerca di armi di distruzione di massa mai trovate,
il secondo consisteva nel recidere i presunti legami fra Saddam Hussein e Osama
bin Laden assolutamente inesistenti, il terzo l’esportazione della democrazia
in Iraq, che ha avuto come conclusione la frammentazione dell’unità della
nazione, causando la morte di quasi 40.000 civili, vittime della guerra, di
conflitti interni e di azioni terroristiche degli squadroni della morte, che giustiziano
per le strade straziando i corpi.
E il fantasma nero della guerra civile fra sunniti, sciiti, curdi, aleggia ed
incombe su tutto l’Iraq, ben manovrato dall’esperto Negroponte e dai suoi
squadroni della morte.
Bush e Blair non hanno espresso il minimo dubbio sulla legalità di questa loro
“missione di pace”, che però dimostra sempre più tutta la sua pretestuosità,
fondata su un terreno inquinato da tante menzogne.
Non è poi male rinfrescare la memoria e ripassare una breve rassegna della
lista infinita di queste menzogne
Breve rassegna di menzogne
“Assolutamente stabilito, ora non vi sono dubbi che Saddam Hussein possiede
armi di distruzione di massa.” - Dick
Cheney, 26 agosto 2002
"Ora è sicuro, l’Iraq sta espandendo e perfezionando impianti
che vengono usati per la produzione di armi biologiche." George W. Bush, 12 settembre 2002
"Se lui dichiara di non avere nulla, allora sapremo che Saddam
Hussein ancora una volta sta ingannando il mondo." - Ari Fleischer,
Capo Ufficio Stampa della Casa Bianca, 2 dicembre 2002
"Noi sappiamo per certo che là ci sono armi di distruzione di
massa." - Ari Fleischer, 9
gennaio 2003
"I nostri servizi di intelligence valutano che Saddam Hussein
sia in possesso di materiali per produrre più di 500 tonnellate di sarin,
iprite e agente nervino VX." -
George W. Bush, messaggio sullo Stato dell’Unione, 28 gennaio 2003
"Noi siamo a conoscenza che Saddam Hussein è determinato
a conservare e a nascondere le sue armi di distruzione di massa, è determinato
a fabbricarne di più." - Colin Powell, 5 febbraio 2003
"Noi abbiamo fonti che ci informano che Saddam Hussein ha autorizzato
di recente i comandanti in campo delle forze Irachene all’uso di armi
chimiche." - George W.
Bush, 8 febbraio 2003
"I servizi d’intelligence hanno ricevuto da questo e da altri
governi informative sicure che il regime Iracheno continua a possedere e tenere
nascoste molte delle più letali armi mai progettate." - George W. Bush, 17 marzo 2003
"Bene, non abbiamo nessun problema ad affermare che abbiamo le
prove e le informazioni che l’Iraq possiede armi di distruzione di massa, in
particolare di tipo biologico e chimico…tutto questo diverrà evidente nel corso
dell’operazione, qualunque sia la sua durata." - Ari Fleischer, 21
marzo 2003
"Non vi è alcun dubbio che il regime di Saddam Hussein sia in possesso
di armi di distruzione di massa. Durante lo svolgimento delle operazioni,
queste armi saranno identificate, rintracciate, assieme a coloro che le hanno
prodotte e che le custodiscono."- Gen. Tommy Franks, 22 marzo 2003
"Noi sappiamo dove sono. Si trovano nella zona attorno a Tikrit e a
Baghdad, e a est, ovest, sud e a nord, dappertutto." -
Donald Rumsfeld, 30 marzo 2003
"L’Iraq ha addestrato membri di Al Qaeda nella fabbricazione di ordigni
esplosivi, di sostanze tossiche e di gas mortiferi." - George W. Bush, ottobre 2002
"Saddam Hussein aiuta e protegge i terroristi, e fra costoro i
membri di al Qaeda." - George W. Bush nel messaggio del gennaio
2003 sullo Stato dell’Unione
"Inoltre, l’Iraq ha fornito ad Al Qaeda addestramento su armi chimiche
e biologiche." - George
W. Bush, febbraio 2003
"…collegamento infame fra l’Iraq e la rete terroristica di
Al-Qaeda." - Colin
Powell nel suo discorso davanti all’ONU prima della Guerra contro l’Iraq
"Abbiamo eliminato un alleato di Al Qaeda." -
George W. Bush, maggio 2003
“Punto fermo è che gli Iracheni hanno fornito all’organizzazione di Al Qaeda
informazioni e consulenze di esperti nella fabbricazione di ordigni
esplosivi." - Dick Cheney, settembre 2003
"Saddam intrattiene un rapporto consolidato nel tempo con Al
Qaeda, fornendo ai membri di Al Qaeda addestramento nell’ambito delle sostanze
tossiche, dei gas e nella preparazione di armi convenzionali." - Dick Cheney, ottobre 2003
- Dick Cheney, il 14 giugno 2004, affermava che Saddam "aveva da
lungo tempo stabilito collegamenti con Al Qaeda."
