www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 03-12-07 - n. 205

Chi decide la meritocrazia?
  
Tiziano Tussi
 
Volevo scriver una sorta di risposta ad un articolo di Pietro Ichino, docente di Diritto del lavoro all’Università Statale di Milano, che il Corriere della Sera ha pubblicato come editoriale, quindi in prima pagina, il giorno 27 novembre. Cercando un po’ di notizie che lo riguardassero, ho trovato un passato da CGIL e da PCI. Ho pensato: classico e decisivo. Un passato a sinistra, possiamo dire comunista, ed un presente da esaltatore dell’ individualismo lavorativo, e quindi eccolo sulla prima pagina del Corriere della Sera. Sarebbe bello rispondere per le rime nello stesso luogo, ma non è possibile. I grandi giornali della libertà italiana non danno spazio ad una coscienza critica materialista. Ma in ogni caso occorre a volte, ogni tanto, per non ripetere espressioni e concetti frustri per una analisi radicale dei rapporti sociali, ogni tanto, ripetere alcune considerazioni. Ichino appare anche in televisione. Le ultime comparsate sono state al momento dello sciopero dei mezzi pubblici.
 
Domande usuali e risposte banali: non si deve fare pagare i propri problemi alla cittadinanza, non si devono scaricare sugli utenti le contraddizioni sindacali. E vai col liscio! Non viene in mente ad Ichino che i lavoratori non sciopererebbero se lo Stato e la Confindustria rinnovasse a tempo i contratti di lavoro. Queste semplici considerazioni non toccano neppure di sfuggita il nostro docente universitario. Ma quale è la panacea di tanto male? Naturalmente per Ichino, e qui veniamo all’articolo del Corsera, il rimedio, il toccasana e la meritocrazia. Forse ha ragione, forse si dovrebbe iniziare da lui. Perché il Corsera mette in prima pagina insulsaggini della più bell’acqua, fra l’altro pagate profumatamente?
 
Le ragioni sono da ricercare in altro luogo che non è perciò il merito dello scritto, sono altre. Ragioni politiche che non risentono della meritocrazia ma della parte che si intende difendere. Infatti il pezzo parte con Luca Cordero di Montezemolo e con Bonanni, della Cisl, questi bravi, mentre la CGIL è considerata, non cattiva, bontà sua, dato che vi ha lavorato per anni, ma solo sorpassata. L’elaborazione concettuale dell’articolo è veramente zuppa di salti logici che vengono spacciati come terreno comune di conoscenza. Ma da parte di un docente universitario del Diritto del lavoro non ci si aspetterebbe qualcosa di meglio. Ichino continua a barcamenarsi tra un orizzonte sociale ed uno privatistico, individualista: “..il lavoro dipende de entrambe le variabili: sia dall’organizzazione ... sia dalle competenze e dall’impegno [anche] nel cercare l’azienda dove il proprio lavoro può essere meglio valorizzato.” Sarebbe veramente interessante sapere cosa diavolo voglia dire questo passaggio.
 
Il lavoratore, a qualsiasi livello, dovrebbe avere la voglia di cercare un’azienda dove si presume che quel valorizzare possa stare al posto di spuntare uno stipendio più alto. In primis: sarebbe carino vedere in faccia un lavoratore che non si darebbe da fare per cercare uno stipendio più alto. In secundis: ma la scelta di sfruttare, e valorizzare il lavoro del dipendente, non sta oramai sempre di più e quasi totalmente nella mani delle aziende? Non si blatera sempre di flessibilità globalizzazione, opportunità, stages: e tutte queste amenità chi le decide? Forse il lavoratore? Certo che no! Nel pezzo Inchino sembra accorgersi che non è tutta colpa del singolo, e ricordo che gli uomini vivono in società da circa centomila anni, ma in ogni modo, alla fine, ultima riga, richiede sempre la meritocrazia per salvare l‘individuo nelle sue potenzialità. Come se anche la meritocrazia non fosse un prodotto sociale: chi la decide? Altri uomini.
 
Qualcuno ha deciso anche per lui, per il suo merito. che come abbiamo visto è piuttosto basso, almeno come editorialista. E quando Ichino passa alla cassa del Corsera si troverà molto contento del suo inutile scritto. Ma solo per questo le amenità diventano parole scolpite nella roccia? Ma solo per aver un buona retribuzione a pezzo, ciò che scrive sarà ricordato dai posteri? Davvero è così tremendamente semplice? Un sillogismo non aristotelico blindato: tanti soldi, tanto onore. Chiaramente non è così e non lo è mai stato, davvero il tutto è molto più complicato: “Davvero: siamo appena al principio” (Vita di Galileo, Bertolt Brecht) Un po’ di sforzo e maggiore studio, caro Ichino.