www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 07-05-07
Partito della sinistra: cominciano i problemi
Una rassegna stampa, commentata.
Dopo una settimana di dichiarazioni, interviste, interventi entusiastici per il superamento del Prc nel nuovo soggetto-partito unico della sinistra (“fare in fretta, fare in fretta!” urlavano in visibilio Rina Gagliardi e Ritanna Armeni su Liberazione), prodotti dall’evento mass-mediatico della non adesione di Mussi, Salvi ed Angius al partito Democratico, hanno cominciato pian piano a prendere piede i primi problemi ed ostacoli al progetto liquidatorio di qualunque presenza che abbia un qualche riferimento alla identità comunista nel nostro Paese. Progetto così agognato paradossalmente proprio dai tanti dirigenti che provengono dal Pci – sia chi, più coerente, ha condiviso la Bolognina di Occhetto, sia chi un po’ meno coerentemente, l’ha contrastata – i quali, senza più identità e bussola, hanno rinunciato a voler rifondare un partito comunista in Italia. C’è chi se ne andato nel Partito democratico, c’è chi si considera “socialista”, c’è chi, più confusamente, considera la propria identità “di sinistra”. Sono molto pochi quei dirigenti ex-Pci che rivendicano, anche con orgoglio come oggi sarebbe necessario di fronte alla ricostruzione di una sorta di nuova Dc (il Pd) e di un nuovo Psi, la propria identità comunista, sia pure da rinnovare profondamente o, come pensa chi scrive, addirittura da rifondare, ma in maniera seria e non improvvisata e propagandistica.
Vediamo cos’è successo la settimana scorsa. Si è passati dalle interviste in successione di Liberazione prima a Giovanni Berlinguer e il giorno dopo a Franco Giordano, con le quali si concordava addirittura sull’idea di fare in fretta un partito unico della sinistra, alle ultimissime affermazioni di Giordano in occasione del 1 maggio (“la nostra proposta è un patto di unità d’azione fra le sinistre”), che dimostrano lo stato confusionale in cui versa il gruppo dirigente del Prc, in una sorta di navigazione a vista, come si dice ora “in mare aperto” e senza bussola. Domanda: ha cambiato idea Giordano che nel giro di una settimana dalla montagna del “nuovo soggetto politico-partito unico della sinistra” ha partorito il topolino dell’“unità d’azione”, oppure si sono determinati all’esterno (e forse all’interno) del Prc ostacoli tali da sconsigliare una accelerazione, per prendere tempo, fare i passi intermedi e i passaggi tattici giusti in modo da portare pragmaticamente il grosso delle forze al di là del guado, al compimento strategico dell’operazione, di cui strumento indispensabile è anche il cambiamento della legge elettorale con lo sbarramento del 5% ? Non vogliamo dare una risposta, non siamo nella testa di nessuno, non facciamo il processo alle intenzioni, stiamo ai fatti e dai fatti, sia pure in movimento e quindi da seguire ogni minuto, ognuno si faccia una idea.
Intanto diciamo che ci aveva visto bene Valdo Spini, che già una settimana prima, il 17 aprile, in piena fase entusiastica, con una intervista a Liberazione cominciava già a frenare il processo di unificazione. “Alla vigilia del congresso diessino a Firenze – scrive Liberazione – appena tornato dall’assise dello Sdi a Fiuggi, Spini, uomo del Correntone ed ex socialista di epoca craxiana, ragiona sui movimenti che stanno investendo il centrosinistra italiano, con un occhio alle Europee del 2009”. «Rileviamo con piacere – dice Spini a Liberazione – una serie di segnali di Rifondazione: c’è Bertinotti che si ricorda della sua militanza lombardiana nei socialisti e ci sono i segnali che arrivano anche dagli altri leader, dal segretario Giordano. Delineare il socialismo, definire cosa vuol dire essere socialisti nel XXI secolo è un confronto che ci interessa molto, anche se ci sono delle differenze»». Ma poi la frenata: «Con Rifondazione dico però che è possibile un dialogo perché magari tra due anni il Prc avrà maturato una cultura di governo e non avrà più l’approccio antagonista che ha ora». Capite? C’è ancora molto lavoro da fare, dice Spini. Dopo due anni di cottura di governo Rifondazione avrà perso l’approccio antagonista che ha ora e sarà bell’e bollita per finire nel piatto riformista… Ancora due anni, dunque. C’è tempo, niente fretta.
