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- osservatorio - italia - politica e società - 22-02-08 - n. 216
La nascita della "Sinistra" in Italia, vista dalla Francia
Riteniamo utile proporre un contributo sulla fase di gestazione del "nuovo soggetto politico" della sinistra italiana, apparso alcuni mesi fa nel blog di uno dei settori del comunismo francese che si oppone al processo di liquidazione in atto anche nel PCF.
Italia: l’unità della sinistra contro la lotta di classe
Ricomposizione politica all’Italiana con differenti programmi degli eredi del PCI: un caso molto similare a certi progetti francesi. Un’analisi di un nostro compagno italiano.
Alessio Arena
22/09/2007
La questione dell'unificazione delle componenti (Rifondazione Comunista, Verdi, Comunisti Italiani, Sinistra Democratica) situate alla sinistra del Partito Democratico (1) in procinto di costituirsi, solleva numerosi interrogativi. Coloro che sollecitano questa ricomposizione insistono sulla necessità di dare una risposta alla formazione del Partito Democratico ed allo spostamento al centro della vita politica italiana e della coalizione governativa.
L'unità tra le forze della sinistra sarebbe la risposta necessaria, inevitabile, la sola replica valida di fronte all'egemonia a sinistra della nuova formazione politica centrale e la scomparsa dei democratici di sinistra, che fino ad oggi era il partito di sinistra più potente.
Questi argomenti non reggono ad una rigorosa analisi della situazione. Esse propongono una soluzione permanente, di natura strategica, a un problema congiunturale. L’accelerazione del dibattito “unitario” negli ultimi mesi rivela come dietro alla reazione alla nuova formazione del Partito Democratico, si nasconde una volontà politica ben più profonda.
Il processo unitario è a volte presentato, ad esempio dai dirigenti dello PdCI, come un mezzo per trovare la grandezza passata del PCI. Come mai tale “necessaria” unità, non è stata un'urgenza prima? Il processo unitario non ha mai dato luogo neppure alla minima iniziativa politica concreta, né a prese di posizioni comuni sui temi che riguardano l’emergenza sociale. La sintesi politica tra le diverse componenti che dovrebbero generare la presunta “cosa rossa” (2) costituisce il più grande fattore d'ambiguità del processo unitario. La questione del programma e della linea politica è in effetti elusa, proclamando la necessità di dare luogo alla convergenza delle varie componenti in una “sinistra senza aggettivi” dove tutte le identità, dai comunisti ai socialdemocratici, potrebbe ritrovarsi.
Per i gruppi dirigenti di Rifondazione Comunista e del PdCI, la teoria della “massa critica”, per citare Fausto Bertinotti, predomina. Forze diverse dovrebbero unirsi per formare una “massa critica” e riconquistare la loro capacità persa di mobilitazione. La formazione di un'organizzazione politica unica dovrebbe derivare da accordi preliminari che fissano la composizione dei futuri organi dirigenti ed un modello d'organizzazione capace di salvare, apparentemente, l'autonomia delle diverse componenti (es:confederazione di partiti). Il problema della linea politica non è risolto, in realtà non è stato neppure posto. È il riconoscimento implicito dell'incompatibilità di alcune posizioni politiche ed ideologiche. La prospettiva della formazione progressiva di un partito comunista che agisca concretamente nelle lotte, rispondendo alle aspettative dei lavoratori e capace di svolgere un ruolo nazionale è ignorata o respinta a profitto del conseguimento immediato di spazi di rappresentanza istituzionale. L'unione con correnti ideologiche “di sinistra” non marxiste o addirittura antimarxiste è legittimata dalla linea politica delle direzioni dei due partiti “comunisti”: la dichiarazione dell’inesistenza di un'identità comunista definita (PdCI) o della necessità della rottura con l'eredità politica del XX° secolo (Rifondazione).