- George W. Bush, il 17 giugno 2004, dichiarava che "Io mantengo
le mie ragioni, insistendo che vi era un collegamento fra l’Iraq e Saddam e Al
Qaeda, dato che esisteva una relazione fra l’Iraq e Al Qaeda."
Richiamando un luogo comune tipicamente anglo-sassone, “comprereste a cuor
leggero e pieni di fiducia un’automobile usata da costoro?”
I nostri cari alleati
Da subito è risultato palese che l’impresa irachena costituiva una missione
sbagliata, che la guerra era decisamente illegale e che l’occupazione dell’Iraq
da parte delle forze della Coalizione, che comprendono anche il contingente
italiano, avrebbe scatenato la miseria, il sopruso, il terrore, la morte nei
confronti delle popolazioni.
In Iraq non bisognava andarci e colui che ripete senza scrupoli la propaganda
della “missione di pace” si rende responsabile della inutile morte di soldati
italiani e di tanti cittadini iracheni.
Lunedì 5 giugno 2006, una bomba con comando a distanza distrugge un blindato
italiano a 100 Km da Nassiriya, muore un militare della brigata Sassari, altri
quattro rimangono seriamente feriti. Questo blindato fungeva da apripista di
scorta ad un convoglio “logistico” Britannico. Era in missione di pace, o
svolgeva una funzione di appoggio a belligeranti illegali? I nostri comandi
militari avevano ricevuto dal Parlamento italiano questi incarichi di ingaggio?
Il mondo politico esprime “unanime cordoglio”, ma tace su questa questione.
Parlano invece di piani di rientro dall’Iraq, ma non è ancora chiaro quali
siano questi piani di ritiro di tutto il contingente , cioè quando finirà la
nostra partecipazione a quella guerra sempre più sbagliata e tragica.
Il Presidente del Consiglio Romano Prodi ribadisce nelle aule Parlamentari che
“i terroristi non detteranno l’agenda del rientro”. Di quali “terroristi” sta
parlando? Chi attacca un convoglio militare di un esercito di occupazione deve
essere definito un “resistente” che agisce legittimamente per liberare la
propria terra dagli aggressori, questo anche secondo le norme internazionali,
non un “terrorista”.
Evidentemente, il nostro Presidente del Consiglio ha introiettato naturalmente
il linguaggio e le definizione dei nostri cari alleati.
Saranno invece i veri “terroristi”, coloro che hanno bombardato ed invaso una
nazione sovrana in pieno contrasto con il Diritto Internazionale, coloro che
imprigionano e rapiscono e torturano in nome della “democrazia e della libertà”,
coloro che davanti ai consessi internazionali hanno mentito e spudoratamente
ancora mentono, che ci detteranno l’agenda del rientro!
Prima, il ministro degli esteri Massimo D’Alema volerà a Baghdad per prendere
contatti con il governo Iracheno, il “legittimo governo iracheno”, un governo
fantoccio della Coalizione occupante, e presterà orecchio alle richieste,
soprattutto economiche, degli iracheni, più che avanzare proposte.
