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da: La Rinascita del 09/03/2007
 
Su governo e conflitto
 
Marco Rizzo
 
Per interpretare meglio quello che è accaduto nei giorni di questa crisi di governo serve un'analisi che racconti la realtà per quella che è, e non per quella che appare o, peggio, per quello che ci vogliono fare apparire.
 
Come ha più volte giustamente osservato Oliviero Diliberto, questo governo è il punto di quadro politico più avanzato. Aggiungo io, in tutta la sua prima fase fino al fatidico 21 febbraio, veniva indicato (erroneamente) come fortemente condizionato dalla cosiddetta sinistra radicale, al punto tale che una pesantissima finanziaria con luci ed ombre è stata definita addirittura con l'aggettivo di "sovietica", in modo tale da prefigurare successivamente una sorta di "fase 2" in cui ci sarebbe stata una riscossa delle forze moderate della coalizione. Oggi, dopo aver evitato il rischio di riconsegnare il Paese a Berlusconi, siamo agli ormai famosi 12 punti del nuovo governo Prodi. Per questo è utile rimarcare la giustezza di una scelta che ha evitato di farci percepire dal nostro popolo come "inguaribili guastatori" che consegnavano le sorti della nazione a una delle peggiori destre reazionarie, così come è giusto evidenziare che quei 12 punti, pur essendo generali, indicano uno spostamento a destra rispetto al programma dell'Unione.
 
L'ingresso di Follini nella maggioranza, se da un lato rappresenta una condizione per andare avanti, dall'altro è una pericolosa evidenza della virata moderata voluta dai poteri forti. A questo punto tutto si può fare tranne che accettare questa condizione come il male minore e traccheggiare sperando in tempi migliori che di certo non arriveranno. In tal senso la proposta unitaria di Diliberto, in primo luogo a Rifondazione e alle altre forze della sinistra, è un passo importante perché ci può consentire di avere un forza di pressione maggiore sui nodi da affrontare proprio nei confronti del governo Prodi. In questo processo, che io considero urgente, dobbiamo insistere sui contenuti, perché nei confronti del ripiegamento al centro della maggioranza occorre più movimento, più partecipazione e più conflitto sociale. Aggiungerei addirittura che quest'anno, il 2007, sarà l'anno cruciale per capire se questa scommessa aveva e avrà un senso.
 
Sostenere il nuovo governo in termini non subordinati e, al tempo stesso, riannodare i fili con i movimenti prendendo in mano l'agenda del conflitto sociale, sono le condizioni essenziali per andare avanti. Sarà difficile? Sarà difficilissimo, anche perché dobbiamo scontrarci con il pensiero unico della globalizzazione capitalistica, secondo cui chi appoggia una qualunque azione di conflitto sociale o contro la guerra, si colloca automaticamente contro l'interesse generale. I lavoratori della Wind di Milano che lottano contro i licenziamenti non avranno di fronte solo gli interessi di quella multinazionale ma si dovranno battere contro il "senso comune" delle "compatibilità". Chi lotta contro la nuova base Usa a Vicenza non si confronterà solo contro il potere dell'imperialismo americano, ma si dovrà confrontare (sic!) con la follia logica di chi ci racconta che non si possono disattendere trattati internazionali, siglati quando il mondo era diviso in due, oppure che non si possono ribaltare gli accordi dei governi precedenti. Altro che non fare più cortei, come abbiamo sentito dire anche da qualche compagno! Dobbiamo combattere spalla a spalla assieme ai compagni di Rifondazione, della Fiom, della sinistra sociale e ambientalista al fine di premere anche sul governo. Qualcuno può dire: oggi non è possibile. Bene, bisogna fare come se ciò fosse possibile. Non rompere il legame con il governo, così come vuole la grande maggioranza della nostra gente, e, al tempo stesso, essere con i movimenti in lotta. Dare cioè sostanza alla nostra partecipazione al centro-sinistra attraverso l'organizzazione del conflitto. Dalle manifestazioni per i Dico alla Val di Susa e allo Stretto di Messina, dal blocco delle ruspe di Vicenza alle lotte contro la precarietà.
 
Infine, fare della battaglia sulle pensioni, la "cartina di tornasole" di questa intera strategia: altro che i vecchi contro i giovani! Dobbiamo dire a chiare lettere che la previdenza deve essere pagata con i contributi e che l'assistenza va pagata con le tasse. E che quindi le spese per l'assistenza vanno derubricate da quelle per la previdenza, scoprendo così che il bilancio dell'Inps sarebbe in attivo per ancora vent'anni; e che le pensioni per i giovani si avranno non a discapito di chi ha lavorato una vita, ma solo combattendo realmente la precarietà del lavoro. E, ancora, che la previdenza privata è la più grossa "porcheria" che si sta preparando, anche con l'aiuto di qualche pezzo del sindacato più interessato al business che agli interessi dei lavoratori che dovrebbe tutelare. E, in ultimo, che la "riforma" adombrata finora si differenzierebbe da quella di Maroni solo per i tre "scalini" al posto dello "scalone" di tre anni nel 2008, ma che prevederebbe lo stesso i 61 anni di pensione d'anzianità nel 2012 ed i 62 anni nel 2014, addirittura con coefficienti ridotti del 6-8%. Queste sono le battaglie che dobbiamo fare.
 
Per concludere questa riflessione, non ci si può nascondere che queste giornate hanno pesato come macigni ed hanno portato alla luce il problema della rappresentanza reale, che per un partito comunista al passo con i tempi è la condizione stessa dell'esistere. Non è infatti un caso che Rutelli abbia più volte sottolineato che «si può anche cercare il cambiamento ma non la rappresentanza». Non siamo d'accordo, il "passaggio sarà stretto" , ma saranno proprio i legami di massa che ci daranno la forza per continuare la nostra lotta.