www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 09-03-07
Dalla Newsletter n.8, del 26 febbraio, di “Sinistra in movimento”
Una svolta moderata e autoritaria del governo Prodi
Intervista a Leonardo Masella, capogruppo del Prc in Emilia-Romagna ed esponente dell’area dell’Ernesto.
L'intervista è stata concessa qualche giorno prima della conferma dell' "allontanamento" dal PRC di Franco Turigliatto (nota di "Resistenze.org")
Sulla crisi del governo Prodi “Sinistra in movimento” ha intervistato Leonardo Masella, il quale oltre ad essere capogruppo di Rifondazione Comunista nella nostra Regione, è anche esponente dell’area dell’Ernesto, una delle aree di minoranza in dissenso con l’esito dell’ultimo congresso di Venezia del partito di Bertinotti. Masella, tu come avresti votato se fossi stato un senatore del Prc?
Premetto che mi esprimo a titolo personale e non in quanto capogruppo del Prc in Emilia-Romagna, nel dibattito franco che si è aperto per salvare il nostro partito e la sinistra dalla situazione di grande difficoltà in cui ci ritroviamo. Non vorrei essere nei panni dei senatori del Prc e men che meno nei panni dei senatori cosiddetti “dissidenti”. Io avrei votato SI, non per condivisione della linea di politica estera esplicitata da D’Alema, su cui continuo ad esprimere tutto il mio dissenso. Si legga bene l’intervento di D’Alema che Liberazione ha pubblicato integralmente. Sono totalmente d’accordo con il commento che ne ha fatto Danilo Zolo sulla prima pagina di Liberazione dei giorni scorsi, commento che invito a leggere. Nell’intervento di D’Alema è espressa una linea sì in discontinuità con l’unilateralismo di Bush e Berlusconi della guerra in Iraq ma in piena continuità con il multilateralismo euroatlantico, lo stesso che produsse i bombardamenti della Nato su Belgrado che partivano dalle basi americane presenti sul nostro territorio. Sull’Afghanistan c’è la solita linea di partecipazione realistica alla guerra, senza dire niente sulla possibile escalation dei prossimi mesi. Sulla Palestina e sul Libano ci sono solo parole: con la mano sinistra ci sono le “parole” sulla centralità della questione palestinese, con la mano destra “i fatti” e cioè il sostegno al governo libanese filo-americano ed anti-hezbollah e la prosecuzione dell’accordo militare fra Italia e Israele.
Ed è significativo il silenzio assordante in tutto il discorso sui preparativi di aggressione militare (addirittura nucleare!) all’Iran da parte degli Usa e Israele.
Dell’articolo 11 della Costituzione D’Alema ha espresso la solita interpretazione della destra, che scambia la seconda parte dell’articolo (“consente, in condizione di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”) con la fedeltà alla Nato, organismo che, quando fu scritta la Costituzione, nemmeno esisteva. Per non parlare della nuova base americana di Vicenza, giustificata ampiamente dal ministro degli esteri, quando ha ribadito esplicitamente che la negazione del permesso al raddoppio della base a Vicenza avrebbe rappresentato un atto ostile nei confronti dei nostri amici di Washington. Mi sembra quindi del tutto superficiale e propagandistico l’enfatico consenso che viene espresso dalla maggioranza dei gruppi dirigenti del Prc e del Pdci alla linea di politica estera del governo. Io avrei votato a favore solo perché quel voto, come si è visto, al di là della forma, si è trasformato in un voto di fiducia sul governo. Anche a luglio sul voto di fiducia sull’Afghanistan tutti i senatori di sinistra, compresi i dissidenti, votarono a favore per non far cadere il governo.
Con questo stai dicendo che Turigliatto ha sbagliato a non partecipare al voto?
Si, ha sbagliato, ma non perché col suo voto ha fatto cadere il governo, come erroneamente e strumentalmente viene affermato, bensì perché non si è adeguato alla decisione del partito nell’espressione del voto su una sorta di fiducia al governo. Non si tratta infatti di un provvedimento qualsiasi su cui anche un voto difforme potrebbe e dovrebbe essere tollerabile, come è avvenuto in luglio alla Camera quando alcuni parlamentari del Prc hanno votato in difformità dal partito, senza che ciò abbia prodotto provvedimenti disciplinari. Se si sta in un partito bisogna rispettarne le regole e chiedere contemporaneamente il rispetto da parte di tutti della democrazia, che non sempre il gruppo dirigente del Prc ha rispettato, come per esempio nella vicenda delle candidature alle scorse elezioni politiche, dove il 40% del partito è stato ridotto al 10% nella rappresentanza parlamentare.