La sua manifesta proposta, in perfetta continuità con quella del governo
Berlusconi, ben espressa dall’ex ministro della Difesa Antonio Martino, è
sempre quella di convertire le nostre truppe di occupazione in truppe di
controllo e di sostegno per i futuri “ricostruttori”.
“Non scappiamo”, aveva detto l’ex ministro della Difesa
Martino a Nassiriya, il 17 maggio 2006, ultimo giorno del governo Berlusconi.
Ma così si è espresso ieri, 6 giugno 2006, anche il neo segretario del
Partito della Rifondazione Comunista, Franco Giordano: “Non si vuole
abbandonare l’Iraq, ma oggi vanno pensati interventi civili concertati con
tutta la comunità internazionale”. Che strana convergenza!
Ed è vero: è pronta “Nuova Babilonia”, la missione civile
con un capo italiano, un vice statunitense e 600 soldati. Stefano Chiarini de il manifesto rivela che Antonio
Martino, nella sua ultima dichiarazione da ministro della
Difesa, “ha ribadito il progetto destinato a ‘coprire’ con la nostra bandiera
il protettorato USA sulla Mesopotamia: riduzione da 2.600 a 1.600 uomini entro
giugno e a fine anno il passaggio da “Antica Babilonia” a “Nuova Babilonia”
lasciando a Nassiriya circa 600 uomini”.
Chiarini rileva la fretta con la quale il governo di centrodestra uscente e gli
alti comandi dell’esercito hanno proceduto, prima della formazione del governo
Prodi, a creare l’infrastruttura della nuova missione. “Il
Team provinciale per la ricostruzione di Nassiriya comincerà ad operare ai
primi di giugno e sarà pienamente operativo già a metà del mese prossimo. A
capo della nuova struttura ci sarà un funzionario del ministero degli esteri
italiano con due vice, un ufficiale italiano e un “civile” statunitense. Come
sarà possibile portare avanti questo lavoro, visti i fallimenti precedenti e
per più in una situazione ancora più deteriorata sotto il profilo della sicurezza
e con una componente militare ridotta a soli 600 uomini non è dato sapere.
L’unica certezza è che si metteranno a repentaglio inutilmente le vite di tanti
nostri concittadini civili e militari”.
Dovrebbero rimanere in Iraq anche i militari italiani
presenti presso il Comando Britannico della divisione multinazionale zona
sud-est e quelli presso il comando Multinazionale delle Forze in Iraq a
Baghdad: in tutto circa 166 uomini, oltre ai militari che operano a Baghdad
presso il Centro NATO di Addestramento.
Sempre l’ex ministro Martino era stato molto chiaro:
“Intendo ancora una volta rassicurare le autorità irachene: noi non ce ne
andiamo, non scappiamo, non ci ritiriamo. Cambia solo la natura della missione:
finora è stata prevalentemente militare, dall’inizio dell’anno prossimo sarà
prevalentemente civile”. In altri termini, “un semplice cambiamento di pelle”,
commenta Chiarini. La nuova missione italiana ruoterà attorno ad una “micidiale
miscela di “civile e militare” facente capo al Team di Ricostruzione
Provinciale (PRT) di Nassiriya, costruito sul modello degli analoghi organismi
messi in piedi in Afghanistan dalla NATO”.
Ma questi, grosso modo, sono i futuri progetti di politica
estera per l’area Irachena espressi anche dall’attuale ministro D’Alema e
riportati nel programma elettorale dell’Unione!
Chiarini si sofferma pure su questi PRT: “Non si tratta di
truppe lasciate a proteggere i ‘civili’, ma piuttosto di uno strumento che
garantisce l’inserimento della struttura militare nell’area di operazioni
cercando di darle legittimità e di ridurre al minimo gli attriti con la
popolazione e la società locale. È una struttura mista con componenti civili e
militari ma all’interno di un progetto che è sempre quello dell’occupazione
militare a guida USA e del sostegno ai governi e ai governatori fantoccio
locali i quali, senza le forze occupanti, non potrebbero più continuare nei
loro traffici illeciti, se non nei loro crimini”.
In buona sostanza, si metterà a punto una polizia internazionale, con partecipanti
italiani, a difesa di obiettivi strategici di dominio e della
speculazione internazionale sul territorio Iracheno!