Anche Tortorella, politico accorto, ci aveva visto giusto già una settimana prima. Il 17 aprile rilascia una intervista al Manifesto nella quale fra l’altro afferma: “Dal mio punto di vista sarebbe stato auspicabile che Mussi e gli altri avessero fatto la battaglia più per l’unità delle sinistre in Europa che per l’appartenenza al partito socialista europeo. I compagni del Prc con Sinistra europea hanno scelto un’altra collocazione. Fortunatamente non è detto che né l’una né l’altra siano molto solide e forse non è il caso di farsi affascinare troppo da queste questioni di appartenenza. Più importante è stabilire un’alleanza, questo mi sembra che si possa fare ed è gia molto…. Oggi è difficile pensare a un nuovo partito di sinistra, è più facile per partiti e associazioni esistenti aprire una discussione comune sui fondamenti, sui contenuti delle idee, per tutto il tempo che ci vorrà”. Dunque anche Tortorella capisce che ci vuole tempo….
Chi invece ha fretta è Cossutta, che negli ultimi tempi è tornato in scena assieme ad Occhetto ed ha ripreso freneticamente a farsi intervistare a destra e a manca per sostenere che bisogna abbandonare il comunismo e fare il partito unico (finalmente la sua vecchia, storica ossessione del partito unico torna di attualità!). Ha lasciato polemicamente anche il suo partito, il Pdci di Diliberto e Rizzo, per tentare di mettersi alla testa di questo “appassionante” (per lui) nuovo inizio. Ma le interviste dell’Armando non aiutano, anzi sono controproducenti, mettono in difficoltà i promotori del partito unico, innanzitutto perché Cossutta è un personaggio ormai poco credibile, anzi scomodo, e in secondo luogo perché l’Armando non usa mezzi termini, dice apertamente la verità: sciogliere, sciogliere ! Sciogliere il Pdci, sciogliere il Prc, confluire nel PSE (nel Partito socialista europeo). Leggere per credere: “Nelle parole che Armando Cossutta affida al Riformista (Il Riformista del 27 aprile) non vi sono tracce di dubbi, né d’incertezze. All’appello per la costruzione di una grande forza che nasca «a sinistra del Pd», l’Armando risponde «presente», getta il cuore oltre l’ostacolo e pone le basi per una piccola, grande svolta personale: «Sono e sarò sempre liberamente comunista. Quando toccherà a me, voglio che sulla mia lapide ci sia scritto, semplicemente: Armando Cossutta, comunista. Nel frattempo, però, è necessario che questo cantiere della sinistra unita faccia una grande apertura e si dica da subito disponibile a un rapporto privilegiato con il Partito del socialismo europeo»”. E ancora, il giorno dopo sul Messaggero del 28 aprile è sempre Cossutta che parla: “Io speravo, spero ancora, che dal congresso dei Comunisti italiani uscisse questo: siamo pronti a rinunciare al simbolo della falce e martello, al nome “comunisti”, perché quello che conta è l’obiettivo. Lo stesso vale per Bertinotti, che invece dice che Rifondazione non si scioglierà”. E poi il colpo finale del vecchio Armando, grande esperto dei palazzi istituzionali. Alla domanda “guidata” del Messaggero: “Qual è la legge elettorale ideale per la sinistra unita?”, Cossutta risponde: “Proporzionale o maggioritario che sia, dobbiamo essere pronti a proporre, un sistema che fissi uno sbarramento al 5%”. Non interessa se sarà proporzionale o maggioritario, interessa solo che ci sia lo sbarramento anticomunista del 5%. Come fecero i socialdemocratici tedeschi quando introdussero lo sbarramento elettorale del 5% che ha impedito per mezzo secolo la presenza nel parlamento dei comunisti tedeschi. Questa è la democrazia borghese. E socialdemocratica. Ma andiamo avanti.
