www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 07-02-08 - n. 214

da gramsci oggi, gennaio 2008 - www.gramscioggi.org
 
Crisi di governo e legge elettorale
 
di Andrea Catone
 
La questione della legge elettorale sembra essere oggi centrale. Verosimilmente il governo Prodi è caduto, sfiduciato dalla pattuglia di Mastella, proprio a causa del rischio di approvazione di una legge elettorale (sulla base della “bozza Bianco” definitiva, depositata per l’esame parlamentare il 15 gennaio) che, ponendo una soglia di sbarramento alta (il 5%), avrebbe tagliato fuori i partiti minori, tra cui l’Udeur. La legge elettorale, come ognuno può ben comprendere, non è semplicemente un fatto tecnico. Attraverso i suoi meccanismi si decide di fatto la rappresentanza delle classi sociali nel parlamento.
 
Il movimento operaio e democratico ha dovuto condurre una battaglia secolare, prima per conquistare il suffragio universale (che è stato strappato nei principali paesi capitalistici solo nel XX secolo) e, insieme con esso, per un sistema elettorale attraverso il quale le classi operaie e popolari potessero essere rappresentate. Il sistema proporzionale, quanto più effettivamente proporzionale possibile, senza trucchi e soglie di sbarramento (che ne inficiano la natura proporzionale e conferiscono di fatto un premio di maggioranza ai partiti che superano la soglia), ha costituito l’obiettivo di una lunga lotta democratica fondata sul principio “una testa, un voto” che i rivoluzionari borghesi del 1789 contrapposero negli Stati generali di Francia al privilegio di aristocrazia e clero.
 
La nostra costituzione repubblicana e antifascista del 1948, la prima costituzione democratica dello stato italiano, lo recepiva in pieno: tutto il suo impianto teorico si fonda – dopo l’amara esperienza della dittatura fascista e delle precedenti involuzioni dello statuto albertino – sull’esigenza di garantire prima di tutto l’esercizio della effettiva rappresentanza del pluralismo sociale, culturale, politico, presente nella società. Questo criterio cardine è evidente nel ruolo preminente assegnato al parlamento - luogo deputato alla rappresentanza della società - rispetto al governo. Detto in breve: la preoccupazione principale dei costituenti non fu quella di assicurare la “governabilità”, ma prima di tutto la rappresentanza. La costituzione antifascista italiana è, a differenza di quelle francese e tedesca, rigidamente parlamentare, aliena, anche nella terminologia, da qualsiasi forma di presidenzialismo o “premierato” (vale la pena ricordare che, diversamente dall’uso certo non innocente invalso nei media e nel linguaggio politico, la costituzione parla non di “primo ministro”, ma di “presidente del consiglio dei ministri”).
 
Furono invece le classi possidenti e le loro espressioni politiche a puntare sulla “governabilità” e il “decisionismo”, tuonando cont ro l’inane “parlamentarismo” (la cultura antidemocratica del primo ‘900 che prepara la strada al fascismo è fortemente permeata da questo tema; si vedano ad esempio i testi dannunziani o i discorsi di Mussolini). Il sistema elettorale maggioritario avrebbe garantito la “governabilità”. Dopo la marcia su Roma, il partito fascista fu promotore della legge maggioritaria Acerbo, che avrebbe premiato il “listone” maggioritario. Trent’anni dopo, nella stagione politica della “guerra fredda” e dello scontro tra i due campi, del socialismo e del capitalismo, la DC, il partito che aveva stravinto con l’appoggio della chiesa e una feroce campagna anticomunista le elezioni del 18 aprile 1948 battendo il fronte popolare, varò una nuova legge elettorale maggioritaria, secondo la quale il 65% dei seggi sarebbero andati alla coalizione che avesse superato il 50%. Contro quella che passò alla storia (salvo revisionismi odierni) come “legge truffa” si batterono strenuamente comunisti, socialisti, democratici e costituzionalisti: alle elezioni di giugno 1953, per 57.000 voti il listone democristiano e dei partiti centristi non raggiunse la soglia del 50%; un anno dopo, la “legge-truffa” venne abrogata e per quarant’anni la repubblica ebbe il sistema elettorale proporzionale.
 
