www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 28-10-06
Fusione Banca Intesa-SanpaoloIMI
La vicenda della fusione tra Intesa e SanpaoloImi va vista nel contesto delle trasformazioni del sistema bancario italiano innescato dalla privatizzazione delle banche pubbliche, avviata nel 1990 dal decreto Amato.
A 16 anni dall’inizio di quel processo, possiamo dire che le privatizzazioni si sono concretizzate, spesso, in scambi di pacchetti azionari tra banche e, lungi dal produrre la modernizzazione ed una maggior efficienza del settore, hanno trasformato le banche in supermarket per la vendita dei prodotti finanziari “della casa”, con scarso rispetto delle esigenze della clientela e della professionalità dei lavoratori.
Il “lancio” delle nuove banche sul mercato, le quotazioni in borsa, hanno determinato la prevalenza della logica della speculazione finanziaria: la tendenza ad accrescere le dimensioni delle aziende ha prodotto aggregazioni forzate, ispirate da questa logica più che da progetti di crescita di lungo respiro.
E’ interessante notare che, mentre tutti pontificano sull’esigenza delle banche di ingrandirsi e confrontarsi sul mercato, Maurizio Sella, per anni presidente dell’Abi (la Confindustria dei banchieri), guida l’omonima banca, non quotata in borsa e a tipica conduzione familiare.
Nel caso di Intesa-SanpaoloImi, l’urgente obiettivo di sottrarre due importanti banche italiane al rischio di scalate straniere ha rappresentato l’occasione per costruire un gigante finanziario sotto il segno della finanza cattolica (Bazoli) e con l’evidente sponda politica di Prodi e della Margherita.
Al di fuori di quest’ottica non si può certo vedere nessun razionale progetto industriale e si può prevedere che, mentre i “mercati” esultano, il costo dell’operazione ricadrà su lavoratori e clientela.
La prima conseguenza della fusione è stata la cessione a Credit Agricole (primo azionista di Intesa, che ha imposto questa condizione per dare il suo assenso all’operazione) di oltre 600 sportelli di Intesa. Sono passate in blocco le filiali di Cariparma e Friuladria, più 193 sportelli “sciolti” di Intesa.
Se nel caso delle due banche vendute in blocco si può dire che hanno solo cambiato proprietario, in quanto operavano già in modo autonomo nel gruppo di Intesa (anche se, comunque, un evento simile crea uno stato di incertezza), per le 193 filiali “sciolte” la notizia è giunta tramite un fax, che ha cominciato a circolare, riportante l’elenco dei punti operativi ceduti. Scorrendo l’elenco, i lavoratori coinvolti hanno scoperto che avrebbero….parlato francese. Niente male come stile!
Resta il fatto che la vendita degli sportelli equivale alla fuoriuscita dal gruppo di circa 7.000 lavoratori.
Fin dall’inizio, il sindacato di base del settore, Cub-Sallca, ha dichiarato la necessità di garantire ai lavoratori coinvolti il diritto d’opzione (la possibilità di scegliere se cambiare datore di lavoro o rimanere nell’azienda originaria) o, in subordine, la facoltà, per un congruo numero di anni, di tornare all’azienda di partenza al verificarsi di eventi negativi, come trasferimenti, cessioni, dichiarazioni di esuberi, ecc.., oltre al mantenimento delle condizioni salariali e normative pregresse, se più favorevoli.
Per quanto positivo possa essere un eventuale accordo, nulla potrà risarcire questi lavoratori per il disagio psicologico provocato dall’essere considerati alla stregua di suppellettili dei loro punti operativi e per lo stress che determinerà il presumibile cambiamento di procedure e metodi di lavoro.
Questo è solo l’inizio dei problemi. Ulteriori vendite di sportelli sono previste per l’intervento dell’Antitrust, che imporrà cessioni nelle province dove le quote di mercato eccedono i limiti previsti.
Finita questa fase, le aziende hanno già annunciato che, con il procedere dell’integrazione delle due banche, vi saranno circa 6.000 esuberi nelle sedi e servizi centrali, da gestire attraverso la riconversione professionale e l’immissione dei lavoratori nella rete filiali.
In molti casi si tratterà di lavoratori con elevata preparazione professionale, che vedranno disperdere la loro esperienza lavorativa e saranno costretti a misurarsi con lavori meno qualificati. Già oggi comincia a porsi il problema della scelta tra proseguire l’abituale lavoro nell’ufficio che cambierà sede (soprattutto sull’asse Milano-Torino) o evitare il pendolarismo accettando un demansionamento.
Certo i processi ora ricordati possono apparire meno traumatici rispetto a quelli prodotti da ristrutturazioni avvenute in altri settori. Resta il fatto che il contesto, in cui avviene tutto ciò, è quello di giochi di alta finanza, dove i lavoratori sono solo pedine da muovere senza problemi.
Nonostante l’invito della Cub-Sallca alla mobilitazione unitaria della categoria, si deve registrare l’atteggiamento attendista dei sindacati confederali e autonomi del settore, che hanno lasciato cadere nel vuoto la richiesta di convocazione delle assemblee fatta dal sindacato di base, impossibilitato a richiederle in quanto non firmatario del contratto.
Ricordavo prima come la storia degli ultimi anni ha dimostrato che le trasformazioni del settore bancario non hanno certo portato miglioramenti alla clientela. Colgo l’occasione per ricordare come, rispetto al problema dei rapporti banche-clienti e della vendita dei prodotti finanziari, la Cub-Sallca, in collaborazione con l’Acu (Associazione Consumatori Utenti), organizzerà a Torino, il 25 novembre, un convegno con la presenza dei docenti universitari Federico Merola e Beppe Scienza.
Marco Schincaglia
Segreteria Nazionale Cub-Sallca