Perché sostieni che Turigliatto e Rossi non hanno fatto cadere il governo?
Perché è risaputo che i voti mancanti di Turigliatto e Rossi non sarebbero comunque stati sufficienti per far passare l'ordine del giorno a sostegno del governo. Dunque è sbagliato e pericoloso indicare in Turigliatto il nemico da colpire. Bisogna fare attenzione perché poi, se si alimenta questo clima, si favorisce – anche in buona fede – la campagna della grande borghesia tesa a indicare a sinistra la responsabilità della caduta di Prodi e di tutti i guai. Ci si dà la classica zappa sui piedi.
E cosa dovrebbe fare il partito con Turigliatto?
Intanto gli organismi dirigenti non sono un tribunale, quindi evitiamo i processi. Spetta al Collegio nazionale di Garanzia valutare e decidere come sanzionare la violazione dello Statuto che c’è stata. Spero che vi sia una sana ispirazione garantista del Collegio di Garanzia, che sappia respingere le pesanti interferenze esterne come il grave documento approvato all’ultima Direzione nazionale del partito. Politicamente credo che sia un errore un provvedimento di allontanamento dal partito, non solo perché alimenta la caccia al colpevole all’interno della sinistra invece che dalla parte centrista e dei poteri forti, ma anche perché ci impedisce di fatto un rapporto con Turigliatto per convincerlo a votare la fiducia ed altri provvedimenti a rischio. E questo, con i voti risicati che vi sono al Senato, sarebbe un errore politico grave e un provvedimento dannoso per lo stesso governo Prodi.
Perché sostieni che ciò che è successo è avvenuto per responsabilità delle spinte centriste?
Beh, è evidente. Non solo per i voti di Andreotti e di Pininfarina ma per gli effetti che si stanno producendo. Per esempio: si è detto che Andreotti ha voluto colpire il governo per rispondere all’esigenza del Vaticano di combattere i Dico. Il governo Prodi bis cosa fa? Toglie i Dico dal programma di governo. E la cosa si estende a tutto campo, dalla politica estera a quella sociale, dalla scuola all’ambiente. Vedere solo la questione Turigliatto è come vedere il dito e non la luna. La luna è che è in atto una svolta moderata e autoritaria che è ancora peggio della fase 2 auspicata dalla parte riformista della coalizione e dai poteri forti. Bush ha dato gli 8 giorni a Prodi per dire di si sulla base di Vicenza. Prodi ha dato le 8 ore alla sinistra radicale. Le banche della UE dicono a Prodi che deve fare l’Alta Velocità e ridurre la spesa pubblica? E Prodi esegue. E a cascata anche la sinistra radicale e il Prc piegano la testa e la schiena. I 12 punti “non negoziabili” rappresentano un superamento a destra persino del già moderato programma elettorale dell’Unione ed una torsione autoritaria e presidenzialista che cancella la collegialità ed ogni possibilità di dissenso. Siamo al governo del leader. Sul modello del precedente governo Berlusconi, senza neanche il consenso che aveva Berlusconi in parlamento e nel Paese. E’ di una gravità inaudita e di una pericolosità enorme aver dato il via libera a questa svolta. Il Prc e la sinistra di alternativa rischiano il suicidio.
Ma allora, perché il gruppo dirigente del Prc ha detto SI a questa svolta, secondo te?