Il 16 del prossimo giugno, il ministro degli esteri Massimo D’Alema si
incontrerà a Washington con la Segretaria di Stato Statunitense Condoleeza Rice
nel segno di un “cambiamento di strategia” politica e militare nello scacchiere
del Medio Oriente, sempre più instabile. Resteremo ancora in Afghanistan a fare
la guerra, camuffati da “missionari di pace”, dove le truppe italiane senza i
requisiti minimi di sicurezza sono coinvolte in un conflitto sempre più
sanguinoso e del tutto fuori dalla nostra Costituzione?
Cambiano i governi, ma l’atteggiamento nei confronti dei nostri cari alleati
Statunitensi e Britannici è sempre costante, supinamente quello di una “totale
fedeltà”, che non deve e non può mai essere messa in discussione, e
sempre in una posizione gerarchicamente inferiore anche nell’ambito Nato,
dell’Alleanza Atlantica.
Ormai la Nato proietta la propria forza militare al di fuori dei propri
confini, non solo in Europa, ma anche in altre regioni del Grande Scacchiere,
come in Afghanistan, sotto la leadership degli Stati Uniti.
La Casa Bianca ha affermato che “la Nato, come garante della sicurezza europea,
deve svolgere un ruolo dirigente nel promuovere una Europa più integrata e
sicura.” I governi italiani si sono immediatamente adattati a questa promozione
di integrazione! Dunque un’Europa stabile sotto la Nato e la Nato stabilmente
sotto gli Stati Uniti. Il tutto, nel quadro di una leadership globale che gli
Stati Uniti devono avere, con la capacità di continuare ad esercitarla.
Per contribuire alla stabilità Europea, per sostenere i vitali legami
transatlantici, e per conservare il loro predominio, gli Stati Uniti devono
mantenere in Europa quasi 100.000 militari in basi opportunamente dislocate,
collegate fra loro da “corridoi” che consentano scambi militari ad “Alta
Velocità”.
Lo Stato Italiano, all’interno di questa “Santa Alleanza”, a parere degli Stati
Uniti e dei nostri governanti, vedrà lo sviluppo completo della sua identità,
della sua sicurezza, della sua difesa, ora minacciate da “terroristi
globali di una civiltà inferiore! ”
Ma siamo proprio sicuri che le vere minacce all’integrità dei nostri territori
e del nostro modello di vita arrivino da questi fantomatici nemici esterni?
Analizziamo di seguito la questione.
Il nuovo ruolo delle basi Statunitensi in Italia
Le forze Statunitensi sono in una fase di ridislocazione dall’Europa
settentrionale e centrale a quella orientale e meridionale, e quindi le basi
USA e Nato in Italia sono in uno stadio di ristrutturazione e potenziamento per
la loro funzione di trampolino di “proiezione di potenza” dell’impero
Statunitense verso l’Africa e il Medio Oriente.
Il rapporto ufficiale del Pentagono “Base Structure Report “ del 2003 descrive
nei dettagli le dimensioni della presenza militare Statunitensi nel nostro
Paese: l’esercito degli Stati Uniti possiede in Italia oltre 2.000 edifici su
una superficie di più di un milione di metri quadrati e ha in affitto circa
1.100 edifici, con una superficie di 780 mila metri quadrati. Il personale si
aggira sulle 20.000 unità, fra 16.000 militari e 4.000 civili.
L’aeronautica USA ha base soprattutto ad Aviano, Pordenone, Friuli-Venezia
Giulia. In questa base sono depositati ordigni nucleari di tipo convenzionale,
e il nostro governo dovrebbe imporre il loro smantellamento, ma non lo fa e non
ci sono positive prospettive a riguardo, e vi sono schierate la 31.esima
Fighter Wing e la 16.esima Air Force, con in dotazione i caccia F-16 e F-15. Da
Aviano vengono pianificate e condotte operazioni di combattimento aereo anche
in Medio Oriente.