Queste scelte ideologiche sono il risultato delle trasformazioni profonde della natura politica e di classe dei due partiti. Non tarderanno a peggiorare nell'ambito della “cosa rossa” nella quale la componente socialdemocratica, rappresentata dalla Sinistra Democratica per il socialismo europeo (3), potrebbe prendere piede e propagare le sue idee, di fronte all'indeterminatezza delle posizioni espresse dai due partiti “comunisti”. La conseguenza sarebbe l'enfasi dell'accettazione del dogma ideologico dell’interclassismo, proprio della socialdemocrazia, alla quale Bertinotti ha del resto preparato il terreno affermando che la sinistra del futuro deve rivolgersi “non più alle classi ma agli individui”. Il congresso di fondazione della “Sezione Italiana del Partito della Sinistra Europea” svolto nel giugno scorso e che comprendeva Rifondazione ed un agglomerato di associazioni prive di qualsiasi rappresentatività, ha portato un colpo - socialdemocratico - agli ultimi residui d'identificazione di questo partito con la teoria e la prassi comuniste.
Prova oggettiva del carattere egemonico della socialdemocrazia nel progetto d'aggregazione della sinistra italiana: un convegno che mira ad esaltare la figura e l'eredità politica del socialdemocratico svedese Olof Palme è stato organizzato recentemente a Milano, convegno al quale ha partecipato, per conto di Rifondazione, il presidente del gruppo dei deputati alla camera, Gennaro Migliore.
Quanto all'obiettivo annunciato dell'unificazione a sinistra, cioè l'accesso alla “massa critica” per riconquistare una capacità di mobilitazione sociale e restaurare ciò che Gramsci chiamava il “legame sentimentale” della politica con le masse, va notato che ha fatto parte per molto tempo degli scopi iniziali di Rifondazione Comunista. Il suo fallimento deve piuttosto essere attribuito alla natura revisionista della linea politica seguita dal gruppo dirigente di Bertinotti (d'altra parte presidente del Partito della Sinistra Europea).
Ciò che abbiamo detto precedentemente potrebbe bastare in sé per polemizzare contro l’astrattezza dell’unità della sinistra. I gruppi dirigenti che hanno abbandonato la battaglia ideologica ed hanno distrutto l'organizzazione comunista hanno creato le condizioni della crisi politica attuale. Pretendono oggi di trovare essi stessi le soluzioni. E le trovano… in nuovi riferimenti ideologici e nell'abbandono della lotta di classe! Occorre realmente considerare che il concetto della responsabilità politica, tanto personale che collettiva, non fa più parte del patrimonio culturale di una sinistra che non è capace di autocriticarsi - e spesso in contraddizione – se non soltanto a proposito del suo passato più lontano!
Tantomeno, una polemica di questa natura, corretta ma limitata, non favorisce la comprensione profonda degli eventi attuali. L'analisi deve essere più specifica, dimostrare la matrice di un fenomeno che ha agito sulla base sociale del comunismo italiano, indebolendola e trasformandola.
Lo sfaldamento del blocco storico antagonistico
Il richiamo al concetto gramsciano di “blocco storico”, sintetizzato dal filosofo marxista Umberto Cerroni nel suo Lessico gramsciano ci permette di comprendere questo fenomeno.
La nascita di Rifondazione Comunista, nel 1991, appare in un contesto nazionale profondamente condizionato dall'esistenza di un blocco storico antagonistica a quello dominante. Il Partito Comunista Italiano ha avuto una parte determinante nella formazione di questo blocco sotto la direzione di Palmiro Togliatti anche dopo la sua morte nel 1964, e nonostante le contraddizioni interne che porteranno alla dissoluzione del Partito, almeno fino alla morte di Enrico Berlinguer.
L'attenzione rivolta alla questione contadina fin dall'elaborazione gramsciana ma che in Togliatti assume una forma d'azione politica concreta, come l'originalità della politica adottata verso i ceti medi, come pure, ancora una volta sulla via tracciata da Gramsci, ma con uno spirito rinnovato ed un'attenzione portata alle particolarità del contesto storico del dopo-guerra, la politica di dialogo con il mondo cattolico dimostra questo ruolo del PCI.
