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Afghanistan
Mercoledi 26 settembre 2007
Commissione difesa del Senato della Repubblica
111° seduta
 
Incontro del Ministro della difesa Arturo Parisi con la Commissione difesa relativamente al blitz per la liberazione dei due funzionari italiani in Afghanistan
Intervento del Senatore PRC – SE Fosco Giannini, capogruppo Commissione difesa
(atti del Senato, resoconto stenografico)
 
Signor Ministro Parisi, anzitutto rigetto con molta determinazione – e lo dico proprio a lei – i termini che sono stati rivolti al segretario nazionale del PdCI Oliviero Diliberto. Poc’anzi è stata definita canagliesca la presa di posizione di Diliberto rispetto all’uscita dall’Afghanistan, che ricordo invece essere quella di milioni di persone in questo Paese, quasi sicuramente la maggioranza dei cittadini e delle cittadine. Se avessi la stessa vostra fatiscenza etica, ma non la ho, direi che canagliesca è invece ogni posizione che inneggia alla guerra e all’intervento militare. Con altrettanta franchezza le dico, signor Ministro, che non intendo affatto associarmi al coro laudativo (stiamo sempre molto attenti a partecipare ai cori laudativi e conformisti ) che le è stato rivolto relativamente al blitz preparato assieme agli inglesi ( o imposto dagli inglesi?) e volto a liberare i due funzionari italiani rapiti. Mi chiedo se non vi fossero alternative a questo blitz, che è stato comunque sanguinoso, che porterà alla morte di uno dei nostri funzionari e che evoca soprattutto una nuova natura e un nuovo processo di militarizzazione della nostra missione a Kabul ed Herat.
 
Pensa che vi sia questo pericolo? La guerra, in sé – lo sappiamo dalla storia – determina innanzitutto una falsificazione estrema dell’informazione. Qui non ricorda più nessuno, o forse facciamo finta di non ricordarlo, quali sono state le cause dell’intervento USA e NATO in Afghanistan. Le rivolgo alcune domande che per certi versi sono retoriche, per le quali, però, mi piacerebbe avere una sua risposta in merito. L’intervento in Afghanistan si verificava dopo l’11 settembre e serviva – voglio rispondere chiaramente alla destra – non per combattere credo religioso, usi, costumi e regime politico della popolazione talebana; se così fosse, vi sarebbe il rischio che qualcuno oggi intervenga in Venezuela perché quel regime non piace all’Occidente.
 
La causa non era questa: ce la stiamo inventando. Il motivo, il casus belli, era la cattura di Bin Laden. Allora mi chiedo – é una domanda retorica ma vorrei una sua risposta – se la cattura di un uomo, e della sua organizzazione, valga sei anni di guerra totale, decine di migliaia di morti tra la popolazione civile afgana, centinaia di morti tra gli stessi soldati della coalizione, la distruzione di tanta parte della già fatiscente infrastruttura afgana bombardata dai B-52 americani, gli stessi che attaccavano i villaggi vietnamiti e che oscurano, per la loro apertura d’ali, i villaggi afgani, quando sganciano i loro ordigni di morte.
 
Questa é la realtà. Si fa così, per catturare un uomo? Oppure tutto ciò rimanda ad un’altra questione? È legittima questa domanda, signor Ministro? È lecito pensare che vi sono invece altri progetti strategici dietro l’intervento in Afghanistan? È così inverosimile pensare che invece l’iniziativa sia volta al controllo delle vie del petrolio, alla costruzione di basi NATO in quelle zone, in un quadro di fase segnato dalla titanica crescita della Cina, dalla persistente irriducibilità russa, dalla crescita iraniana, pericoli fortemente sentiti dagli Usa, che proprio nel cuore dell’Asia, dunque, organizzano una loro grande presenza militare? È legittimo pensare che queste siano le vere cause dell’intervento in Afghanistan?
 
Dunque, a quale progetto partecipiamo, in verità? Partecipiamo ad un progetto di cattura di Bin Laden, di distruzione della sua organizzazione, o al progetto strategico americano di istallazione ed espansione della propria forza imperialista? Questo è il punto, non si può evitare una discussione di questo tipo.
 
Passo alla seconda questione. L’offensiva americana d’ estate nel sud dell’Afghanistan è stata enfatizzata come risolutiva ( “ci pensiamo noi, quest’estate finisce tutto”, dicevano i generali di Bush), tant’è che ci chiedevano interventi, il rafforzamento del contingente italiano. Ebbene, questa offensiva è fallita; i taleban non solo non sono stati sconfitti (vuol dire tra l’altro che essi, ci piaccia o non ci piaccia, volens nolens, che sono protetti dal loro popolo), ma sono saliti a combattere in forze nella nostra zona, Herat e Kabul.
 
Al di là dell’ufficialità, la zona dove noi operiamo è già zona di guerra? Glielo chiedo, signor Ministro, dando a me stesso una risposta positiva. Questo cambierebbe completamente le cose: siamo in guerra o no? Anche questa, per me, è una domanda retorica, ma gliela rivolgo, Ministro Parisi, per poter avere una risposta argomentata.
 
Questo nuovo quadro, dopo il fallimento dell’offensiva d’estate, aumenta – si o no ? - il rischio per la vita dei nostri soldati, oltre che la subordinazione della nostra politica estera e del nostro contingente alla Casa Bianca e alla Nato? Nel primo rifinanziamento ci avete illuso con l’offerta dell’Osservatorio. La seconda volta ci avete parlato di Conferenza di pace. Che cosa preparate per il terzo rifinanziamento? Il punto è che o si avvia un progetto serio di uscita strategica dall’Afghanistan – in tempi brevi, come ha chiesto Di liberto – o saremo complici di una guerra imperialista voluta dagli Usa. Magari oltre lo stesso 2.011, anno che lei stesso, Ministro Parisi, aveva evocato come l’anno del ritiro delle nostre truppe.