Il gruppo dirigente non è contento di questa svolta, naturalmente. Ora Rifondazione, Pdci e Verdi saranno ancora più sotto tiro. Non potranno più fiatare. Questo è, secondo me, il risultato degli errori di un lungo processo di omologazione governista iniziato anni fa, dopo l’esito del referendum sull’articolo 18 e sancito nel congresso di Venezia. Ormai si è intrapresa una strada scivolosissima sulla quale è molto difficile fermarsi. Figlia di una cultura vecchia, che credevo superata nel Prc. Se tu dici, per giustificare questa linea -come fa la compagna Rina Gagliardi- che questo equilibrio di governo è il più avanzato possibile, tu dici certamente una cosa vera in relazione al governo, ma è solo una parte della verità, ed esprimi un concetto devastante per la cultura di sinistra, un concetto che ha assunto come totalizzante la nozione di governabilità ed ha cancellato la funzione di opposizione. Si vede solo l’equilibrio di governo e non quello complessivo del paese e istituzionale. Tutto si ottiene governando: il governo è tutto, l’opposizione è nulla. Sparisce nelle stesse possibilità di incidere e di esistere l’opposizione di sinistra. Diventa “testimonianza”, “radicalismo sterile”, “incapacità di contare”, “quella certa sinistra che non serve al paese” come l’ha definita nei giorni scorsi D’Alema. L’opposizione di sinistra sparisce. C’è solo la cosiddetta “cultura di governo”. Così si è distrutta la sinistra e si è costruita la cultura del partito democratico. Se avessimo ragionato sempre così, avrebbe avuto ragione Cossutta quando nell’98 diceva che non c’era un governo più avanzato rispetto a quello Prodi prima e D’Alema poi. E’ incredibile come il gruppo dirigente del Prc abbia rimosso totalmente la rottura del governo Prodi del ’98, avallando ora la tesi che fu una sciagura e che non bisogna ripetere quella sciagura. Alcuni dirigenti del Prc di allora, che sono gli stessi di ora, giunsero a dire che la rottura del governo Prodi fu l’atto di inizio della vera “rifondazione”, ragionamento ideologico che io non ho mai condiviso. Ora sostengono l’esatto contrario, sostengono le stesse, identiche tesi politiche e di principio che allora sosteneva Cossutta, con un linguaggio diverso. Da un eccesso all’altro.
Perché sostieni che le 12 condizioni poste da Prodi rappresentano una svolta moderata e autoritaria ? Non ti sembra una opinione di parte?
C’è poco da opinare. Si leggano le 12 condizioni capestro imposte da Prodi. Sono tutte rivolte contro di noi, contro il Prc e la sinistra di alternativa, e tutte rivolte ad accontentare i centristi, i liberisti e i moderati. Del resto non è un caso che ai 12 punti si associa la richiesta ai parlamentari centristi (Follini, Casini, eccetera) a entrare in maggioranza. Che significa “rispetto degli impegni internazionali” del punto 1? Significa che la base di Vicenza si farà e che Rifondazione e la sinistra radicale devono adeguarsi e tradire dunque la grandiosa manifestazione del 17 febbraio ? E poi, quali sono questi “impegni” ? Anche quelli sottoscritti da Berlusconi, come la partecipazione alla guerra in Afghanistan o l’accordo militare con Israele? Il punto 2, chiede persino una accelerazione dell’Alta velocità in Val di Susa: "Rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare dei corridoi europei (compresa la Torino-Lione)”. C’è persino un punto, il 5, dedicato alle “liberalizzazioni”, con un riferimento esplicito alla liberalizzazione dei servizi, secondo il credo liberista e i diktat di Rutelli e Lanzillotta. Si veda com’è formulato il punto 6, sul Mezzogiorno: "Attenzione permanente e impegno concreto a favore del Mezzogiorno, a partire dalla sicurezza". Non a partire dall’occupazione, dal lavoro, ma dalla sicurezza…. E’ incredibile, l’assunzione anche nelle priorità di tutte le concezioni di destra. Per non parlare del punto 7, titolato persino: “Riduzione della spesa pubblica”. Che poi spiega: “Azione concreta e immediata di riduzione significativa della spesa pubblica e della spesa legata alle attività politiche e istituzionali (costi della politica)”.
Il legame fra la riduzione della spesa pubblica e quella dei costi della politica non tragga in inganno. Anzi, è la dimostrazione più evidente che si vuole controbilanciare demagogicamente nell’opinione pubblica i tagli pesanti allo stato sociale, alla pubblica amministrazione e al ruolo dello Stato, secondo i dettami più beceri del pensiero unico neoliberista. Altro che crisi del neoliberismo! Che illusione fantascientifica quella della crisi del liberismo e della permeabilità della sinistra moderata ai movimenti antiliberisti! Il punto 8, sulle pensioni si tiene aperte tutte le strade attraverso un generico “riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie” e già Padoa Schioppa ha dichiarato di voler innalzare l’età pensionabile. E, dulcis in fundo, i punti 11 e 12, sul ruolo del premier. Un premier che è costretto a imporre addirittura uno dei punti della sua tavola dei comandamenti, come il punto 11, solo per dire che il suo portavoce Sircana è il portavoce del governo, è un premier malandato e debolissimo. Un premier che giunge a ribadire per iscritto il punto 12, titolato “Autorità del premier”, per dire che “al presidente del Consiglio è riconosciuta l'autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo stesso in caso di contrasto”, mi sembra la dimostrazione di un premier che tenta di compensare con l’autoritarismo la propria debolezza di direzione politica. Autoritarismo presidenziale invece di collegialità democratica. Ecco appunto, i 12 punti sono, nero su bianco, la svolta moderata e autoritaria del governo Prodi.
