www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 28-01-07

da: www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/27-Gennaio-2007/art15.html
 
Decreto sul rifinanziamento della missione in Afghanistan e basi militari USA in Italia. Alcune prese di posizione. Fosco Giannini (Prc): «Mi comporterò come Ferrero»
 
Matteo Bartocci
 
«Il decreto sull'Afghanistan è semplicemente inaccettabile». Reduce da una serie di assemblee con gli operai in Calabria, la voce di Fosco Giannini arriva vibrante ma preoccupata. «Non c'è nessun disegno di uscita serio - attacca il capogruppo di Rifondazione in commissione Difesa al senato - le proposte di una conferenza di pace o di un ampliamento della cooperazione civile somigliano tanto alla burla di luglio su un osservatorio che già non serviva granché ma non è stato nemmeno mai fatto».
 
Per questo i ministri di Prc, Verdi e Pdci non l'hanno votato.
 
Il compagno Ferrero ha fatto benissimo a uscire dal consiglio dei ministri: è una scelta positiva e apprezzabile, che dà coraggio al partito e alle sinistre che sostengono un cambiamento radicale di quel decreto.
 
Cambiarlo sì. Ma come?
 
L'unica condizione seria che il nostro partito deve porre è un'uscita strategica da Kabul in tempi non biblici ma politici: in pochi mesi .
 
L'Ulivo lo esclude. E sia D'Alema che Giordano hanno avvisato sui rischi di una maggioranza non autonoma sulla politica estera.
 
Il governo Prodi è il protagonista di un grande paradosso. Da un lato ci sono le posizioni della Rice e del suo vice Volker che chiedono agli alleati più truppe di combattimento e di schierarsi nel sud dell'Afghanistan. Dall'altro la commissione Difesa del senato Usa boccia i piani di guerra di Bush in Iraq. Il governo Prodi da che parte sta? A me pare che con il rifinanziamento delle truppe in Afghanistan e con la subordinazione sulle basi militari di Vicenza e Sigonella Prodi aiuti oggettivamente le posizioni neocon e non quelle dell'opposizione democratica e della stragrande maggioranza della popolazione Usa che non ne può più di una politica di guerra infinita e permanente. Il governo Prodi sembra cieco, sordo e senza strategia: stare con gli Usa e fare una politica di pace vuol dire uscire dall'Afghanistan e non accettare l'allargamento di Vicenza e Sigonella.
 
Se non ci fossero cambiamenti significativi come ti comporterai in senato?
 
Se il decreto rimanesse questo io non voterei nemmeno la fiducia. Sono stato eletto anche per essere uno dei punti di riferimento del movimento contro la guerra e per la pace.
 
E se dopo il confronto in parlamento Rifondazione invece lo votasse?
 
Sarebbe una scelta suicida e non da partito comunista. Il comportamento di Ferrero però ci fa ben sperare.
 
Già a luglio però ci fu la promessa di provvedimenti in caso di voto difforme dalle decisioni del partito. Temi sanzioni?
 
E' vero che già a luglio siamo stati minacciati di espulsione dal partito. Ma subito dopo ci sono stati altri morti italiani in Afghanistan e il compagno Russo Spena e il compagno Giordano giustamente hanno posto il problema dell'uscita immediata dall'Afghanistan. Quella posizione era giusta ma contraddiceva «un pochino» la minaccia di espulsione contro di noi. La verità è che abbiamo perso una grande occasione: dovevamo agire nella società per dare forza al movimento contro la guerra e arrivare al voto del 2007 con le piazze piene. Invece dopo le promesse estive non abbiamo fatto nulla, ci siamo ridotti alla schermaglia istituzionale senza avere le spalle coperte.
 
La manifestazione del 17 febbraio a Vicenza può essere un'occasione per rimediare?
 
