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- osservatorio - italia - politica e società - 04-05-08 - n. 226
Sul voto di aprile
Stefano Franchi, segreteria Prc Bologna
“La sinistra radicale è fuori dal parlamento, il mandato ricevuto è chiaro e ampio e quindi non ci sono più scuse per non fare le riforme”. E’ il primo commento fatto dalla Mercegaglia, nuovo presidente di Confindustria. Naturalmente la prima riforma che ha chiesto è il superamento del contratto nazionale. E’ forse il commento che più di tutti ci da il senso politico del voto di aprile.
Alcuni punti.
Il 20 ottobre a Roma c’erano quasi un milione di militanti sociali, donne e uomini in carne ed ossa che hanno scelto di dedicare un’intera giornata a manifestare per le vie di Roma, quasi tutt* sostenendo in proprio le spese di viaggio. Era essenzialmente una gigantesca disponibilità sociale. Il 13-14 aprile il progetto politico della sinistra arcobaleno ha convinto poco più di un milione e duecentomila persone (3,09%). Dov’è contenuto un possibile futuro per la sinistra in Italia, in un milione di possibili militanti sociali o in poco più di un milione di semplici elettori[1]?
I quattro partiti aderenti alla sinistra arcobaleno hanno - presi insieme - tra i 130 e i 150mila iscritti[2]. Vuol dire che ad ogni iscritto sono corrisposti meno di dieci voti: poco più dei famigliari.
Il tracollo elettorale della sinistra arcobaleno è stato omogeneo. Geograficamente, dal Friuli alla Sicilia, dalla Puglia alla Toscana. Socialmente, nelle grandi metropoli come nei comuni più piccoli, nelle regioni di più e di meno sviluppate. Tre elettori su quattro hanno scelto di non votare la sinistra arcobaleno, il 75% dell’elettorato e in soli due anni. Una cosa mai vista in tutta la storia politica dell’occidente moderno[3].
Una domanda: come è possibile che i gruppi dirigenti nazionali, regionali e provinciali della sinistra arcobaleno di tutta Italia non avessero neanche la percezione dello tsunami elettorale che ci stava colpendo?
Questo fatto significa innanzitutto un cosa, se si vuol guardare con oggettività e distacco a quanto è successo: gli attuali gruppi dirigenti sono autoreferenziali, avulsi dalla realtà. Se volessimo essere sinceri fino in fondo con noi stessi diremmo che tali gruppi dirigenti sono attraversati da forti venature di casta. Spesso la loro funzione si è ridotta e si riduce nel decidere liste elettorali e posti di assessore, occasioni per l’emancipazione dei singoli, cosa ben diversa dall’emancipazione degli sfruttati[4]. Non avere neanche la percezione dello tsunami elettorale in arrivo significa non avere neppure la percezione di cosa siano e cosa pensino i soggetti sociali che si vorrebbe rappresentare, a partire dai lavoratori a vario titolo dipendenti. Significa non avere antenne sociali, non avere legami anche fisici con i soggetti sociali di riferimento. Significa, al fondo, comportarsi come una casta.
Brutale ma vero[5]. Dovrebbe far riflettere che in regioni importanti come la Lombardia la maggioranza dei lavoratori dipendenti vota Lega Nord, e non da oggi[6].
Sinistra-l’Arcobaleno: una sconfitta solo elettorale o anche politica e sociale, cioè di progetto politico?
Spesso la cosa più difficile è farsi le domande giuste. Perché tre elettori su quattro non hanno votato la sinistra arcobaleno? Tutti rispondono: perché alla sinistra arcobaleno è mancata un’anima sociale. Lo dicono pure Vendola, Giordano e Ferrero. Condivisibile, ma allora la domanda vera è: perché alla sinistra arcobaleno è mancata un’anima sociale? Perché?
Alcuni punti.
Primo. La sinistra arcobaleno non è un progetto improvvisato, non lo è nelle intenzioni del proponente (F. Bertinotti), non lo è se si guarda ai soggetti politici coinvolti. E’ dalla fine degli anni novanta che F. Bertinotti cerca di riunire dentro un unico contenitore il Prc con quella parte della sinistra Pci che nel ’91 scelse di rimanere nel gorgo[7]. A questo servivano le varie proposte di forum della sinistra di alternativa avanzate sul finire degli anni ‘90. Al di là dei nomi l’obiettivo politico era quello di coordinarsi con l’allora sinistra Ds. Obiettivo fallito. Si è passati alla Sinistra Europea. Anche qui l’obiettivo politico era fare della sinistra europea la casa di tutta la sinistra. Quando la sinistra DS ha scelto di non aderire al PD, e si è trovata senza partito, F. Bertinotti abbandonò in un lampo la Sinistra Europea. Ci si è mai chiesti il perché? Semplicemente perché la sinistra europea era troppo ‘rifondazione comunista’ e per Mussi e Salvi l’adesione alla sinistra europea sarebbe stata, nell’immaginario collettivo, una adesione più o meno diretta al Prc. La sinistra europea non poteva cioè essere la casa di tutta la sinistra. C’è una logica e una coerenza politica dietro il suo abbandono e nella costruzione della Sinistra-l’Arcobaleno: costruire un contenitore che riunificasse tutta la sinistra ex pci. Non è una caso che tra i più entusiasti vi siano stati, e vi siano tutt’ora, A. Tortorella e P. Ingrao[8].
