www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 02-07-07

Le banalità di Fassino e soci
 
di Tiziano Tussi
 
Sabato 30 giugno l’Unità pubblica, mettendolo ben in risalto, con un richiamo in prima pagina un artico di Piero Fassino, sino ad ora segretario dei DS. La questione riguarda lo stalinismo, le morti di comunisti italiani, e non solo, in URSS, causati da quel regime e la figura dei leader comunisti italiani, Togliatti per tutti, cui mancò il coraggio di opporsi a Stalin. Naturalmente con Stalin segue l’ingiuria contro il comunismo salvando solo i comunisti vittime di comunisti. Nessuno ha l’obbligo di essere comunista, ma almeno, e specialmente quando si ricoprono posizioni politiche di rilievo, non si dovrebbe essere banali. Ora Fassino, così come tutta la quarta fila di ballerine dello spettacolo politico, quarta fila di quello che fu un tempo il PCI, cercano di smarcarsi continuamente dal loro passato, per propinarci le banalità più grosse e per dire dicendo nulla.
 
Nel pezzo, tra le tante perle, viene fuori una patente salvifica per Gramsci, ovvio era una vittima, all’opposto un marchio di dannazione per Togliatti, che non fu vittima sacrificale in una prigione fascista. Dunque il buon Gramsci si sarebbe speso per salvare le vittime dello stalinismo. Veramente ha avuto ben poco tempo per salvare le vittime dello stalinismo, considerando che Lenin muore nel ‘24 e che Gramsci viene incarcerato, praticamente sino alla sua morte, nel ’26. E poi anche lui ebbe qualche problemino in carcere, con nessuna possibilità di influenzare chi stava al di fuori. Ma Fassino dice che Gramsci si adoperò per fare liberare, nel ‘21 un comunista italiano, suo amico, confinato in URSS. Due particolari non irrilevanti: a) in quell’anno era Lenin alla guida del PCB non Stalin; b)l’URSS ufficialmente nasce l’anno dopo. Ma tutto ciò non è importante quando la foga manichea imperversa.
 
Un lungo periodo storico buttato sulle corde del sentimento, sulla linea di demarcazione buoni/cattivi in cui mettere i cattivi, i comunisti – ricordo ancora, tranne le vittime. Del resto Fassino ha studiato dai Gesuiti -, dalla parte dei cattivi. Il comunismo, tentativo di avviare un mondo nuovo, moderno e liberatorio, buttato irrimediabilmente nel campo della gramigna dei cattivi e basta. Nello scritto non c’è un anelito di orizzonte storico, non c’è un dubbio. Da parte di chi bevve a profusione il latte PCI, ora cagliato, vengono solo parole di condanna definitiva, anche per il proprio passato, il passato e le lotte di milioni uomini. Al loro posto un peana della democrazia e della libertà tout court. Ma perché allora il longilineo Fassino non le ricorda, ogni giorno a Bush, o a Blair. Le scelte dei propri amici la dicono lunga anche su se stessi. Ed oramai il gruppo dirigente DS – ancora una volta: ex ballerine di quarta fila e comprimari del PCI – fa a gara a chi è più realista del re.
 
Lo stalinismo fu fenomeno complesso e profondo. Certo vi furono anche aspetti truci, vi furono anche errori, pesantezze, repressione. Decontestualizzato ogni atto di costrizione è un male in sé. Sfortunatamente la storia non si condisce con il libro dei sogni, e la contestualizzazione è il piatto di portata obbligatorio. E se dobbiamo scegliere preferiamo di gran lunga la nostra storia a quella del campo capitalistico. Basterebbero a riguardo due nomi su tutti: Hiroshima e Nagasaki. E’ sorprendente come ancora gli iscritti ai DS, almeno una parte di loro, si aspettino qualcosa di razionale dai loro dirigenti. Perché? L’unica risposta può venire da Aristotele: la forma è dura a morire, anche quando la sostanza cambia, un fantasma della forma resta. Al riguardo la lezione marxiana dovrebbe avere dimostrato che la modernità di pensiero passa per l’abbandono della forma, quando non serve più, e per l’affondo nella sostanza. E la sostanza sono le banalità di Fassino e soci. Lasciamoli definitivamente al loro al loro ridicolo e perdente destino.