E' evidente che tutti noi dobbiamo lavorare per una grande riuscita di massa di quella manifestazione. E' un'occasione per spostare a sinistra l'asse del governo, per convincerlo, a partire da quella lotta, che il popolo della sinistra c'è e non può essere tradito. Voglio rivolgermi, se me lo permetti, al presidente della camera e compagno Fausto Bertinotti. Ricordo bene i discorsi del 2001, quando giustamente diceva «la guerra è la notte della politica» e per questo noi non l'avremmo mai accettata. Il ruolo dei pacifisti e dei comunisti è di illuminarla quella notte, e non di utilizzarla oggi per intimorire i cosiddetti «dissidenti», cioè coloro che si battono contro la guerra imperialista a Kabul.
 

da: www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/27-Gennaio-2007/art8.html
 
L'America decide, l'Italia obbedisce
 
Claudio Grassi (Prc)
 
Non ce lo aspettavamo. Avevamo, a torto, creduto che le importanti prese di posizione del nostro paese riguardo alla nuova escalation di Bush, la dura critica all'aumento dei militari Usa nel pantano iracheno e al bombardamento in Somalia, la condanna delle barbare impiccagioni inflitte da un tribunale fantoccio di Baghdad, fossero segnali di una nuova stagione della politica estera del nostro paese. Una fase nuova, radicalmente opposta a quella del governo precedente, basata sul rifiuto della guerra come strumento della risoluzione delle crisi internazionali, sull'indipendenza e l'autonomia del nostro paese e dell'Europa dalla guerra preventiva dell'amministrazione Bush. Invece la grave e inaccettabile dichiarazione di Prodi, che martedì ha dato il via libera all'ampliamento della base Dal Molin ci riporta indietro. Non si tratta, come dice Prodi, di una semplice «questione urbanistica e territoriale», né di una scelta necessaria, perché già presa dal passato governo. Si tratta, invece, di una chiara dimostrazione che l'epoca della sudditanza militare del nostro paese non si è ancora conclusa. Con la sua scelta il governo si dice pronto a svolgere il ruolo di portaerei delle truppe Usa impegnate negli scenari di guerra, rendendo l'Italia una base intermedia irrinunciabile tra gli Usa e il Medio Oriente insanguinato dalla strategia della guerra preventiva e le zone calde dello scontro geopolitico per il controllo delle risorse energetiche: il Caucaso, il Caspio, l'Afghanistan e l'Iraq. Sappiamo bene che, con l'ampliamento della base militare, la 173a Brigata Airbone, già di stanza alla caserma Ederle, acquisirebbe compiti e responsabilità di guerra, incompatibili con la nostra Costituzione.
 
La guerra passa sopra le nostre teste, si rifornisce di carburanti e armi nei nostri porti e aeroporti, da Aviano a Ghedi, da Sigonella e Camp Derby, tutte basi interessate da simili progetti di ampliamento. La guerra non è lontana, è nei nostri territori, sottoposti al controllo militare, resi economicamente dipendenti dal denaro del keynesismo di guerra che droga l'economia americana. Basta leggere i documenti del Ministero della difesa statunitense. Nel bilancio del febbraio 2006 per il progetto di raddoppio infrastrutturale dell'unità militare nord-americana a Vicenza erano previsti 322 milioni di dollari per il 2007 e altri 680 entro il 2010. Fin dalla primavera del 2005 le autorità militari statunitensi hanno avviato la progettazione esecutiva degli edifici e delle installazioni, con l'assistenza dei tecnici dell'Ispettorato infrastrutture dello Stato maggiore dell'esercito italiano. Contemporaneamente, lo Stato maggiore dell'aeronautica militare italiana ha disposto la chiusura o il trasferimento di tutti gli enti presenti nell'aeroporto Dal Molin per liberare l'area da ogni attività militare o civile italiana. Il governo Usa decide, e mette a bilancio, il governo italiano obbedisce.
 
Con questa scelta il governo Prodi dà il via libera a tutto ciò. Contro il programma dell'Unione imbocca la strada della sovranità limitata, sceglie una collocazione del nostro paese nello scenario internazionale di subalternità agli Usa, mette in crisi la sua stessa maggioranza, una parte importante della quale è contraria all'ampliamento della base, e volta le spalle al popolo della pace. Quel popolo che contro la guerra in Iraq aveva costruito una delle più grandi mobilitazioni di massa che si ricordi, e che chiede ancora una svolta vera.
 