Il PCI, che aveva dato un contributo determinante nella Costituente alla stesura della costituzione democratica più avanzata dell’Occidente capitalistico, fu, fino agli anni ’70, il più strenuo difensore di essa, promuovendone l’applicazione integrale. Ma, con la crisi ideologica e politica degli anni 80, sotto l’incalzare del decisionismo craxiano, che aveva innalzato la bandiera della “governabilità”, non solo l’ala migliorista di Giorgio Napolitano, ma anche l’ala sinistra di Pietro Ingrao (dopo il convegno del 1985 del centro per la riforma dello stato, in cui emerse la proposta incostituzionale di un “governo costituente”) scesero sul terreno viscido delle riforme costituzionali, avviato con il varo della prima “Bicamerale” (1983).
 
Spostando l’asse del discorso dalla rappresentanza alla governabilità, dalla preminenza del parlamento eletto a quella dell’esecutivo, si preparò il terreno per lo stravolgimento radicale della costituzione, con la legge varata dal parlamento il 3 agosto 1993 sull’onda di un altro rovinoso 18 aprile, quando vinsero quasi plebiscitariamente (83% di voti sul 75% di votanti) i sì al quesito referendario per la modifica in senso maggioritario del sistema elettorale al senato. Quei referendum del 1993, che avevano anche una forte carica antisociale e andavano in direzione delle privatizzazioni (a riprova che l’attacco alla costituzione del 1948 era a tutto campo), non furono solo promossi, organizzati e sostenuti dalla destra e dai radicali pannelliani filoamericani, ma anche dal segretario del Pds, Achille Occhetto, che aveva qualche anno prima attuato il grande ripudio della prospettiva e della tradizione comunista. La “legge truffa”, un tempo combattuta aspramente da comunisti e democratici, ora non è più un tabù.
 
I discorsi per abolire il proporzionale furono gli stessi che si fanno oggi: contro l’eccessiva frammentazione politica e il proliferare di partiti e partitini, contro la “ingovernabilità”, per la “stabilità” del paese. La legge del 1993 aveva lasciato una quota proporzionale (il 25%), cosa che poteva consentire ancora una rappresentanza parlamentare ai comunisti. Contro la presenza di tale quota non solo l’ineffabile ultrà del maggioritario Segni, ma anche insospettabili rappresentanti della sinistra DS, quali Mussi, Folena, Salvi, organizzarono il referendum che si tenne – in pieno bombardamento NATO sulla Jugoslavia – un altro meno rovinoso 18 aprile, quando per un soffio non si raggiunse il quorum di votanti.
 
Poi vi è stata la legge berlusconiana del 2005, un “proporzionale” con soglia di sbarramento e premio di maggioranza e con due sistemi diversi tra Camera e Senato, che non hanno consentito all’Unione di governare, per la risicatissima maggioranza al senato. La legge è certamente pasticciata, ma essa non viene criticata per la sua antidemocraticità (il premio di maggioranza e la soglia di sbarramento), ma per la difformità dei sistemi tra Camera e Senato, che non consentirebbe la “governabilità”, dimenticando che il paese è risultato spaccato a metà (con l’Unione che ha preso meno voti al Senato). La soluzione non può essere nel meccanismo elettorale, ma nell’azione politica. E il primo passo dovrebbe essere il ripristino del proporzionale della costituzione del 1948, senza maggioritari mascherati come la soglia di sbarramento, a favore della quale si adduce il pretesto della “semplificazione del quadro politico”, della riduzione del numero di partiti (ad un massimo di 5-6), contro l’eccessiva e ingovernabile frammentazione. Questo discorso “ideologico” (nel senso della marxiana “Ideologia tedesca”) parte da un presupposto inaccettabile: che sia possibile, attraverso meccanismi di ingegneria elettorale mettere le brache, ingabbiare la vita e la storia della società. Se esiste frantumazione politica e partitica, ciò non è dovuto alla legge elettorale proporzionale, ma alla crisi politica, culturale, sociale della società italiana: abbiamo avuto per 40 anni il proporzionale e un numero limitato di partiti, con la presenza di grandi partiti di massa.
 