Il 28 aprile compare una intervista su Liberazione a Cesare Salvi con la quale già cominciano ad affiorare le prime difficoltà. Liberazione giustamente gli chiede: “C’è un problema, però. Avete appena condotto una battaglia, nei Ds, per impedire il distacco dal socialismo europeo. Il soggetto che immagini dovrà aderire al Pse?”. E Salvi risponde: “Ti ho già detto che immagino un soggetto plurale. Poi, vedi, il socialismo europeo è un corpo composito, dove coesistono le spinte più diverse. A me, socialista e perché no? socialdemocratico, interessa una battaglia per spostare a sinistra quel campo”. La risposta, in sostanza, è: il Prc e il Pdci entrino nel Pse, il socialismo europeo, perché questo ha diverse correnti, ci sono e ci sono sempre stati i socialisti di destra, i socialisti di centro e i socialisti di sinistra. Con questo ragionamento il PCI avrebbe potuto entrare (come in effetti divenne negli ultimi anni, “parte integrante del socialismo europeo”, chissà se si ricorda Cossutta l’emendamento che fece ad un congresso ? Ma erano altri tempi… c’era ancora l’Urss… risponderebbe l’Armando). Dunque, anche da queste risposte di Salvi ma poi di tanti altri, si smaschera definitivamente questo equivoco sul socialismo del XXI secolo. Finiamola di prenderci in giro e di giocare con le parole. Il socialismo di cui si parla non c’entra nulla con quello a cui fanno riferimento Chavez, i comunisti e i rivoluzioni del mondo. Il socialismo di Salvi, di Mussi, di Folena, di Boselli, di Cossutta è il socialismo riformista dei partiti socialisti e socialdemocratici, è il Pse, è l’Internazionale socialista. Cosa c’entra con il socialismo come obbiettivo del superamento del capitalismo citato sia dal segretario del Prc Giordano e che da quello del Pdci Diliberto ?
Sempre su questo ostacolo “internazionale” si cimenta Pietro Folena, altro entusiastico sostenitore della Bolognina occhettiana (lo diciamo senza offesa, solo come dato di fatto), altro ex-comunista oggi neo-socialista promotore della Sinistra Europea. Alla domanda problematica di Repubblica del 29 aprile: “Intanto Rifondazione aderisce alla Sinistra europea mentre la stella polare di Mussi e Angius è il Pse. Si ripropone anche a sinistra la divaricazione delle famiglie europee?”, il giovane Pietro risponde: “Penso che il Pse potrebbe “evolversi” a sinistra. Comunque Sinistra europea non è un partito politico, non ne ha la rigidità. E si può evitare di porre in modo ideologico e rigido la questione: vogliamo costruire una sinistra che superi le divisioni tra socialisti più moderati e massimalisti”. Grande Folena ! Una sinistra che superi le divisioni “tra socialisti più moderati e massimalisti” ! Neanche fra socialisti e comunisti, come dicono i più accorti Cossutta e Tortorella, ma tra “socialisti moderati e massimalisti”. Dunque Bertinotti e Giordano sono messi neanche fra i comunisti (che vengono omessi del tutto), ma fra i “massimalisti”. Che abbia ragione Folena ? Chissà se Giordano gli risponde…. E ancora Folena copia Bertinotti e ripropone, sempre nella stessa intervista a Repubblica, di “avviare un processo federativo come fece Mitterrand nel 1971 a Epinay. Ciò è possibile miscelando tra di loro le diverse culture di sinistra ora frammentate”, dimenticando appunto, come del resto ha fatto Bertinotti, che Mitterand ad Epinay federò le diverse correnti, gruppi, associazioni in cui si erano frammentati e frantumati (con il vecchio vizio correntizio di quella tradizione) i socialisti francesi. Della Epinay i comunisti francesi non c’entravano nulla.