La marina USA ha trasferito il suo quartier generale in Europa da
Londra a Napoli, con area di responsabilità che comprende i tre continenti
Europa, Asia ed Africa, il Mar Nero e il Mar d’Azov, su cui si affaccia la
Russia. La marina Statunitense ha una base aeronavale a Sigonella e una alla
Maddalena, base di appoggio per i sottomarini di attacco nucleare. All’inizio
della Seconda Guerra del Golfo, i sottomarini USA della base della Maddalena
hanno attaccato dal Mediterraneo i vari obiettivi Iracheni con missili da
crociera.
A Taranto esiste il quartier generale della High Readiness Force Marittime, una
forza marittima di rapido spiegamento inserita nella catena di comando del
Pentagono. Sempre a Taranto è presente un centro di comando e di intelligence
del Pentagono, un centro della marina USA per la “inter-operabilità dei sistemi
tattici”, nodo dei sistemi di comando, controllo, comunicazioni, e spionaggio.
L’esercito USA ha proprie basi in Toscana e in Veneto. A Camp Darby,
presso Livorno, vi è la base logistica di rifornimenti per le forze terrestri e
aeree impegnate nelle zone del Mediterraneo, e del Medio Oriente.
A Vicenza, alla Caserma Ederle è stanziata la 173.esima Brigata
aviotrasportata, che nel marzo 2003 è stata lanciata per prima sul Kurdistan
Iracheno
Tutte queste forze e basi Statunitensi, pur essendo in territorio italiano, sono
inserite nella catena di comando del Pentagono e quindi sottratte a qualsiasi
meccanismo decisionale Italiano. Da mezzo secolo siamo un Paese a sovranità
limitata!
Veniamo alla base di Vicenza.
Che succede a Vicenza?
Gli Americani si apprestano a realizzare un disastro ambientale di notevoli
proporzioni, con la devastazione conseguente dei territori circostanti,
mediante la trasformazione della loro attuale base presso la Caserma Ederle
nella loro piazzaforte europea, base di lancio potenziata per le attuali e
future aggressioni.
Francesco Rutelli ha confermato questo in Parlamento, rispondendo il 31 maggio
2006 ad una interrogazione del democristiano Fabris.!
Il vice Presidente del Consiglio Francesco Rutelli, pressato dal democristiano
Fabris che lo interrogava, ha confermato finalmente in maniera ufficiale che
l'amministrazione americana, con l'assenso del governo e delle autorità
italiane, ha deciso di rafforzare la loro piazzaforte di Vicenza. Anche
l'aeroporto civile Dal Molin a nord della città passerà sotto controllo USA.
Una nuova grande caserma sorgerà ai suoi limiti, sempre per la 173.esima
brigata aviotrasportata airborne, gli sky soldiers, già molto famosi per avere
invaso il nord dell’Iraq con la più grande operazione di paracadutisti e
che fra le altre imprese hanno “arrostito” i figli di Saddam Hussein, durante
un conflitto a fuoco.
La nuova caserma avrà dimensioni enormi, con la conseguente devastazione dei
territori destinati a questa ristrutturazione. Addio polmoni verdi per la
città!
Quello dunque che veniva tenuto nascosto, ora è confermato. In questo
contesto, risulta preoccupante che il potere militare sia riuscito a
svincolarsi dal controllo politico. In nome della “sicurezza”, il Parlamento
Italiano si ritrova ad essere tenuto all’oscuro di scelte di estrema importanza
e privato della sua capacità di controllo su quello che succede nel campo della
militarizzazione del Paese.
Scelte importanti come la trasformazione delle basi militari e il loro
potenziamento piovono dall’alto senza il benché minimo coinvolgimento delle
rappresentanze nazionali, regionali e locali.
In questo caso sembra che lo stesso Governo non sia a conoscenza dei
termini esatti dell’accordo segreto di trasformazione di Camp Ederle;
certamente il Parlamento non è stato interpellato su una scelta che cambia
radicalmente il ruolo militare delle forze Statunitensi in Italia.
