www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 11-06-07

Le manifestazioni e la società dello spettacolo
 
di Tiziano Tussi
 
Dopo le manifestazioni di sabato 10 giugno conto Bush mi venivano in mente le tesi dei situazionisti, il cui esponente più conosciuto era Guy Debord che scrisse, fra l’altro, un libro dal titolo imperituro: La società dello spettacolo. Ecco, appunto, il senso dello spettacolo è questo: intrattenimento, consumo del tempo, ripetizione di un rito, certezza dello stesso, si sa già cosa accade, più o meno. Altra cosa è invece teatro, nel senso pieno del termine. A teatro accade sempre qualcosa di diverso. Un incontro tra chi recita e chi ascolta. Tra lo spettacolo – the show must go on, – e il teatro corre molta distanza. Cosa può importare alla vita sociale di un paese, il nostro, se un manifestante tira una bottiglietta ad un poliziotto? Se chi organizza manifestazioni ha come preoccupazione massima che la stessa si svolga pacificamente, senza incidente di rilievo?
 
Cosa può servire, intendo per i livelli di scontro sociale nel paese, tra lavoratori e datori di lavoro, se ogni volta che un G8 si riunisce a Vattelapesca city subito si forma un coacervo da insalata russa, tra bravi pacifisti, cattivi black bloc, infiltrati, provocatori, disobbedienti, rappresentati di ong le più varie, per protestare contro quei signori. E se gli stessi si trovassero senza spettacolarizzare il loro ritrovo, i contestatori si ritroverebbero? Ma certo che no! L’una esistenza è legata all’altra. I due corni si servono l’un dell’altro, per motivi naturalmente diversi. La spettacolarizzazione degli incontri ha bisogno della spettacolarizzazione dei protestatari. Dimenticavo: ci sono sempre un paio di rock star che starnazzano sulla fame in Africa, dopo che, probabilmente, hanno visto come si stavano comportando in quel giorno i propri fondi, azioni o che accidente altro. Ultimamente Bono degliU2 si fa veder molto e gira il mondo indifferentemente tra una sfilata di moda, un grande della terra, un gruppo di morti di fame all’ultimo stadio di vita. Spettacolo.
 
Ma per tornare a sabato. Due manifestazioni: una riuscita, nel senso del numero, con coda da brivido, ma ci voleva, evidentemente, e l’altra buca. Ma ci voleva. E’ possibile che uomini e donne che fanno politica da anni, da decenni, non capiscano che dietro ad ogni azione vi deve essere un progetto? Ma quale progetto dietro ai centomila, in fondo il numero non importa, quando è imponente si certifica da solo, che hanno sfilato? Quale progetto dietro alle poche centinaia che hanno fatto brutto – si dice così tra i giovinastri sottoproletari – alla polizia? E quale progetto dietro ai rappresentanti dei partiti che D’Alema ha giustamente bollato – naturalmente dalla sua parte, da parte di uno che ha già fatto tutto il saltone nel campo capitalistico, servilista , velistico – come finiti? Intendo i partiti di lotta e di governo? Dalla piazza, cioè dagli italiani, si chiede sempre più intelligenza.
 
Si vorrebbe che le cose più semplici fossero risolte. Che ne so: il problema della pulizia: monnezza, smaltimento dei rifiuti, si ma poi anche camorra, guadagni, ecc. Forse allora, scuola: si ma poi investimenti, che mancano, privatizzazione, guadagni ecc. Allora sanità: salute, ospedali fatiscenti, incapacità professionali, cliniche private, guadagni ecc. Allora, politica internazionale: guerre umanitarie, produzione di armi, guadagni ecc. Proviamo allora con l’immigrazione clandestina, qui subito si arriva velocemente allo sfruttamento-delinquenza-sfruttamento, guadagni ecc. Ma vuoi vedere che la questione si arrotola sempre sull’odiato profitto? E che quindi tutto il resto, ciò che non tocca le fondamenta del capitalismo si spossa discutere, dialettizzare, aprire e chiudere, insomma spettacolarizzare?
 
Tiziano Tussi