A questo punto arriva il congresso del Pdci, che cambia parzialmente il quadro. Oliviero Diliberto, pur con grande, eccessiva moderazione governista (in una sorta di cossuttismo senza Cossutta), almeno rivendica orgogliosamente e sia pure molto, troppo simbolicamente, la identità comunista del suo partito. Del resto è l’unica arma che ha il segretario del Pdci e la usa. Con formule ambigue (come “unificazione” della sinistra, “ricongiungimento familiare”, eccetera), il segretario del Pdci tuttavia riesce a dare risalto al ruolo dei comunisti. A tal punto che suscita la reazione di un socialista puro (e craxiano) come Boselli, sempre prodigo di benevolenze, invece, per Bertinotti. La Stampa del 28 aprile annota: “Scuote la testa Boselli, in prima fila: <<La relazione di Diliberto dimostra che anche in Italia, come in tutta Europa, ci sono sinistre diverse, una socialista e una comunista: è un po’ difficile che si riesca a metterle sotto lo stesso tetto>>. Oh, qualcuno finalmente l’ha detto ! In Italia, come in Europa le sinistre sono due, una socialista e riformista (con le diverse tendenze al suo interno), ed una comunista e antagonista al capitalismo (anch’essa con diverse tendenze al suo interno). Ma questa di Boselli è una bella frenata alle illusioni dei tanti senza radici ed identità.
“Diliberto, l’ultimo dei comunisti”, titola Il Tempo del 30 aprile. “Insomma, essere comunisti nel terzo millennio non solo si deve, ma si può. Per questo, rispondendo all’ormai ex presidente del partito Armando Cossutta, che nei giorni scorsi gli aveva chiesto di rinunciare a nome e simbolo, Diliberto ribadisce: <<Mi terrò e ci terremo oggi, domani, dopodomani e per sempre il nome comunisti, la falce e il martello, la bandiera d’Italia>>. Poi aggiunge: “Se dovessimo accettare l’invito, dovremmo dire che aveva ragione Occhetto e che potevamo risparmiarci la fatica di questi 20 anni”. E una osservazione ovvia, lapalissiana, ma che vorremmo sentire almeno una volta anche in bocca al segretario del Prc Giordano che – come noi e diversamente da altri che entrarono nel Pds dello scioglimento occhettiano del Pci – fu fra i fondatori prima del movimento e poi del partito della Rifondazione Comunista.
A questo punto è Mussi che saggiamente, dopo la prima accelerazione, comincia a frenare (e nella sua frenata porterà con sé anche Bertinotti e Giordano). “Mussi vuol parlare prima allo Sdi, poi al Prc”, titola Il Riformista del 30 aprile. “Il punto politico che i promotori di Sd ci tengono, fin da subito, a chiarire – scrive – è proprio questo: <<Abbiamo condotto una campagna congressuale nei Ds sviluppando una polemica forte e netta con il Pd, che disancorerà quel partito dal Pse>>, spiega il coordinatore della mozione Mussi Gianni Zagato, <<e il 5 insisteremo su questo punto, lanciando anche un forte appello per sostenere senza tentennamenti la candidatura di Sègolène Royal alle presidenziali francesi. Non vogliamo scorciatoie nè chiediamo annessioni ma di certo non siamo disposti a subirle>>. Chiaro il riferimento ai movimenti in corso a sinistra, dove qualcuno – specialmente in area bertinottiana – pensa di poter procedere a tappe forzate verso un rassemblement della sinistra radicale che però escluda, di fatto, lo Sdi e la costituente socialista, a cui invece Sd punta con forza…. <<Il cammino è lungo – ha detto Mussi – ma si può fare insieme se ci mettiamo d’accordo su una cosa: dobbiamo fare una forza della sinistra critica, larga, plurale, ma di governo>>. L’unico problema sta, appunto, nel fatto che Sd guarda anche (o forse soprattutto) alle forze socialiste, Sdi in testa e a partire dall’ancoraggio al Pse, la sinistra radicale – che con lo Sdi continua a rimarcare le differenze, più che le affinità - molto meno, anche se Folena propone per l’autunno, una vera “costituente” di tutta la sinistra. I mussiani, però, non hanno alcuna intenzione di finire nel contenitore foleniano di Sinistra europea, vista come il <<semplice prolungamento>> di Rifondazione”. “La strada per la Epinay della sinistra è lunga” conclude Il Riformista.