Il passaggio al maggioritario implicava un’altra fondamentale trasformazione del sistema politico italiano, sulla scia del modello americano ormai egemone anche nella cultura di quella che fu la “sinistra”: il bipolarismo. Già le prime elezioni col nuovo sistema elettorale (1994) vedono la competizione di due “poli”, i progressisti del centro-sinistra e il polo guidato da Berlusconi. Da allora, questi due “poli” si sono alternati al governo del paese, polarizzando e concentrando su di sé l’intera vita politica del paese.
 
Anche prima del 1993 l’Italia aveva conosciuto un “bipolarismo” - tra il partito interclassista della DC e il PCI - battezzato come “imperfetto” dai politologi in virtù di quella “conventio ad excludendum” imposta de facto in tutti i modi e con tutti i mezzi (dal terrorismo nero ai tentativi di colpo di stato, passando per le organizzazioni paramilitari segrete come “Gladio”) dagli USA e dalla NATO, che precludeva ai comunisti la possibilità di accedere al governo. Ma tra quel “bipolarismo” fondato sul proporzionale e il secondo sul maggioritario, corre una differenza sostanziale: il primo rappresentava, almeno fino alla metà degli anni 70, uno scontro effettivo – inaugurato nelle elezioni del 1948 – tra due grandi blocchi sociali e politici, tra il mondo del lavoro organizzato nei partiti della sinistra e il mondo del capitale e dell’impresa, tra chi guardava agli USA e all’Occidente e chi aveva nell’URSS e nel campo socialista il suo referente. Invece il secondo “bipolarismo”, nato dopo la fine dell’URSS e del campo socialista e la mutazione genetica del PCI in Pds, va piuttosto in direzione dei disegni della Trilateral e della P2, il cui “piano di rinascita democratica”, elaborato nel lontano 1976 e custodito dal suo maestro Licio Gelli, prevedeva la formazione di due poli entrambi moderati, liberal-conservatore l’uno e sociallaburista l’altro – capaci di sostituire la cosiddetta partitocrazia senza alcuna conflittualità di classe, disegnando un sistema politico di democrazia borghese affatto estraneo all’idea di democrazia conflittuale pensata dai costituenti: riduzione dei poteri del parlamento, presidenzialismo, legame diretto tra il capo e le masse, limitazione del diritto di sciopero, criminalizzazione della conflittualità sociale.
 
L’attuale bipolarismo, dominante nel mondo anglosassone, non rappresenta lo scontro di una classe contro l’altra, di un blocco sociale contro l’altro, ma è essenzialmente la competizione tra due frazioni della classe dominante, o, peggio ancora, tra consorterie in concorrenza tra loro per conquistare spazi di potere politico, al pari di due imprese produttrici della stessa merce in concorrenza sul mercato.
 
In questo bipolarismo coatto i comunisti sono condannati ad un ruolo subalterno, a sostegno di un polo contro l’altro, in una politica in cui la massima aspirazione è la riduzione del danno, pagando in tal modo un prezzo altissimo sia rispetto ad una progettualità e strategia politica autonome, sia in rapporto alla classe lavoratrice – dei cui interessi dovrebbero essere i più coerenti e decisi difensori - che vede tradite le sue aspettative di riscatto sociale. La storia italiana degli ultimi 15 anni non è forse stata questo? Costretti dal sistema maggioritario nella gabbia del bipolarismo, i comunisti hanno appoggiato (spaccandosi nel 1998) le politiche prodiane di liberismo e capitalismo “temperato” (che sono state pesantissime privatizzazioni, le più estese dei paesi OCSE, attacco al diritto del lavoro, precarizzazione spinta, sovvertimento del sistema pensionistico, interventi imperialistici al seguito degli USA e della NATO).
 
Il bipolarismo dopo il 1993 è stato il modo per mettere una camicia di forza alla rappresentanza politica della classe operaia, costringendola a fare da truppa cammellata sotto bandiere che non sono le sue. I comunisti non possono che essere contro il bipolarismo (questo bipolarismo gelliano nelle condizioni storiche date) e per il proporzionale della costituzione del 1948, senza soglie di sbarramento o altri artifici, come prevede ad esempio la bozza Bianco, inopinatamente accettata dalla segreteria del PRC, che sembra aver stretto, contro gli altri due soggetti della “Sinistra arcobaleno”, Verdi e Pdci, un patto di ferro con Sinistra democratica, la vocazione dei cui principali esponenti, da Mussi a Salvi, è stata ultramaggioritaria.