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Intervento alla conferenza di organizzazione del PRC
 
Marina di Massa - 1 aprile 2007
 
Care compagne e cari compagni,
 
le questioni organizzative, la proiezione del partito e gli altri aspetti all’oggetto di questa conferenza di organizzazione non possono essere affrontati in modo avulso dal contesto più generale della situazione politica, dalle attuali condizione e collocazione del partito.
 
Volendo restare al solo scenario nazionale, è necessario sottolineare che già prima del voto al senato che ha determinato la momentanea crisi del governo, nel centro-sinistra si erano già presentate esplicite tutta una serie di compatibilità, che hanno progressivamente rovesciato i contenuti del programma dell’Unione; un programma volutamente generico e già di per sé orientato dagli indirizzi più arretrati dello schieramento.
 
Questa condizione -in particolare per gli aspetti economici ( vedi il rafforzamento della centralità dell’impresa e la conseguente estrema subalternità del mondo del lavoro) e per gli aspetti di politica estera- è il risultato di una egemonia centrista che ipoteca indirizzi in coerenza con i nuovi equilibri capitalistici in via di ridefinizione a livello planetario, necessari al capitalismo stesso per garantirsi continuità in forme aggiornate.
 
Oggi, anche alla luce degli sbocchi assunti, quella che si è presentata come crisi del governo si è rivelata piena di ombre, molte ancora da chiarire; soprattutto per la tempistica con la quale segnali chiari provenienti dai “poteri forti” (che nell’occasione del voto si sono manifestati pure attraverso il mancato sostegno alla mozione del governo) si sono strumentalmente sovrapposti, in modo puntuale e determinante, ai “no” venuti dalle file del centro-sinistra come non condivisione del merito delle scelte di politica estera.
 
In ogni caso -e lo provano il “dodecalogo” prodiano e gli ulteriori arretramenti rispetto al programma- ora, visti i termini che hanno consentito una “rinnovata fiducia”, l’ipoteca che già pesava sul governo dell’Ulivo diventa carattere identitario; un carattere che, come tale, tende ad escludere ogni spinta verso l’effettiva discontinuità con il governo delle destre.
 
In tutta la vicenda, e dopo, si sono purtroppo evidenziati i limiti politici della modalità con la quale nell’occasione sono venuti, da sinistra, i “no” alla politica estera, su cui si è puntualmente innestata la manovra neo-centrista attiva da tempo; ma restano comunque inaccettabili le misure “repressive” nei confronti dei cosiddetti “dissidenti”, così come restano in piedi tutte le contraddizioni con la nostra identità e con l’indirizzo delle battaglie che abbiamo sin qui condotto sulle questioni della pace e sul terreno politico e sociale.
 
E invece si è tentato di liquidare l’accaduto occultando la vera natura dell’imboscata al governo e il reale carattere di quest’ultimo: la verità è che il governo è caduto per premeditato calcolo di tre senatori del centro -Andreotti, Pininfarina e Cossiga- proiezione a loro volta di tre “poteri forti”, nell’ordine Vaticano, Confindustria ed USA.
 
Se poi -ed è di gran lunga più grave- questo tentativo liquidatorio è fatto proprio anche dal PRC, è altrettanto oggettivo che finisce per presentarsi nei fatti come giustificazione del fallimento della linea di maggioranza del gruppo dirigente; una linea nel contesto della quale, di fatto, talvolta anche a li la delle intenzioni, vanno emergendo segnalazioni di sostanziale sintonia con gli elementi di fondo che il centro-sinistra è chiamato a garantire nel contesto dei nuovi equilibri capitalistici.
 
La situazione è delicatissima e non può sfuggire che, se il disegno dei “poteri forti” procedesse incontrastato ( per esempio continuando a proclamare solennemente impegni a garantire comunque, magari a prescindere, continuità di legislatura a questo governo, oltre lo stesso necessario comune impegno a sbarrare la strada al ritorno delle destre)  per il PRC l’epilogo sarebbe drammatico; saremmo al compimento di un percorso già avanzato di ribaltamento della sua motivazione fondante in carattere nemmeno socialdemocratico, ma aclassista.
 
E questo, purtroppo, andrebbe a coincidere, di fatto, con gli obiettivi della ristrutturazione capitalistica, interessata ad operare per liquidare ogni coerente riferimento comunista.
 
Non è più possibile tentare di nasconderci che a questo risultato ha concorso, in modo determinante, la nostra collocazione organica nel governo, perseguita a tutti i costi dall’attuale maggioranza, mortificando il confronto ad ogni livello, disarticolando e forzando il pluralismo interno, accettando tutti i costi dei guasti nel corpo militante del partito e nella società, che poi si sono puntualmente prodotti.
 
Questa è una responsabilità grave, che rimarrà comunque indelebile, come altre volte e in contesti analoghi in passato, nella storia del movimento comunista.
 
E invece questa strettoia si sarebbe potuta evitare se si fosse scelta, come pure emergeva negli organismi dirigenti e nell’intero corpo del partito, la strada dell’appoggio esterno e condizionato programmaticamente al governo, la linea dell’impegno diretto dal basso, nel vivo della società reale, senza collocazione organica al suo interno e omologazione al suo carattere e a quello dell’Unione.
 
Cosa questa che avrebbe, insieme, contribuito a far barriera contro le destre e il centrismo e a determinare la pressione necessaria per dare contenuti coerenti e una lettura da sinistra del genericismo del programma dell’Unione; con il risultato, certamente non secondario, che, di fronte ad una reazione contestativa da parte degli interessi popolari colpiti da misure condizionate dall’ipoteca centrista, questi ultimi avrebbero potuto trovare nel PRC e nella diversità comunista un riferimento credibile ed efficace, prevenendo e scongiurando le tendenze populiste.
 