La scomparsa progressiva del PCI come elemento capace di dare una forma politica all'azione delle forze sociali raccolte attorno alla classe operaia nel corso degli anni, e la conseguente costituzione del partito democratico di sinistra (PDS nel 91, rinominato DS nel 1998) su una base socialdemocratica e borghese, accentuò durante tutta la prima metà degli anni 90 i processi di sfaldamento del blocco storico antagonistico che è cominciato con la sconfitta subita dal movimento operaio italiano nella metà degli anni 80 in occasione del referendum per il mantenimento della scala mobile in difesa dei salari. Tale processo non è stato portato a termine in questi anni grazie alla presenza di rifondazione comunista, che facendo semplicemente riferimento alla tradizione comunista era riuscita ad assumere la rappresentanza politica dei settori più coscienti delle forze sociali che si erano riconosciute nella politica del PCI. In particolare, rifondazione conquista un ruolo egemonico su alcuni settori del movimento operaio e sindacale.
Questo ruolo positivo è diminuito nei fatti a causa della prevalenza di correnti revisioniste nell'ambito della direzione di rifondazione. La scissione del 1998 a proposito del sostegno al primo governo Prodi, che vede la nascita del partito dei comunisti italiani lo peggiora. Rifondazione si vede allora privata della grande parte dei suoi dirigenti eredi del PCI, mentre il PdCI si vede condannato alla decomposizione socialdemocratica, a causa delle sue posizioni “governiste” iniziali, senza mai riuscire a conquistare un legame sociale specifico.
I riferimenti teorici e politici di rifondazione approdano verso un eclettismo ideologico il cui solo filo conduttore è il rifiuto al riferimento della teoria marxista ed all'analisi delle classi nei rapporti sociali. Questa tendenza si è manifestata in tappe diverse che a partire dal V° congresso (2002), hanno trasformato la natura politica del partito: il rifiuto dei concetti d'avanguardia, l'esaltazione della teoria della non-violenza, il rifiuto di porre ed analizzare la questione del potere, la condanna di uno “stalinismo” le cui caratteristiche non hanno nulla a che vedere con lo “stalinismo” storicamente conosciuto, ma molto a che vedere con il marxismo ed il leninismo, e infine il tradimento dei legami di solidarietà internazionalista, che ha raggiunto il suo culmine in occasione delle recenti aggressioni condotte nelle pagine di Liberazione (quotidiano di rifondazione) contro le esperienze rivoluzionarie di Cuba e del Venezuela.
Questa trasformazione ideologica e politica ha avuto conseguenze pesanti.
Ha portato al crollo della capacità di mobilitazione di rifondazione. Ha profondamente modificato la base sociale del partito spostando il suo asse centrale dalla classe operaia alla piccola e media borghesia. Ha condotto ad un accordo opportunista di convenienza con le forze di centro-sinistra, quindi all'entrata di rifondazione come componente organica del governo di coalizione Prodi2 su basi politiche molto più arretrate di quelle che avevano condotto alla rottura del 1998. Rifondazione e il PdCI si ritrovano in una posizione di avallo dell'intervento in Afghanistan o dello smantellamento del sistema pensionistico.
Ecco le ragioni della crisi che investono oggi sia l’uno che l'altro di questi partiti. Nel maggio scorso, hanno conosciuto una caduta senza precedenti della loro base elettorale (alle elezioni amministrative, dove dieci milioni di italiani erano chiamati a votare, rifondazione ha realizzato il 2,9% e il PdCI 1,3%; occorre anche segnalare il fallimento delle esperienze delle liste “unitarie”). La loro sconfessione ha raggiunto il massimo in occasione della visita di George Bush a Roma nel giugno scorso. La mobilitazione attuata in modo “unitario” da questi partiti di governo ha raccolto meno di un migliaio di persone mentre le manifestazioni organizzate dal movimento pacifista ne riunivano più di 100000.
La crisi attuale dei partiti “comunisti” italiani è soltanto il riflesso in termini organizzativi ed elettorali della rottura del legame tra questi partiti e le loro classi di riferimento, mentre il rifiuto crescente della politica e la perdita della coscienza delle masse rappresentano il risultato del colpo finale portato alla coesione di questo blocco storico che aveva visto durante la resistenza antifascista il suo atto fondatore, e che aveva trovato nella storia del partito comunista, e della lotta delle classi in Italia, la sua piena espressione.