La militarizzazione accentuata del Veneto e del Friuli, come se la
struttura militare si ritenesse in grado di agire in maniera indipendente dal
potere politico e dalla volontà delle popolazioni, esposte anche a rischi di
incidenti nucleari (ordigni nucleari ad Aviano!), avviene con modalità
arroganti in spregio alle istituzioni locali e al Parlamento stesso, che è
all’oscuro dei termini dell’accordo per la base di Vicenza, accordo segreto
firmato dagli Stati Uniti e dai rappresentanti del Pentagono e non si sa chi in
rappresentanza dell’Italia. Si dice, con l'assenso del governo e delle
autorità italiane. Dove sono gli atti governativi in merito? Chi sono stati i
rappresentanti del governo o le autorità italiane che hanno apposto la firma, e
che se ne devono assumere la responsabilità ? Forse lo stesso Silvio Berlusconi
in persona? Non si sa, e non si deve sapere!
La presenza americana verrà raddoppiata e si parla di 4000 uomini
almeno, lo afferma il generale americano a due stelle Jason Kamya, durante la
visita ufficiale al sindaco di Vicenza, Enrico Hüllweck, una delle
personalità della politica amministrativa italiana più vicine a Silvio
Berlusconi, che nel gabinetto del sindaco di Vicenza trovava collaboratori di
eccezione.
Il sindaco Hüllweck e il suo assessore ai trasporti Claudio Cicero sono
veri patiti delle grandi opere, in particolare del TAV.
Pochi giorni prima di andarsene, Berlusconi aveva fatto approvare i
progetti del TAV su questa tratta, con grande gioia del sindaco Hüllweck che
sbandiera i 115 milioni di euro di impegno di spesa, che dovremo sborsare noi
contribuenti, per far attraversare Vicenza dal TAV attraverso un
lunghissimo condotto, un tubo di cemento di una ventina di chilometri,
con contorno di tutto uno spreco di sventramenti sotterranei, bretelle
autostradali, supertangenziali.
Esiste uno stretto collegamento fra TAV e installazioni militari USA e
Nato.
Questa tratta del TAV, parte importante del corridoio 5, va di
concerto con l'ampliamento dei siti Nato, si configura come una bella lancia
imperialista, i suoi bordi sono costellati di basi militari, il raddrizzamento
della linea ad Alta Capacità lambisce l'aeroporto nucleare di Ghedi, il comando
Nato del Garda e di Verona, Camp Ederle a Vicenza, e passa non lontano da
Istrana e dalla superbase nucleare di Aviano, che e' collegata con una bretella
alla linea principale.
Una linea ferroviaria ad alta capacità e ad alta velocità, che corre dal
Portogallo agli Urali, consentirà un rapido smistamento di truppe e materiale
bellico in tempi brevissimi, per le eventuali necessità di arrecare la
“democrazia” nelle varie parti di Europa e verso il Medio ed Estremo Oriente.
Non va dimenticato l'insediamento,
sempre a Vicenza, della Gendarmeria Europea e che fra la Gendarmeria Europea e
gli Americani sono in corso trattative per la costruzione di un carcere di
massima sicurezza.
Evidentemente il contesto del Veneto e Vicenza, un contesto
fondamentalmente di centro-destra e nord-leghista, deve far sentire gli
Statunitensi assai sicuri, come a casa loro, per concentrare in quest’area
tante loro attività e tanta logistica. Da ricordare, come esempio di ambiente
favorevole, che a Vicenza operavano e forse operano ancora le società che
assumevano mercenari per l'Iraq (ricordiamo Quattrocchi e compagni) e per altre
zone di guerra in giro per il mondo. Queste società risultavano servirsi come
copertura o come infiltrazione iniziale di società, enti, ponti umanitari. Le
espressioni politiche di sinistra hanno fatto ben poco per dimostrare la loro
avversione alla presenza Statunitense e della Nato su questo territorio e così,
al crescere della macchina militare imperialista. capita che gli Americani non
solo restano, anzi raddoppiano la loro presenza e ben accetti possono andarsene
a massacrare tranquilli nel grande Medio Oriente.
Tanto a noi che ci frega: abbiamo lo spritz!