E invece accade che il governo forza ancora di più i contenuti che contraddicono la presenza del PRC al suo interno; e accade che, al nostro interno, si fanno sempre più esplicite le tendenze liquidatorie della nostra identità, nelle diverse versioni che diventano, via via, sempre più precise, fino alle odierne “amenità” sui “cantieri” in costruzione.
 
Accade che il partito, per tutto questo, è ancora più in difficoltà, indebolito da una “scissione” strisciante e silenziosa, oltre che da “separazioni” già consumate e da tentazioni a ripeterne di nuove; separazioni, tutte, che perlomeno segnalano debolezze di visione strategica -se non altro, di più inquietante-, puntualmente riproposte oggi dalla situazione che si va avvitando e che altro non produrrebbero, se non una oggettiva “ripulitura” del partito dalle coscienze più sensibili, consegnandolo sempre più esclusivamente all’aclassismo della Sinistra Europea che già ne ha abbondantemente ipotecato le strutture portanti.
 
Ormai, non è sufficiente la sola, e pur necessaria, azione di spinta dal basso per strappare concreti elementi di discontinuità sul terreno politico, sociale ed economico, sul piano nazionale, così come rispetto alle dimensioni internazionali. Urge, invece, la discontinuità che investa la vita, gli indirizzi e la collocazione imposti al partito dall’attuale linea di maggioranza: necessita una nuova Direzione Politica.
 
E’ necessario che una nuova Direzione Politica muova, anzitutto, dall’esigenza di confermare l’impegno dei comunisti nella pregiudiziale battaglia contro le destre e contro ogni manovra neo-centista; ma contestualmente ponga progressivo ed effettivo, accompagnato dalla presenza nel vivo delle lotte, lo sganciamento dall’organicità con i caratteri e con gli indirizzi di questo governo, verso la riconquista dell’autonomia necessaria ad operare per riproporsi riferimento credibile dei ceti non parassitari, lungo la prospettiva di una rifondazione coerente con il processo di rilancio dell’ alternativa di società al capitalismo.
 
Così come, insieme alla battaglia contro la guerra e per la pace, è necessario compiere lo sforzo verso la ricostruzione di un riferimento internazionale dei comunisti, pluralista e antiverticista, come nello spirito del processo rifondativo. Una nuova direzione politica in grado di operare per arrestare le tendenze al superamento dell’autonomia culturale, politica e organizzativa comunista, per dare sbocchi coerenti con la nostra motivazione fondante all’esigenza di un riferimento comunista agibile nel contribuire a rilanciare la prospettiva dell’alternativa di società al capitalismo, nel nuovo e più difficile terreno di lotta; una Direzione Politica che, anche di fronte alla liberazione di forze di sinistra dal progetto del Partito Democratico, riesca a mettere in campo processi che evitino precipitazioni organizzativistiche di nuovi “soggetti politici”, salvaguardino l’autonomia identitaria del PRC e ne rilancino l’originario processo rifondativo.
 
Per l’immediato, anzi, è indispensabile creare le condizioni perchè il PRC utilizzi la prospettiva di riconquista della propria autonomia per enucleare -attraverso le lotte e la mobilitazione dal basso- convergenze in controtendenza al centrismo, tali da determinare uno schieramento alternativo, in grado di acquisire il peso necessario per proporsi come forza determinante nelle prospettive di governo del paese; e ciò anche per prevenire le tendenze alla strumentalizzazione populista della protesta sociale e stroncare la provocazione terroristica, che trova spazio proprio nell’appannamento dei riferimenti alternativi.
 
Presente, comunque, deve essere la consapevolezza che qualsiasi governo ad egemonia centrista non è utilizzabile per far avanzare il quadro politico lungo percorsi che riscontrino positivamente le esigenze profonde che vengono dal movimento di lotta e dai bisogni del paese reale.
 
In tal senso, anche utilizzando la presenza diffusa del partito nel contesto delle amministrazioni territoriali -oggi nella stragrande maggioranza a gestione di centro-sinistra- è fatto strategico, utile anche nel contesto nazionale e nelle dimensioni generali di lotta, qualificare le istanze della partecipazione democratica come impegno ad individuare modi e strumenti per renderla partecipazione popolare determinante nella gestione amministrativa, non soltanto semplice modalità consultiva.
 
Compagni, la battaglia pregiudiziale, oggi, è dentro il partito, perché avanzi la coscienza della necessità di cambiare linea, prima che quella che c’è renda totalmente irreversibili i guasti che ha già prodotto.
 
Questa battaglia ha prospettive reali se, partendo dai territori, ad ogni livello, risulta il riferimento per l’insieme dell’attuale dissenso interno, capace di arrestare nella chiarezza e nella coerenza la disarticolazione messa in atto dalla maggioranza del gruppo dirigente nei confronti di alcuni suoi settori, ma anche salda nel rispedire al mittente i richiami velleitari di chi ha già consumato “separazioni” oggettivamente prive di prospettive, per come sono maturate e per gli effetti che hanno già prodotto.
 
E’ preliminare un impegno a fondo per far crescere la consapevolezza del pericolo del rovesciamento della motivazione fondante del PRC, letale per le prospettive di lotta, saldandola con il rilancio di una effettiva pratica pluralista, in grado di riprendere la strada alternativa di un coerente processo per la rifondazione comunista.
 
Pasquale D’Angelo
(Area Prog. OTTOBRE)