Hai citato però solo i punti negativi. Un programma è sempre un compromesso, ci saranno senz’altro obbiettivi programmatici favorevoli alla sinistra radicale?
E’ proprio l’opposto, anche quei pochissimi punti programmatici che stavamo conquistando dopo 8 mesi di governo sono stati addirittura espulsi dalle 12 priorità. Non solo i Dico. Nessuno ha notato che anche la nuova legge sull’immigrazione, che è una cosa positiva che stava facendo il governo sotto la spinta del nostro ministro Ferrero per sostituire la Bossi-Fini, è stata cancellata dalle priorità. Per non parlare della lotta alla precarietà e del superamento della legge 30. Tutti, ma proprio tutti i temi cari alla sinistra radicale, che hanno permeato la stagione dei movimenti e dell’opposizione al governo Berlusconi, sono stati abbandonati. Questo non solo non è il nostro governo, diversamente da ciò che sostiene o che dà idea di sostenere la segreteria nazionale del Prc, ma non è neanche un governo di compromesso, com’era il programma del’Unione, per quanto arretrato. Il Prc e la sinistra radicale escono umiliate e con le ossa rotte dopo 8 mesi di governo di centro-sinistra. Questa è la realtà. Questa è la “luna” da discutere, non il “dito” Turigliatto.
Allora, se fosse vero ciò che dici, cosa proponi per uscire dalle difficoltà. Rifondazione dovrebbe uscire dal governo e andare all’opposizione ? Perché non proponi questo sbocco?
Intanto, è chiaro che ci siamo infilati in una strada dalla quale è difficilissimo uscire. Tuttavia, io non sono d’accordo con la tesi del vicolo cieco da cui ormai non si può uscire. Non mi convince la tesi che non ci fosse una soluzione più avanzata di questa. Questa è la logica che sin dall’inizio ci ha imbarcato in questa avventura. Se si assume questa logica non c’è mai fine al peggio, non ci sarà mai una soluzione più avanzata. Io credo che soluzioni meno disastrose di questa vi siano per il nostro partito. Intanto penso che strategicamente non solo sia giusto, ma ineluttabile se vuole sopravvivere, che il partito riprenda il ruolo dell’opposizione, anche per dare una sponda di sinistra al malessere sociale e politico rispetto a questo governo, per non lasciare che questo malessere, che va allargandosi ogni giorno che passa, vada solo a destra o nell’astensionismo.
Io sono d’accordissimo con Valentino Parlato, che ha dichiarato qualche giorno fa sul Corriere della Sera: “Rinunciare a governare il Paese ha un costo, però penso che in questo momento sia necessaria un'opposizione seria, razionale, vera, piuttosto che rappezzare le toppe. Un'opposizione politica, culturale e antropologica che metterebbe in difficoltà un ritorno al governo di Berlusconi”. Il problema, tuttavia, è che non vedo ora le condizioni per andare all’opposizione. Se noi ora ci mettessimo all’opposizione vi sarebbe il rischio concreto o di far ritornare subito Berlusconi oppure di andare alle elezioni, con la certezza di una vittoria alla grande di Berlusconi, Bossi e Fini. Anche perché il raggruppamento di Casini non è numericamente in grado di sostituire Prc, Pdci e Verdi. Noi potremmo fare un’altra cosa, se le cose dovessero peggiorare ancora di più. Potremmo uscire non dalla maggioranza ma dal governo, sia per riprendere pienamente la nostra autonomia nella società che per dare il segno chiaro ai nostri referenti sociali ed ai movimenti di una nostra presa di distanza dalla svolta moderata e dal superamento del programma votato dagli elettori, e contemporaneamente nella società e in parlamento potremmo agire per spostare a sinistra i provvedimenti del governo, assicurando i nostri voti solo per non far cadere il governo, per una sorta di emergenza democratica. Una posizione certamente difficile da giustificare in termini di massa, ma meno difficile, oggi, della nostra presenza in un governo come questo e che peggiorerà sempre di più.