Scrive Gian Marco Mancassola su “Il Giornale di Vicenza” del 31 maggio 2006: “Vicenza
is the right place”. Vicenza è il posto giusto, dicono gli americani, per
sviluppare le loro infrastrutture militari. Così la pensa Jason Kamiya,
generale a due stelle, che ha fatto visita al sindaco Enrico Hüllweck, nello
studio di palazzo Trissino, per fare il punto sulla trasformazione
dell’aeroporto “Dal Molin” in una caserma gemella della Ederle. Nell’aria c’era
ancora l’eco delle polemiche politiche seguite alla fuga di notizie dei giorni
scorsi. Il numero uno degli americani a Vicenza ha quindi voluto incontrare il
capo dell’Amministrazione comunale, per provare a serrare le fila in vista
della volata finale. Con il sindaco Hüllweck, c’era l’assessore ai Trasporti
Claudio Cicero. Con il generale Kamiya, il comandante italiano della Ederle
colonnello Salvatore Bordonaro e il consigliere politico del comando Setaf
Vincent Figliomeni. Una nuova Ederle. Il generale spiega che Vicenza è il luogo
ideale per i loro progetti di sviluppo, “perché l’ambiente è molto
favorevole”. Nel suo incipit, Kamiya ricorda quanto i vicentini hanno fatto
e dimostrato durante le missioni dei parà nel mondo. Poi puntualizza: “La
nuova caserma non sarà nulla di diverso dalla Ederle. La struttura sarà
nettamente separata dall’aeroporto civile. Dal “Dal Molin” non partiranno
azioni di guerra. L’unico nostro aereo che atterrerà e decollerà è un
apparecchio da sette posti. Non ci sarà quindi alcuna interferenza. Il nostro
disegno è di creare edifici rispettando le distanze dalla pista”.
Questo significa che Aviano resta l’aeroporto per le missioni americane, mentre
al “Dal Molin” verrà creata una caserma “gemella” rispetto alla Ederle, con il
medesimo impatto sulla città. E a proposito di impatto, il generale conferma la
“disponibilità a migliorare i progetti, soprattutto dal punto di vista della
viabilità”.
Chi controllerà l’impatto ambientale che colpirà le popolazioni locali,
provocato dall’ampliamento di questa base militare Statunitense in Italia?
Spesso si è assistito in circostanze analoghe alla costituzione di commissioni
di controllo con membri del ministero della Difesa nelle posizioni più
importanti e chiuse alla partecipazione dei rappresentanti e degli esperti
della società civile. E questo non fornisce garanzie di indipendenza!
L’accordo. La domanda che circola con maggiore insistenza in città è: a
che punto è l’operazione? C’è stato un accordo fra Amministrazione Bush e
Governo Berlusconi? Di questo, ad esempio, si è parlato alla Camera, dove l’on.
Mauro Fabris, capogruppo dell’Udeur, ha chiesto al Governo di conoscere se
corrisponde al vero l’esistenza di un accordo, o quantomeno di un impegno
formale, tra il Governo italiano e quello Statunitense per la cessione
dell’utilizzo dell’attuale aeroporto militare “Dal Molin”. La risposta che dà
l’assessore Cicero è: “Siamo a buon punto, c’è un accordo che sta
sopra a tutti noi. Ora deve essere formalizzato dal nuovo Governo Prodi”.
Da queste affermazioni ne deriva che il potere militare è svincolato dal
controllo politico.
Allora, esiste un accordo che viaggia sopra le teste dei rappresentanti
politici italiani, a vantaggio esclusivo dei nostri cari alleati, che è in
attesa di una conferma puramente formale delle amministrazioni locali.
Il colonnello Bordonaro conferma che il progetto è stato giudicato fattibile
dal precedente Governo. L’eventuale firma finale fra Roma e Washington avverrà
in ogni caso dopo il pronunciamento del Comipar, il comitato misto-paritetico
regionale, che si riunirà a metà giugno. Con tutta probabilità, la Giunta
Berica si riunirà prima, per votare un documento con cui accoglie
favorevolmente il progetto di trasformazione dell’aeroporto, in modo da
superare il parere tecnico negativo già inviato dall’Edilizia privata. «Per me
fa già fede il voto sugli ordini del giorno presentati in Consiglio comunale,
dove la maggioranza ha respinto tutte le proposte negative», commenta il
sindaco Hüllweck.
