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- osservatorio - italia - politica e società - 16-12-07 - n. 207
Dodici dicembre 1969: alcune note
di Tiziano Tussi
Dopo trentotto anni dal 12 dicembre 1969 i discorsi si susseguono impotenti. Ed anche se siamo ancora qui a ricordare l’inizio della Strategia della tensione dobbiamo anche essere coscienti che il tempo è un diabolico stratega. Anche se riuscissimo a scrivere la parola fine, a livello giudiziario, positivamente, e cioè a condannare i colpevoli per quel delitto, dovremmo fare i conti con il passare di quasi quattro decadi dal suo accadere. Anche se dovessimo, ma la parola fine è già stata giuridicamente espressa il 3 maggio 2005, quando la Corte di Cassazione ha definitivamente chiuso il caso senza aver trovato, ne condannato nessuno ed in aggiunta, beffardamente, decidendo l'obbligo del pagamento delle spese processuali da parte dei parenti delle vittime. Quindi il tempo che ci separa da quel momento è ancora più distruttivo. Senza risultati giudiziari chiarificatori, senza colpevoli.
Perciò i numeri risultano ancora più significativi: diciassette morti, ottantaquattro feriti. Un vulnus che ha marchiato l’inizio di un periodo buio, oscuro e pieno di paure. Milano, l’Italia cominciò ad aver paura di una strategia che non si capiva cosa volesse al fondo. O meglio alcuni cedettero di capirlo e lo espressero ma se misuriamo i metodi terroristici con le motivazioni addotte viene da pensare di avere vissuto un perverso incubo. Tra i due estremi – probabili obiettivi politici e metodi adottati -vi era una forte distanza. Proprio e solo per non permettere una più allargata partecipazione democratica al governo del paese si doveva ricorrere ad uccidere innocenti di tutte le età? Proprio e solo per non accettare che anche la nostra nazione si aprisse alla modernità dei rapporti sociali ed economici si doveva punteggiare la vita italiana di stragi che a partire da quella di Piazza Fontana si ripeterono ciclicamente? Ne ricordo solo alcune: 28 maggio 1974, strage di Piazza della Loggia a Brescia, 8 morti, 94 feriti; 4 agosto 1974, strage dell’Italicus, il treno espresso Roma-Brennero, 12 morti, 44 feriti; 2 agosto 1980, strage della stazione di Bologna, 85 morti e più di duecento riferiti.
Freddi numeri che stanno a significare come nel nostro paese sia accaduto qualcosa di tremendo, i cui strascichi si fanno ogni tanto sentire ancora oggi. Ma tutta la materia è e rimane ingarbugliata. L’Italia dal 12 dicembre 1969 si è chiesta attonita, per decenni cosa mai fosse successo? Un paese che poi, specialmente dopo il delitto Moro, si è avviato, forse senza neppure rendersene conto, verso il superamento di quegli anni, chiamati di piombo, strategia della tensione, salvo interrogarsi nuovamente sul senso da dare loro ad ogni rigurgito, anche minimale di azioni terroristiche. Le ultime bombe stragiste si debbono considerare quelle messe dalla mafia a Milano, in via Palestro, il 27 luglio 1993, che hanno causato cinque morti.
Ma la ferita profonda all’Italia democratica con le bombe di Piazza Fontana non si è mai rimarginata.
Milano, l’Italia, hanno vissuto diversi momenti politici, anche molto distanti fra loro. Ad età dell’impegno si sono succedute fasi di forte individualismo e disimpegno. Una città ed un paese che sarebbero irriconoscibili ora a molti che in quella stagione, alla fine degli anni sessanta, lottavano per mantenere la nostra nazione su un crinale democratico nel quale giustizia e libertà si potessero conciliare con la conduzione del lavoro. Un lavoro non disonorevole, un’etica del lavoro che potesse dare conto degli sforzi dei più umili immettendoli in un percorso di modernità e sviluppo cui essi concorrevano a creare ed a sostenere.
Ma ad ogni differente momento storico corrispondono pure comportamenti sociali differenti. I problemi cambiamo ma non scompaiono. Così come il senso profondo di grande preoccupazione iniziato con la Strategia della tensione non è scomparso dalle nostre vite e dalle nostre memorie.
E le domande che si facevamo allora mantengono alto il loro impatto, il loro significato denso e penetrante. Perché?
La strage di Piazza Fontana ha avuto ed ha ancora oggi talmente tante conseguenze politiche, culturali, sociale, che concorrono a formare un lunghissimo elenco.
Ma pare proprio che ciò che rimane ben vivo sia solo la vicinanza politica di ogni sincero democratico verso la sofferenza umana e sociale del popolo lavoratore e delle vittime di ogni strage fascista e terroristica, così come con le vittime del lavoro.
Il tempo e la pervicacia del potere ci hanno tolto ogni possibilità di fare valere storicamente e politicamente il senso di una stagione che non si è mai conclusa con un suo totale superamento ma solo nelle cose, nel suo compiuto utilizzo da parte di chi lo aveva concepito. In fondo il mostro ha vinto contro la decenza e le aspirazioni di chi voleva e vuole che l’Italia diventi finalmente un paese civile.