Chi non sbaglia l’analisi, come spesso accade, è il giornale dei padroni, Il Sole 24 Ore, che il 29 aprile scrive: “Mussi e Angius sembrano davvero intenzionati a fare la cosa assieme. Ieri hanno rivolto un appello comune perché <<anche in Italia, oggi e domani, sia presente un’autonoma forza democratica e socialista, laica, riformista e ambientalista, parte integrante del Pse>>. L’obiettivo di Mussi e Angius è quello di dare vita il prossimo 5 maggio al movimento della <<Sinistra democratica per il socialismo europeo>>. Il richiamo al socialismo è forte, anche se da parte dei due esponenti diessini e, ancora prima, da parte del socialista Boselli, non mancano segnali di attenzione a sinistra, soprattutto nei confronti di Fausto Bertinotti. Spiega Mussi: <<Parlare con tutti, ma niente matrimoni>>. Diverso l’approccio di Oliviero Diliberto che vuole profittare del vuoto che si sarebbe aperto con lo spostamento verso il centro dei Ds per rilanciare la sinistra–sinistra. Ma il leader del Pdci non ha alcuna intenzione di rinunciare alla propria identità comunista e per questo propone di fare una federazione di sinistra <<senza aggettivi>>. Che nei fatti significa un’alleanza politica nella quale ognuno mantiene i propri aggettivi: comunisti, Verdi, ambientalisti e, perché no, socialisti. Non necessariamente i percorsi di coloro che, a sinistra, non condividono la scelta del Pd sono destinati a unificarsi. La costituente socialista di Boselli non sembra destinata a confluire facilmente in una federazione come quella alla quale pensa Di liberto. E anche Rifondazione comunista, se dovesse bruscamente rinunciare al suo aggettivo, rischierebbe uscite a sinistra”. Come si vede dopo i primi facili entusiasmi, i problemi e gli ostacoli cominciano ad essere tanti. Tacciono infatti in questi giorni i fautori dell’ “In fretta ! In fretta !”, come Rina Gagliardi e Ritanna Armeni, note portavoci politiche del presidente della Camera.
Ma come recita il titolo dell’Avvenire del 29 aprile: “Per Bertinotti c’è un’idea Migliore”. “Il presidente della Camera – scrive il quotidiano del Vaticano – prepara il ritorno alla politica attiva, per spendere tutta la sua autorevolezza a favore del nascente cantiere della sinistra. Nasce sotto la sua direzione la rivista Alternativa per il socialismo…. Un libero pensatoio che si inserisce nel dibattito sulla nuova sinistra. La scelta della leadership sarà solo l’approdo finale, ma intanto Bertinotti fa già sapere la sua: <<Penso da tanto tempo che ci sia bisogno nella politica italiana di un ricambio generazionale. Il processo di rinnovamento deve maturare, può essere fatto senza strappi, ma è necessario>>. Piena fiducia nel gruppo dirigente di Rifondazione, ma con all’orizzonte una chiara opzione per il rinnovamento, non solo delle idee. E non è un mistero che sin dal congresso di Venezia l’idea di Bertinotti è di puntare a far crescere Migliore, napoletano, 39 anni non compiuti, ex dirigente giovanile del partito e poi responsabile Esteri, che ora sta facendo bene alla guida del gruppo di Montecitorio”.
Ci si mette pure Maura Cossutta rediviva ad aggiungere confusione a confusione, proponendo un “portavoce unico”. “Maura Cossutta – scrive Il Giornale del 30 aprile – si spinge ad ipotizzare un “portavoce unico”, per un raggruppamento imponente, che conta già quasi 150 parlamentari. Con l’obiettivo futuro di liste comuni: se non per le amministrative del 2008, almeno <<per le Europee del 2009, purché il percorso inizi subito>>, dice Russo Spena. Il nome, anticipava ieri la Stampa, ci sarebbe già: A sinistra… “E i passi, per Maura Cossutta, sono segnati. <<Puntare sul nuovo soggetto politico che poi avrà i suoi tempi, ma l’assemblea costituente la dobbiamo fare ora, subito, prima dell’estate>>. Giovanni Russo Spena, presidente dei senatori del Prc, invita a fare in fretta. I tempi per le liste <<possono essere anche più lunghi, possiamo essere forse pronti per le europee, ma i percorsi devono iniziare subito>>”. (Dalla Gazzetta del Mezzogiorno, del 30 aprile).