Dunque un sostegno esterno per difendere la democrazia ?
Potrebbe essere una soluzione temporanea per salvare la pelle, ma facendo attenzione a tre cose, però. Primo. E’ vero che la destra, per come è configurata ancora oggi, è la più becera, antidemocratica, anticomunista e razzista di tutta Europa, è vero anche, tuttavia, che è proprio la politica del centro-sinistra che sta facendo crescere ed avanzare questa destra. La finanziaria appena approvata, che taglia le spese sociali, mette i ticket sanitari e aumenta le spese militari fa aumentare i consensi all’Unione o alla Casa delle Libertà? I tagli ai trasferimenti locali che costringono gli enti locali a imporre aumenti dell’Irpef sulle buste paga dei lavoratori aumentano i consensi a sinistra o a destra? Le minacce di innalzamento dell’età pensionabile aumentano i consensi a Prodi o a Berlusconi? Come si vede dai primi 8 mesi di governo l’Unione ha già perso 7-8 punti percentuali a vantaggio della Casa delle Libertà. Per questo motivo, al fine di evitare questo esito bisognerebbe non solo evitare l’ulteriore svolta moderata in atto in questi giorni (e che porterà ad una ulteriore perdita di consensi della coalizione di governo), ma anche produrre una svolta di segno opposto, aumentare i salari e gli stipendi, ridurre la precarietà, aumentare l’occupazione, soprattutto al Sud, proprio tutto il contrario della direzione di marcia liberista del governo. Ma questo è impossibile se siamo realisti. Dunque, si può evitare di far cadere il governo, solo per non essere percepiti dal popolo di sinistra, come i responsabili dell’avvento della destra, ma sapendo e denunciando che se il centro-sinistra continua così la destra tornerà a vincere, come è già avvenuto con il precedente governo di centro-sinistra.
In secondo luogo, è vero: “emergenza democratica” contro la destra, ma anche sulla democrazia la parte moderata del centro-sinistra non scherza, come si vede dalle dichiarazioni sconcertanti del Presidente della Repubblica sulle foibe e contro le manifestazioni nelle piazze dopo lo straordinario successo di Vicenza (“non è vero che sono il sale della democrazia”), come si vede dallo stesso disprezzo del Presidente del Consiglio per i partiti e per la democrazia parlamentare. Spesso mi sembra che siamo di fronte non più a due schieramenti diversi, ma ad un partito unico, ad una sorta di dittatura del pensiero unico. C’è in apparenza tutta la libertà possibile, ma nella sostanza non c’è nessuna libertà di scelta: hai 7-8 canali televisivi, fai zapping, dicono tutti la stessa cosa. Hai 18 giornali, tranne rarissime eccezioni, dicono tutti la stessa cosa. Questa è la democrazia capitalistica del XXI secolo, questa è la democrazia della guerra permanente. Se non fosse per Berlusconi e Bossi da un lato e per la sinistra radicale dall’altro, sui contenuti di politica estera, economica, sociale e persino sulla concezione della democrazia, potrebbero fare un partito unico della grande borghesia, con all’interno correnti diverse su aspetti tattici e secondari.
Terzo. A questa linea politica e di tattica istituzionale, bisogna aggiungere qualcosa di cui vedo ci si dimentica sempre: dobbiamo essere i protagonisti della crescita di forti movimenti di lotta nel Paese. Questa deve essere la priorità per i comunisti, per il nostro partito. Vicenza, Vicenza, Vicenza, quello è l’esempio, quello è il modello. Non solo una manifestazione, ma una lotta lunga e dura, come ci stiamo preparando a fare a Vicenza. Ci vuole una Vicenza per le pensioni, una Vicenza per i salari, una Vicenza per l’alta velocità, una Vicenza per i pacs. La svolta moderata e autoritaria è stata fatta anche per rispondere al successo straordinario della manifestazione di Vicenza. Noi risponderemo proseguendo la lotta di Vicenza e costruendo 10, 100, 1000 Vicenza, in tutta Italia, possibilmente unendo tutta la sinistra politica e sociale disponibile a queste lotte, il Prc, il Pdci, i Verdi, la Fiom, le parti della Cgil disponibili, gli altri sindacati di base e tutti i movimenti che hanno contribuito a lottare contro il neoliberismo e la guerra.