www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 25-02-07

Tra le aspettative di massa e le risposte del governo le distanze rimangono grandi
 
Intervento di Gianluigi Pegolo deputato del PRC alla Direzione Nazionale del 23 febbraio. Pegolo si è astenuto sul documento presentato dalla segreteria
 
La situazione nella quale ci troviamo è indubbiamente grave. E non solo per le conseguenze legate alla crisi di governo ma anche per l’attacco che sta subendo il nostro partito da parte di alcuni organi di informazione, tesi ad accreditare l’immagine di un partito di estremisti che porta la responsabilità della caduta del governo Prodi.
 
A tale proposito, la scelta compiuta dal compagno Turigliatto è stato oggettivamente grave e ha messo in difficoltà il partito perché ha offerto l’alibi per questa offensiva nei nostri confronti. Detto questo, credo dovremmo essere più cauti in ordine alle conseguenze da trarre. Vengo qui al punto che mi pare stia diventando centrale nella nostra discussione, e cioè la possibile espulsione del compagno Turigliatto dal partito. Non pensavo che la decisione su quale provvedimento disciplinare assumere dovesse diventare l’oggetto della nostra discussione. Fino a prova contraria i provvedimenti disciplinari restano di competenza del collegio di garanzia, non della direzione del partito.
 
Ad ogni modo, dal momento che questa direzione è diventata il luogo di pronunciamento sulle misure disciplinari, sento l’obbligo di pronunciarmi anch’io, perché penso che in questo frangente tutti debbano assumersi le loro responsabilità. Dico subito, allora, che io non mi associerò a quanti chiedono l’espulsione del compagno Turigliatto. In primo luogo, perché ritengo che la presentazione da parte del compagno di dimissioni “vere e non finte” dalla carica di senatore sia più che sufficiente. In secondo luogo, perché non credo che l’espulsione gioverà al partito. Temo, anzi, che con un simile provvedimento finiremmo con il suffragare - a livello di opinione pubblica - la tesi secondo la quale la responsabilità “esclusiva” o “prioritaria” della caduta del governo sia da attribuirsi al nostro partito.
 
Il che non è vero. Come già è stato detto, infatti, il dato politicamente nuovo è rappresentato dall’inesistenza di una maggioranza al Senato. E questa situazione non è semplicemente il frutto, a mio modo di vedere, dell’esito delle elezioni politiche (con quello scarto di appena 25000 voti al Senato fra Unione e Casa delle libertà), ma anche del logoramento che il governo ha subito in questi mesi, con la perdita evidente di consensi. Se senatori a vita trasmigrano dal sostegno alla maggioranza di governo a posizioni più defilate o addirittura ad una collocazione di opposizione, ciò si deve certamente all’offensiva dei poteri forti, ma anche alle percezione della crescente debolezza dell’esecutivo, a sua volta provocata dall’insoddisfazione crescente dell’elettorato.
 
Ora, in un momento così difficile, di fronte alla prospettiva di possibili elezioni nelle quali certamente il centro sinistra subirebbe una grave sconfitta o, ancora peggio, di fronte al rischio del varo di un governo istituzionale, sostenere il Prodi bis diventa di fatto obbligatorio. Ma questo non può significare, come invece colgo in molti interventi, che questa scelta debba essere dettata da un sostanziale apprezzamento per quello che fino ad ora ha fatto il governo.
 
Anch’io ho sentito l’intervento di D’Alema sulla politica estera. E’ vero che vi sono stati anche accenni interessanti, ma il dato fondamentale è che alle sollecitazioni del popolo di Vicenza e del movimento pacifista, non vi è stata una risposta positiva da parte del governo. Così come si riconferma la continuità dell’impegno in Afghanistan. A ben vedere, quindi, fra aspettative di massa e risposte concrete del governo, anche sulla politica estera, le distanze restano molto grandi. Per non parlare della politica sociale. Non possiamo oggi, sull’onda della necessità di appoggiare Prodi nella formazione del nuovo governo, dimenticarci che dopo la finanziaria il consenso degli elettori è precipitato.
 
È mia convinzione, inoltre, che la fase che si sta aprendo sia densa di pericoli per il nostro partito: non solo il quadro politico è destinato a rimanere fortemente instabile, con il rischio del ripetersi della crisi di governo in tempi non prevedibili, ma vi è la possibilità assai concreta che la politica del governo subisca una pesante torsione moderata. E’ vero, come dice il compagno Giordano, che i 12 punti di Prodi erano contenuti nel programma e che dovremmo comunque impegnarci per condizionarne l’applicazione, ma non è legittimo considerare la situazione come sostanzialmente neutra. Il contenuto di quei 12 punti, le priorità assunte nella loro scelta e l’enorme delega attribuita allo stesso Prodi, fanno sì che quella piattaforma costituisca un pesante arretramento, un fortissimo elemento di condizionamento futuro, in senso moderato.
 
Occorre prendere atto della situazione e riflettere sugli errori commessi. Il compagno Ferrero ha rivendicato la giustezza della scelta congressuale in quanto la stessa alludeva all’essenzialità della relazione fra movimento di massa e politica di governo. In realtà ciò non sta propriamente così. La scelta congressuale muoveva da alcune ipotesi più impegnative. Considerava, infatti, la coalizione di centro sinistra come un soggetto sufficientemente permeabile al conflitto sociale e considerava altresì i movimenti come potenziali sostenitori di una opzione di sinistra di alternativa. La realtà è stata assi diversa. L’Unione si è caratterizza, sotto il profilo politico-programmatico, per una consistente impermeabilità alla sollecitazioni sociali e i movimenti, non solo non si sono sviluppati con la forza che si auspicava, ma tendono a frammentarsi in ragione del condizionamento esercitato sugli stessi dalle singole forze politiche di governo.
 
Occorre quindi, operare un riaggiustamento sostanziale di linea. In primo luogo, occorre ricostruire una connessione con l’iniziativa sociale. Ci stiamo impegnando molto poco a tale riguardo. Il nostro impegno è concentrato quasi esclusivamente a livello istituzionale, la nostra capacità di incidenza reale è ai minimi storici. In secondo luogo, occorre costruire attorno a noi un più forte sistema di alleanze politiche e sociali per reggere l’urto di una possibile e molto probabile svolta moderata. Se non agiremo di conseguenza la nostra prospettiva potrebbe essere quella di una lenta ed inesorabile marginalizzazione.