I lavori. Se il cerchio quadrerà secondo la tabella di marcia delineata
ieri a palazzo Trissino, i progetti esecutivi saranno pronti entro la fine del
2006 e poi ci saranno le autorizzazioni per avviare i cantieri, che valgono
quasi 300 milioni di dollari. “Inizieremo nel 2007 - conferma il
generale - per completare tutto entro il 2011. Oggi i soldati presenti a
Vicenza sono fra i 2 mila e i 2.500. Una volta completata la nuova base saranno
4 mila, più o meno il doppio. Considerando anche le famiglie, le presenze
americane saranno fra le 7 e le 8 mila in tutto”.
L’indotto. Dopo il vertice, Hüllweck presenta un quadro decisamente
diverso rispetto a quello a tinte fosche disegnato dopo il dibattito in sala
Bernarda, che lo aveva indotto a pensare a un referendum popolare. “L’operazione
è un’occasione importante, presenta aspetti positivi che non possiamo ignorare.
Primo fra tutti quello economico. Basti pensare che soltanto alla Ederle
lavorano più di 700 vicentini. C’è una prospettiva di ulteriore crescita, con
un volume di investimenti notevole. Ma se l’operazione non va in porto, c’è il
rischio di perdere anche la Ederle, per un fenomeno di trascinamento”.
Così come un tumore, la militarizzazione si innesta dove si manifesta più
debolezza sociale ed economica, con l’illusione falsa di arrecare prosperità e
ricchezza. Ancora adesso ci sono riscontri che la presenza militare in un
territorio non porta guadagno per nessuno, anzi in alcuni casi si è perso in
termini di salute e impatto ambientale. Nello specifico di Vicenza, la presenza
militare ha portato una limitata ed effimera crescita occupazionale, non duratura
e non in grado di generare un reale sviluppo economico. Camp Ederle è una base
quasi del tutto auto sufficiente, che scambia economicamente con il territorio
in modo trascurabile, e non porta introiti fiscali per l’amministrazione
locale. Si tratta in genere di servizi fragili, come ristorazione, locazione,
manutenzione, non in grado di sopravvivere ad un futuro trasferimento del
personale della base, che non portano niente in termini di sviluppo locale,
essendo di fatto a sé stanti, mentre una base militare tanto ampliata potrebbe
avere caratteristiche ben poco rassicuranti sulla popolazione.
La nascita di comitati spontanei di cittadini che si oppongono alla presenza e
alla ristrutturazione delle basi militari in Italia rappresenta un passo
fondamentale: solo partendo dal livello locale è possibile costruire una
risposta efficace alla militarizzazione, una sfida alla presenza militare. Solo
una vasta partecipazione delle popolazioni locali alle forme di protesta che
chiedono la chiusura delle basi, radicata e consapevole innanzitutto delle
problematiche locali, può garantire il successo dell’azione.
I pescatori sardi di Capo Teulada stanno intraprendendo questo percorso contro
la militarizzazione del mare che porta alla distruzione del loro lavoro.
I giapponesi dell’isola di Okinawa hanno richiesto con ostinazione il rispetto
di un referendum contro la base di elicotteri dei Marines, fino ad ottenere che
non venisse costruita.
Perché i cittadini di Vicenza e del Veneto non possono essere chiamati ad un
simile referendum, vincolante il loro parere, dopo essere stati giustamente
informati sui contenuti di un accordo segreto piovuto dall’alto, senza il
benché minimo coinvolgimento delle loro rappresentanze politiche?
Riassumendo, l’urgenza della ristrutturazione militare in corso e della
ridislocazione delle forze Statunitensi e della Nato in Europa, questi nostri
cari alleati, mossa esclusivamente da interessi offensivi nei confronti dei
paesi del Sud del mondo, sta provocando un preoccupante calo degli strumenti di
controllo e di trasparenza nel mondo militare e politico che appoggia questo
mondo, e non è esagerato pensare che questo fenomeno rappresenta un grave
pericolo per la nostra democrazia.
Padova, 7 giugno 2006