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da: Liberazione 1 febbraio 2007
Alleanza atlantica, sovranità nazionale: quale cambiamento rispetto al passato?
Fosco Giannini*
Con la recente decisione – profondamente e strategicamente sbagliata – del governo di concedere all’amministrazione Bush la possibilità di ampliare la base Usa di Vicenza, destinata a divenire la più grande in Europa e punto di riferimento centrale per le operazioni in Africa e Medio Oriente, si riapre in Italia, seppure ancora parzialmente, una discussione relativa alla Nato, alle servitù militari e alla nostra sovranità nazionale. Dopo Vicenza è scoppiato il “caso Sigonella” (1.300 nuovi appartamenti destinati ai militari Usa che, secondo alcune fonti per ora smentite dal Ministro Parisi, dovrebbero aumentare di circa 7.000 unità), mentre la maggioranza del centro-sinistra pare intenzionata a finanziare di nuovo, senza alcun elemento di discontinuità rispetto al precedente governo, la missione di guerra italiana in Afghanistan. Al di là di ogni seria valutazione sulla situazione reale, sempre più drammatica, e senza aver applicato nulla del sia pur blando accordo dell’estate scorsa. La tesi di fondo, sostenuta dal Capo dello Stato come dal Presidente del Senato, è che “gli accordi si rispettano”: tesi debole e strumentale volta a nascondere l’assenza evidente di argomenti pertinenti e convincenti.
La Nato si è costituita, come alleanza militare almeno sulla carta difensiva, nel 1949, in piena Guerra Fredda, come patto tra Stati Uniti e paesi dell’Europa occidentale (con le sole ma fondamentali eccezioni di Grecia e Turchia) volto a contrastare con ogni mezzo quello che sarebbe divenuto il “blocco sovietico” e, più in generale, il “pericolo comunista”. Da una parte, una crescente militarizzazione dell’Europa contro quei paesi che avrebbero successivamente aderito al Patto di Varsavia o, come la Jugoslavia socialista, al Blocco dei Non-Allineati; dall’altra, all’interno dei paesi componenti l’alleanza, il sostegno ai più beceri disegni reazionari - sul piano economico come istituzionale – per contrastare l’ascesa delle forze del progresso sociale. In Italia, per bloccare la “democrazia progressiva” e il Pci, i vertici Usa e Nato, insieme a tanta parte della classe politica italiana, non hanno davvero badato a spese: dalla mancata epurazione dei fascisti ai vertici dello stato e degli apparati di sicurezza, alla strategia della tensione; dal “tintinnar di sciabole” alle tante stragi che hanno insanguinato il paese. Dalla repressione contro i lavoratori all’uso della mafia.
Per quale ragione, ad oltre sessant’anni dalla Liberazione dell’Italia e ad oltre un quindicennio dalla scomparsa del “nemico comune”, la Nato continua ad esistere? Per quale ragione, in questo nuovo contesto e senza alcun “pericolo rosso” nel nostro paese, dovremmo continuare a non esercitare pienamente la nostra sovranità nazionale e perseguire una politica estera realmente autonoma e indipendente? Dovremmo forse sostituire il maccartismo anticomunista della nostra Guerra Fredda di ieri con il nuovo, dilagante razzismo contro gli islamici e, più in generale, i migranti?
La risposta alla prima domanda non è scontata: la Nato continua ad esistere non come polveroso residuo del passato, ma come soggetto che si è rivelato in grado di adeguarsi ai tempi, di trasformarsi nelle finalità e negli obiettivi per divenire elemento centrale della nuova strategia di egemonia planetaria elaborata dagli Usa, con riferimento particolare (ma, beninteso, non unico) alla “guerra preventiva” di Bush.
La “nuova” Nato, oltre a Stati Uniti e Canada, conta l’adesione di 24 paesi europei, compresi tutti quelli appartenenti all’ex blocco socialista, ormai ridotti a semplici colonie di Washington, nella Nato come nella Ue. Se a questo aggiungiamo i diversi progetti di “partnership” con diversi paesi della ex Jugoslavia, del Caucaso e dell’Asia Centrale – inclusa, anche se ormai solo formalmente, la Russia, dove al contrario continua a crescere una decisa opposizione contro le politiche apertamente aggressive dell’Alleanza Atlantica e degli Usa -, il quadro si completa, assumendo le sue reali dimensioni e tonalità: la Nato costituisce uno dei bastioni delle attuali politiche di potenza e imperialiste perseguite dagli Stati Uniti (ma anche dall’Europa), dei loro progetti di penetrazione in Medio Oriente (a fianco di Israele) e Asia, di nuova “Guerra Fredda” contro Iran, Russia e Cina e, se dovesse invertirsi l’attuale politica di alleanze, anche India.
La Nato, che ha avuto un ruolo determinante nell’intero processo di disgregazione violenta della ex Jugoslavia, fino alla guerra del 1999 e al golpe dell’ottobre 2000 a Belgrado, costituisce oggi, e sempre più, una vera e propria “minaccia globale”, in grado di intervenire ovunque a sostegno degli interessi Usa: dall’Afghanistan al Medio Oriente, all’Africa, nuova frontiera della lotta per il petrolio. Così come, in accordo con Washington e Bruxelles, la Nato ha giocato e continua a giocare un ruolo chiave nella destabilizzazione di diversi paesi: dalla Georgia all’Ucraina, dal Libano all’Asia Centrale. Nonostante le reazioni e le richieste di diversi stati (dall’Ecuador all’Uzbekistan, dal Kyrghyzstan a Cuba), gli Usa e la Nato mantengono con arroganza una presenza militare del tutto illegale, volta a intimorire governi nazionali e paesi vicini, ridicolizzando e calpestando leggi e costumi e trincerandosi dietro una spocchiosa impunità di stampo coloniale. In Italia, abbiamo assistito con sgomento e rabbia al Cermis, alla cattura di Abu Omar, all’assassinio di Nicola Calipari. In tutti questi casi la nostra sovranità nazionale è stata calpestata, mentre la maggioranza della classe politica italiana si è tolta il cappello dinanzi al padrone. Chi più, chi meno, ovviamente; chi volentieri e chi meno. Esattamente com’è accaduto nel caso di Vicenza.
Quali sono questi accordi intoccabili e immodificabili che dovremmo rispettare in eterno, accordi che prima o poi ascenderanno al ruolo di “comandamenti”? Come è possibile, poi, ragionamento che vale per l’Italia come per l’Unione Europea, perseguire una politica estera e di difesa realmente indipendente, collocarsi autonomamente sullo scacchiere internazionale, essere elemento di mediazione e di cerniera autorevole con i paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, come della Russia, se si possiedono basi straniere sull’intero territorio nazionale ed europeo? Se la Cia può fare ciò che vuole impunemente da Lisbona a Tallin, passando da Milano, Francoforte e Bucarest; se lo scudo antimissile di Washington (come negli anni ’70 e ’80 i missili Cruise in Europa Occidentale) arriva “preventivamente” fino a Varsavia e Praga? Se in Italia si addestrano i piloti israeliani che hanno bombardato il Libano e uccidono ogni giorno decine di palestinesi? Se in Libano non si tiene un atteggiamento equidistante e si sostiene un governo che agisce al di fuori delle norme costituzionali? Quale credibilità dietro tutto questo?
Sono i fatti, assai più delle parole e delle buone intenzioni, delle quali è lastricata la via dell’inferno, la base per ogni seria valutazione politica. Per il presente come per il futuro.
*Senatore Prc, capogruppo commissione Difesa