“Il primo passo sarà il coordinamento dei gruppi parlamentari, ma la nuova “Cosa di sinistra” è piena di nodi da sciogliere – ammette La Stampa del 30 aprile. “Uno di questi, ad esempio, lo ha individuato ieri come un rischio Fabio Mussi all’assemblea di “Uniti a sinistra” organizzata da Pietro Folena. “Nessun radicalismo e nessuna primazia, altrimenti non si va da nessuna parte”…. Sgombrando il campo, come ha puntualizzato Mussi, dal “luogo comune delle due sinistre, quella radicale e quella moderata”. L’obiettivo è lavorare invece a una “sinistra plurale ma di governo”…… Non sarà per niente facile armonizzare la galassia di tutto ciò che sta fuori dal Pd. Allo Sdi di Boselli di stare con i comunisti non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello. Il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio guarda scettico quello che sta accadendo, mentre il suo sottosegretario Paolo Cento è già nella partito della sinistra unita. Bisognerà poi vedere dal punto di vista delle proposte cosa verrà fuori dal coordinamento parlamentare. Mussi avverte che non ha intenzione di seguire una politica radicale….. Perfino Armando Cossutta, ieri alla riunione di Folena, ha detto che ormai bisogna chiamarsi soltanto <<socialisti>>”.
Interessante l’intervista che rilascia a Liberazione del 1 maggio Pietro Folena, che obbiettivamente sembra aver perso il ruolo di interlocutore esterno privilegiato di Bertinotti dopo la scesa in campo di Mussi. Alla domanda solita su come superare il principale ostacolo rappresentato dalle diverse appartenze internazionali, Folena risponde: “E’ una questione specifica, che riguarda i due principali soggetti della sinistra, cioè Rifondazione–Se e Sinistra democratica. Non credo però che si tratti di una questione ostativa all’unità a sinistra. La Se non è un’organizzazione comunista. E’ un cantiere giovane ed è già un meticcio di culture politiche. Il Pse è più legato alla sua storia e dentro ci sono anche forze politiche che hanno espresso posizioni liberiste o favorevoli alla guerra. Ma entrambi sono soggetti che possono raccordarsi, se poniamo la questione in termini di ricerca politica. E’ una situazione in divenire: basta considerare cosa potrebbe accadere se Royal si alleasse con Bayrou. L’importante è che la Se, in Italia, non sia un nuovo nome e basta, ma un primo pezzo di questo nuovo percorso, un mezzo e non il fine. Perciò l’assemblea di giugno dovrebbe essere pensata in modo aperto, chiamando tutti coloro che credono nel cantiere. Come Mussi, che all’incontro del 5 maggio ha invitato tutti. La Se potrebbe così diventare un comune percorso fino agli stati generali della sinistra che noi proponiamo si tengano nell’autunno del 2009”. “E una lista unica, incalza Liberazione, la vedi realistica? E quando?”. Risposta: “Domenica, nella nostra assemblea nazionale, abbiamo votato un documento che pone come obiettivo le europee del 2009. Penso, comunque, che quando ci fosse una lista unica del Pd, la sinistra dovrebbe fare lo stesso”.
Entra nel dibattito anche Emanuele Macaluso, vecchio esponente della destra Pci, amendoliano, migliorista, già da tempo (da ben prima di Cossuta) convinto socialista, direttore della rivista “Le ragioni del socialismo”. “Al congresso dei Ds – scrive sul Riformista del 1 maggio – si è verificato quel che era ampiamente annunciato: la componente che fa capo a Fabio Mussi non ha condiviso lo scioglimento dei Ds e il progetto del Pd e ha dato vita a un movimento di ispirazione socialista che ha come riferimento il Pse. Quale consistenza abbia questo gruppo e come si muoverà per costruire una forza consistente di sinistra non lo sappiamo ancora. Sappiamo però che si aprirà un confronto politico con i socialisti che sono già nella famiglia del Pse e con quelli che socialisti non sono, come Rifondazione comunista. Partito nel quale si è aperta una revisione politico-culturale animata da Bertinotti, i cui contorni politici, a oggi, appaiono incerti. Ci permettiamo di osservare che un gruppo come quello che si è separato dai Ds non può restare a lungo un limbo: i militanti, gli elettori, la gente comune vuole capire e sapere quale sia l’approdo. Si tenga contro che, come abbiamo accennato, il processo revisionistico aperto nel partito di Bertinotti è complesso e ha bisogno di tempi lunghi per il suo svolgimento”. Tempi lunghi, dice Macaluso, per far evolvere il processo governista e di destra aperto da Bertinotti nel Prc. Chi si ricorda “gli esami che non finivano mai” che la borghesia liberale e socialdemocratica per anni ha fatto al Pci per dargli la patente democratica, fino allo scioglimento della Bolognina ?