Conclusione
Il progetto di ricomposizione politica, pensando di trovare un'uscita alla crisi nella quale sono incastrati la sinistra ed i comunisti italiani da quindici anni, suona in realtà come un colpo di grazia, un'ultima fuga in avanti nel “superamento”, nella negazione dell'organizzazione politica rappresentante il mondo del lavoro nella lotta di classe. Questo progetto è soltanto l'estensione di quindici anni d'indebolimento della capacità d'intervento
politico delle classi lavoratrici, attraverso la rottura dell'organizzazione comunista, e il rinnegamento dell'analisi marxista dei fenomeni sociali.
Già oggi, delle voci si alzano per sostenere il carattere strategico e definitivo dell'alleanza con il Partito Democratico, confermando il carattere strategico di posizione nel centro-sinistra teorizzato dalla direzione del PdCI nel 2001, che trova oggi nella Sinistra Democratica un sostegno attivo. Così si delineano i contorni di una vera integrazione del blocco storico antagonistico, ex-sinistra di classe, nel blocco storico dominante, come una corrente di “sinistra”.
Si sviluppa una resistenza a queste evoluzioni, soprattutto fra le correnti d'opposizione all'interno di Rifondazione Comunista. Dalla capacità di queste componenti e di tutti i settori coscienti della società italiana di affrontare la fase attuale di ricomposizione politica dipenderà la possibilità per i lavoratori italiani di trovare in futuro le condizioni di una risposta agli attacchi contro il tessuto economico e sociale, contro la vita democratica del paese, minacciata dal rafforzamento della destra politica e le basi sulle quali il Partito Democratico si sta costituendo, le condizioni di una partecipazione alla lotta internazionale contro il capitalismo che conduce il movimento comunista.
Note:
1- Il Partito Democratico (PD) rappresenta il risultato dell’unione tra i Democratici di Sinistra (DS), partito membro dell’internazionale socialista e maggiore erede, in termini organizzativi, del disciolto Partito Comunista Italiano, e la Margherita, erede della Democrazia Cristiana. Tale processo si concluderà il 14 ottobre prossimo con le elezioni primarie, plebiscito organizzato per eleggere il dirigente nazionale del nuovo partito.
2- “Cosa rossa” è la definizione adottata nel gergo politico e giornalistico per indicare il prodotto finale del processo unitario in corso nella sinistra italiana. Il termine “cosa” riporta alle difficoltà attuali di prevedere le forme, i termini e il momento in cui il progetto potrà concretizzarsi, non è nuovo nel vocabolario politico italiano: è stato ugualmente utilizzato per indicare il risultato finale della “giravolta” intrapresa nel 1989 nel PCI da Achille Occhetto, quando i contenuti e le finalità della “giravolta” non apparivano chiare.
3- Movimento politico nato in primavera dalla scissione dei DS in seguito al rifiuto dell’ala sinistra di approdare al PD in formazione.
4- Umberto Cerroni, Lessico gramsciano, Editori Riuniti, Roma 1978; pp. 18-19. Secondo Gramsci, la struttura e la sovrastruttura formano “un blocco storico„ (C.P. p. 1501). Ne consegue che la dipendenza della seconda in relazione alla prima è soltanto logica, non cronologica e che nella realtà una e l'altra costituiscono un organismo unico e complesso che non può essere disarticolato che soltanto in una prospettiva gnoseologica, e la cui disarticolazione concettuale deve compiersi soltanto per restaurare l'organismo in tutta l'ampiezza dei suoi collegamenti. Nel blocco storico presente ad una data epoca, “le forze materiali sono il contenuto e le ideologie la forma”, ma la distinzione è “puramente indicativa, poiché le forze materiali non sarebbero concepibili storicamente senza forma e le ideologie sarebbero soltanto immaginazioni senza le forze materiali” (C.P. p. 869). È per questo che si tratta di spiegare tutto il blocco storico, rinunciando al semplicismo che consiste nel denunciare la “funzionalità” delle ideologie alle forze materiali.