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- osservatorio - italia - politica e società - 02-02-08 - n. 213
"Fare di Israele l'ospite d'onore della Fiera del Libro sembra una provocazione"
Fabio Giovannini*
Innanzitutto una precisazione preventiva per rassicurare Peppino Caldarola, che accusa di antisemitismo quanti criticano la decisione di proclamare Israele ospite d’onore della prossima Fiera del libro di Torino: qui si parla di una nazione, con un suo governo e una sua politica, e non di una confessione religiosa o un’etnia.
Detto questo, fare di Israele l’ospite d’onore della Fiera del libro sembra una provocazione, ideata per far parlare della Fiera e magari atteggiarsi a vittime dell’intransigenza anti-israeliana. Non è certamente in discussione il diritto di analizzare la cultura di un paese, qualsiasi esso sia, ma in questo caso siamo di fronte ad accordi tra la Fiera e le autorità statali di una nazione al centro di conflitti drammatici, protagonista nei suoi 60 anni di vita di guerre sanguinose. Meglio sarebbe stato, nella scelta di analizzare la cultura di quell’area geografica, ampliare lo sguardo alle altre culture che dovrebbero convivere nella stessa zona geo-politica. E non si fa un buon servizio agli intellettuali di Israele isolandoli dal contesto in cui agiscono, quasi a rafforzare l’idea che siano un corpo estraneo, impermeabile alle millenarie culture dei territori in cui lo stato di Israele è sorto.
La Fiera garantisce che la presenza di Israele sarà «l’occasione di discutere e mettere a fuoco anche un modello di una convivenza possibile, con il contributo delle voci più disparate». Sono più di 70 le risoluzioni dell’Onu che Israele non ha rispettato. Se ne parlerà? O forse, nel clima di entusiasmo per la (sacrosanta) votazione dell’Onu per la moratoria della pena di morte, non si deve far notare che le risoluzioni spesso non vengono tenute in nessuna considerazione da alcuni stati, nella totale impunità?
Non si tratta di sottigliezze, si tratta di scegliere un atteggiamento utile a fare passi avanti sulla via della pace o viceversa di offrire una vetrina propagandistica a uno solo dei soggetti di quei conflitti e di quelle guerre. Purtroppo il comunicato ufficiale che annuncia Israele come paese ospite d’onore alla Fiera 2008 parla chiaro: «In occasione della ricorrenza del 60° anniversario della sua fondazione, Israele ha scelto Torino come la vetrina più adatta per far conoscere e discutere la propria identità culturale». Quindi è Israele che ha scelto la Fiera di Torino come “vetrina” e la Fiera si è solo messa al servizio.
Ma cosa sta succedendo alla Fiera? Oltre a essere un gigantesco supermercato periodico del libro, invaso soprattutto dai megaeditori, sta diventando più che mai anche un teatro per operazioni politiche molto discutibili? Qualche sospetto era già venuto l’anno scorso, quando l’ospite d’onore della Fiera del libro era la Lituania. Un paese precipitato in un duro anticomunismo, spinto fino alla riabilitazione dei collaborazionisti nazisti, con violazioni dei diritti umani e delle libertà politiche. La Fiera del 2007 ha così pensato di affidare una conferenza su “morte e rinascita del comunismo” proprio all’ex-premier lituano Vytautas Landsbergis, fondatore del Partito dei conservatori e noto per aver chiesto al Parlamento europeo la messa al bando della falce e martello.
A questo punto occorre capire chi decide l’orientamento politico-culturale della Fiera. L’alto comitato di coordinamento è capeggiato dalla presidente della giunta regionale del Piemonte, dal Presidente della provincia di Torino e dal sindaco di Torino. Ma il vero artefice è da anni Rolando Picchioni, presidente del consiglio d’amministrazione della Fondazione per il libro, la musica e la cultura, che organizza la Fiera del libro. Picchioni è una figura emblematica della politica italiana odierna. Il suo nome viene trovato negli elenchi della P2 di Licio Gelli, ma ciò non gli impedisce di diventare sottosegretario per la Dc, poi di passare alla Cdu, al Ppi, all’Udeur e infine alla Margherita. E ora? E’ nel Partito democratico e si è prontamente schierato con Walter Veltroni, con queste toccanti parole: «Veltroni ha ribadito con chiarezza che l'eredità della storia di ciascuno non dev'essere la zavorra, l'ormeggio che impedisce di prendere il largo». Ed è comprensibile che chi ha nel curriculum una tessera della P2 voglia davvero liberarsi della “zavorra” della propria biografia… Del resto Picchioni è personaggio eclettico, che si vanta di dirigere addirittura a fianco di Michail Gorbaciov “The world political forum”, organismo multi-partisan e multinazionale dove, oltre al presidente israeliano Simon Peres, siedono personalità talmente diverse e opposte da fare invidia al Pd nostrano.
Ma vogliamo essere indulgenti con gli attuali artefici della Fiera. Scegliendo di patteggiare con lo stato di Israele le manifestazioni di quest’anno, la Fiera del libro forse ha voluto rendere omaggio al suo padre fondatore. La Fiera del Libro, infatti, nasce nel 1988 (all’epoca si chiamava Salone del Libro) per iniziativa di Angelo Pezzana, oggi editorialista guerrafondaio di Libero e Il Foglio, ferocemente antipalestinese, impegnato a propugnare lo scontro di civiltà e ad accusare brutalmente di antisemitismo chiunque critichi Israele. Insomma, per la Fiera un ritorno alle origini.
* Scrittore e giornalista