A questo punto, nel pieno del caos, senza una prospettiva chiara all’esterno del partito e col rischio di avere solo polemiche e difficoltà all’interno, arriva la svolta di 180 gradi di Giordano (definita dal Manifesto del 1 maggio, “un approccio pragmatico, concordato con Bertinotti”), dal SI alla proposta di partito unico di Berlinguer di una settimana prima (precisamente il 26 aprile) alla proposta di “un patto di unità d’azione”, che è ciò che da sempre ha proposto l’Area dell’Ernesto perché non comporta cessioni di sovranità, come invece la confederazione di Diliberto, e contemporaneamente, diversamente da quest’ultima, non è una unità politicista ma è, appunto, come dice il termine stesso, una unità “d’azione”, cioè, come si direbbe oggi, “di movimento” sui contenuti.
“Invitiamo – scrive il segretario del Prc su Liberazione del 1 maggio – a dare battaglia comune stipulando un patto di unità d’azione: questa è la concreta proposta che Rifondazione comunista avanza a tutte le forze di sinistra, in parlamento e nel paese”. Siamo d’accordo. Se serve a costruire, fuori da ogni rigida gabbia governista, una sinistra di lotta e movimenti antagonisti al liberismo, alla guerra, contro la devastazione dell’ambiente e della natura, il razzismo contro i migranti, l’invadenza del neo-integralismo cattolico, l’omofobia, il restringimento degli spazi democratici: tutti prodotti dell’attuale fase del capitalismo imperialistico e globalizzato. E se assieme all’unità d’azione si rilancia la sempre più necessaria rifondazione di un pensiero e di una prassi comunista e se “il patto di unità d’azione” non è dunque solo l’inizio di un processo di costruzione di un nuovo soggetto-partito unico della sinistra senza aggettivi. Altrimenti si rovina anche l’unità d’azione.
Quindi tutto il contrario di ciò che torna a proporre come obbiettivo strategico, in una recentissima intervista a Liberazione (del 4 maggio), Alfonso Gianni. “Se ieri era chiaro, oggi è chiarissimo”, premette Stefano Bocconetti nel fare la prima domanda a Gianni. “All’ultima conferenza di organizzazione di Rifondazione, a Carrara, un mese fa, Alfonso Gianni, sottosegretario all’Economia, fu uno dei pochi – anzi il solo – a parlare della necessità di un qualcosa di nuovo che unisca la sinistra. Le sue parole furono accolte con un po’ di sospetto dai delegati. Ora, poche settimane dopo quell’appuntamento, tutto sembra dargli ragione. Sei ancora più convinto di quella proposta ?”, gli chiede il giornalista di Liberazione. “Direi proprio di sì. Tutto è andato in quella direzione”, risponde il braccio destro di Bertinotti. Per fare cosa, “un partito a due cifre, come si dice adesso ?”. Risposta, secca: “Esatto: un partito a due cifre”. E più avanti: “La nostra ipotesi fondativa, la rifondazione di un pensiero comunista, deve sapersi trasformare, deve saper diventare lo strumento per la rifondazione della sinistra. Della sinistra tout court”. Domanda: Giordano gli risponderà opponendogli una diversità strategica nel rilancio della rifondazione comunista oppure dirà che l’obbiettivo finale è il nuovo soggetto politico proposto da Gianni e che il patto di unità d’azione è solo l’inizio di questo processo ? Vi sono contraddizioni strategiche oppure è solo un gioco tattico delle parti, in cui l’uno fa due passi avanti e l’altro uno indietro, così la somma fa un passo avanti, ma senza spaventare troppo i militanti comunisti ? Abbiamo già visto nell’ultimo Pci questo tipo di operazioni e vorremmo evitare il bis, passando dalla tragedia alla farsa.
Come si vede, tuttavia, le contraddizioni sono tante e diverse, ogni giorno ce n’è una, la situazione è in movimento e gli esiti dipendono anche da ognuno di noi.