Adesso la palla passa ai cittadini di Vicenza, a quelle forze politiche che da sempre sostengono le ragioni dalla pace, al popolo pacifista. Vicenza può e deve diventare una nuova Val di Susa, i cittadini (che secondo recenti sondaggi sono per il 70% contrari all'ampliamento) devono essere chiamati a esprimersi direttamente, come d'altronde ha chiesto lo stesso Fassino. E, infine, sarà necessario impegnarsi a riaprire la battaglia sulla partecipazione del nostro paese alle missioni militari: tra poche settimane si riproporrà in Parlamento il provvedimento di rifinanziamento. Abbiamo già espresso, in occasione del voto di luglio, la nostra contrarietà nei confronti di quel decreto. Oggi confermiamo la posizione, resa ancora più forte e necessaria da quest'ultima inammissibile decisione di Prodi. A chi, votando a luglio il rifinanziamento, dichiarò di farlo per l'ultima volta, chiediamo di essere coerente con i pronunciamenti per il ritiro delle truppe da loro stessi espressi in questi mesi. Una grande mobilitazione, dentro e fuori il Parlamento, dovrà costringere il governo a tornare sui suoi passi. E' questo il nostro impegno irrinunciabile, nelle prossime settimane.
 
 
Dalle agenzie di stampa
 
da: www.sinistracritica.org
 
Base Usa questione non chiusa, ora mozione parlamentare
 
Roma, 22 gen. (APCom) 

La minoranza interna del Prc torna a polemizzare sul caso della base Usa di Vicenza e minaccia di votare contro il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan. In una nota, il deputato Salvatore Cannavò e il senatore Franco Turigliatto, esponenti dell'area 'Sinistra critica', osservano che "dopo lo schiaffo ai pacifisti rappresentato dalla decisione di consentire l'allargamento della base di Vicenza, occorre dare un segnale forte e chiaro alla logica della guerra non votando il rifinanziamento delle missioni militari.
 
Vicenza e Afghanistan, infatti, rappresentano due facce della stessa medaglia, la volontà dei paesi occidentali di gestire su scala globale una politica di guerra. Per questo pensiamo che sia necessario un segnale forte e deciso, non votando il rifinanziamento della missione".
 
"La missione in Afghanistan, del resto, sta fallendo miseramente, al pari di quella irachena, generando - affermano i due parlamentari - non solo lutti e distruzioni ma ulteriori fratture tra il nord ricco del pianeta e i tanti sud che sono coinvolti dalle avventure militari. Lo stesso ruolo della Nato non si spiega né si giustifica in un tale contesto se non come strumento di dominio e di controllo geopolitico".
 
Per Cannavò e Turigliatto "in questo contesto le rassicurazioni del governo non rassicurano per niente. Proporre una conferenza di pace o aumentare l'intervento dei civili è inutile e sbagliato se non si decide di avviare il ritorno dei militari e di dichiarare fallita l'ipotesi della guerra condotta dalla Nato".
 
"Non è con la politica delle concessioni formali - si legge ancora nella nota - che il governo può risolvere questa vicenda.
 
Abbiamo già visto, lo scorso luglio, che fine hanno fatto l'Osservatorio sulle missioni e gli impegni presi sulle servitù militari. Pensiamo che il nostro partito, il Prc, e tutta la sinistra pacifista non debbano votare questa missione. Noi non siamo intenzionati a farlo".
 
"Pensiamo, inoltre, che non debba considerarsi chiusa la questione della base di Vicenza. Innanzitutto - spiegano i due esponenti del Prc - perché prosegue la lotta sul territorio, in cui ci sentiamo pienamente impegnati a partire dalla manifestazione del 17 febbraio. Ma questa lotta dovrebbe avere anche una ripercussione istituzionale. Per questo proponiamo ai parlamentari pacifisti di presentare una mozione contro l'allargamento della base da votare in aula chiedendo così al governo e alla sua maggioranza di assumere una responsabilità precisa su una questione che ha e avrà ampie ripercussioni sul futuro dell'Unione nel Veneto".
 
da: ANSA
 
Prodi-D'alema restiamo a kabul, impegno per conferenza.Schiarita con sinistra; dissidenti non cedono, resta nodo fiducia.
 
Fabrizio Nicotra
 
Roma, 22 Gennaio 2007
 
L'Italia resta a Kabul, si impegnera' per aumentare il peso della cooperazione civile e lavorera' all'Onu per una conferenza internazionale di pace. Romano Prodi e Massimo D'Alema, il primo da Ankara e il secondo da Bruxelles, indicano la linea del governo. Una linea che riempira' i contenuti del decreto legge che rifinanzia la missione italiana in Afghanistan. E che sembra abbassare la tensione con la sinistra radicale.
 
Resta il nodo della pattuglia dei senatori 'dissidenti', che minacciano di votare contro. Una questione che lascia aperta la possibilita' di ricorrere alla fiducia, anche se l'esecutivo sta lavorando per evitare questo passaggio.
 
Il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri parlano in due conferenze stampa convocate suppergiu' alla stessa ora, e la sintonia dei contenuti e dei toni dice che il vertice di ieri sera a Palazzo Chigi con i segretari di Rifondazione comunista, Verdi e Comunisti italiani ha dato i suoi frutti. Prodi assicura che l'Italia manterra' gli impegni assunti con la comunita' internazionale e rispettera' gli accordi. E D'Alema conferma che il ritiro 'non e' realisticamente all'ordine del giorno'.
 
Detto questo, ecco le aperture alla sinistra radicale. 'In Afghanistan l'impegno e' chiaro - dice il premier - ma noi spingiamo verso una duplice direzione che completi la presenza: l'aumento di operatori civili e una conferenza internazionale che prospetti soluzioni politiche'. Stessi concetti dal ministro degli Esteri, il quale assicura che il decreto 'confermera' il nostro impegno sul piano militare e lo estendera' sul piano civile e umanitario'. Dopo aver incontrato a Bruxelles il segretario della Nato Jaap de Hoop Scheffer, D'Alema dice che 'la consapevolezza che bisogna introdurre elementi di novita' in Afghanistan si sta allargando'.
 
Parole che senza dubbio vanno nella direzione delle istanze avanzate in queste ore dai partiti della sinistra radicale. Il Prc riunisce la segreteria e Franco Giordano, che parla del vertice notturno a Palazzo Chigi, descrive un clima tutt'altro che esasperato. Le differenze ci sono, ammette il segretario, tuttavia prevale la condivisione e la volonta' di 'individuare gli elementi per marcare la discontinuita' rispetto al passato'. Il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio riconosce la buona volonta' di Prodi, 'molto attento alle nostre posizioni'. Sembra cosi' rispettato l'impegno che i tre leader della sinistra radicale avrebbero preso di collaborare a evitare dichiarazioni che possano rinfocolare le polemiche.
 
Risolto, come sembra, il problema del decreto da far passare in Consiglio dei ministri (forse gia' giovedi'), resta aperto il problema dei senatori dissidenti. Turigliatto e Giannini (Prc), Rossi (indipendente ex Pdci) e Bulgarelli (Verde) mostrano i muscoli: senza il ritiro delle truppe italiane da Kabul, il decreto non avra' i loro voti a Palazzo Madama. Dal momento in cui il testo e' licenziato dal Cdm c'e' tempo 60 giorni perche' le Camere lo convertano in legge. Un intervallo che sara' utilizzato dal governo e dai segretari dei partiti per riportare all'ordine il gruppo dei riottosi. Nel frattempo, il 16 e 17 febbraio, il presidente afghano Karzai sara' in vista a Roma.
 
Se la situazione fosse a rischio, l'estrema ratio e' quella della fiducia, anche se a Palazzo Chigi vorrebbero evitarla. Nel caso in cui il dissenso della pattuglia radicale non rientrasse, la maggioranza sarebbe appesa a un filo. E l'opposizione sfrutta la crepe nell'Unione. La Cdl e' pronta a votare si' al decreto, ma non ha intenzione, come si e' incaricato di chiarire bene oggi Pier Ferdinando Casini, di correre in aiuto al governo se Prodi fosse costretto a mettere la fiducia.
 
Il premier pero' si mostra fiducioso: 'Stiamo andando verso uno scambio costruttivo. Quello che poi capitera' vedremo, ma nella maggioranza non c'e' assolutamente nessun desiderio di rottura'.