Secondo. Perché quello che non è riuscito negli anni ’90 – riunire la sinistra – è oggi possibile? Perché è nato il PD? Non credo, la ragione è un'altra. Fino a metà degli anni ’90 il Prc era un partito organicamente all’opposizione. Gli stessi accordi nei governi locali erano un’eccezione. Ciò che è cambiato rispetto ai primi anni ’90 è che oggi il Prc è organicamente al governo, e infatti negli enti locali i mancati accordi di governo sono un’eccezione. Il crinale del governo è stato, nella sostanza, il principale ostacolo all’unità della sinistra, di quella che c’è. F. Bertinotti l’ha capito e per questo ha portato – e ce l’ha tenuto – il Prc al governo. Il governo, o più correttamente il governismo, è l’unico terreno possibile per praticare riunificazione con la orami ex sinistra DS. La stessa esperienza del governo Prodi ce lo dimostra: il principale attrito avuto con Mussi dai due partiti nati dalla prima rifondazione - Prc e Pdci - è stato sul 20 ottobre e sul protocollo welfare, sul governo per l’appunto. E non è un caso che Bertinotti, Giordano e Ferrero non abbiano mai preso in considerazione una rottura con Prodi: si sarebbe riproposto l’antico solcato con la sinistra DS, oggi SD.
Terzo. Sul finire degli anni ’90 è cresciuta in Italia una gigantesca questione sociale. Se nel ’91 era bastato sventolare la bandiera con la falce e il martello per affermarsi elettoralmente come partito, negli anni duemila vi sono spazi e ragioni sociali per farlo. Il 20 ottobre c’era innanzitutto una gigantesca disponibilità sociale. Ricercare convergenze con Mussi significa moderarsi, costruire una sinistra del bon ton. Il risultato è che la maggioranza degli operai - di quelli classici e ortodossi – vota Lega Nord.
Alla sinistra arcobaleno è mancata un’anima sociale semplicemente perché con Mussi e Pecoraro Scanio non la può avere. La loro storia, la loro cultura, il loro agire nell’oggi ce lo dicono: i Verdi sono già con la valigia in mano verso il Pd – lo stesso P. Cento, tanto entusiasta della sinistra arcobaleno – mentre in Sinistra Democratica c’è un fuggi fuggi più o meno individuale verso il PD.
Sinistra plurale o partito comunista dentro una sinistra anticapitalista?
Di quale sinistra c’è bisogno oggi in Italia? Quale sinistra è oggi possibile in Italia?
Il punto politico vero – prima ancora che identitario – è la direzione di marcia che vuole prendere l’unità della sinistra. Parafrasando Vendola “chiamiamola come vogliamo questa sinistra, l’importante è essere chiari sul porto di arrivo”. Non solo i Verdi e Sinistra Democratica sono poca cosa – il 3,09% sfata le stravaganti teorie sul valore aggiunto – ma ricercare prioritariamente la loro compagnia significa non vedere e non praticare l’unico terreno utile e possibile per ricostruire una sinistra di classe in questo paese: il terreno del conflitto. Non è con i Nerozzi che dobbiamo ragionare di sindacato, ma con i Cremaschi, i Leonardi, i Bernocchi, i gruppi dirigenti della Fiom, con i rappresentanti della nostra classe e non della nostra casta.
Cosa c’è se cambiamo direzione di marcia, cosa troviamo sulla nostra strada? Prima di tutto una grande disponibilità sociale - non sarà mai ridondante ricordare e ricordarci la giornata del 20 ottobre. Subito dopo - sul piano politico - due organizzazioni nazionali: il Prc e il Pdci. Non è un caso che al loro interno si sia aperta una discussione sul futuro dei comunisti e dell’intera sinistra. Assumiamo scolasticamente l’ipotesi che il Prc e il Pdci decidono di non sciogliersi, di rimanere così come sono oggi, partiti che lavorano unitariamente alla costruzione della sinistra, senza sciogliersi. Cosa succederebbe? Cosa succederà nel mondo occidentale e in Italia nei prossimi anni? Cosa dovrà governare Silvio Berlusconi? A cosa dovremo fare opposizione?
- una crisi economica dell’occidente capitalista. Per la prima volta nella storia del capitalismo i vari sud del mondo non solo si difendono e avanzano ma competono sul piano economico con le punte alto dello sviluppo capitalista, competono e a volte vincono. Il commento del nuovo presidente di Confindustria è emblematico: saranno le lavoratrici e i lavoratori a pagarne il prezzo maggiore, almeno qui in occidente[9].
- una crisi dell’imperialismo-pilastro del capitalismo occidentale, gli Stati Uniti. Crisi dagli esiti imprevedibili. L’unico dato certo è che dopo il crollo dell’Urss i venti di guerra sono tornati, e non solo i venti. In Iraq si parla di un vero e proprio olocausto: un milione di morti dall’invasione ad oggi, un numero che forse difetta. La barbarie del bombardamento al fosforo bianco su Falluja - città martire della Resistenza irachena - non ha nulla da invidiare all’inumanità dei forni crematori, è solo più tecnologica. Israele ha trasformato Gaza in un campo di concentramento a cielo aperto, in un lager nazista, come ha giustamente denunciato la Libia. Vi sono progetti del Pentagono che ipotizzano uno scontro nucleare con la Cina nel 2020, e forse anche con la Russia di Putin. Saranno decenni di forte instabilità globale, di possibili guerre.
- un’Europa allineata alla Nato su posizione filo americane. La Francia di Sarkozy, la Germania della Markel, la Chiesa di Ratzinger sono stati e sono tutt’ora spostamenti pesanti negli equilibri globali. Zapatero è un’eccezione in Europa, non la regola. Il Vaticano non parla più di pace, vera discontinuità con l’ultimo pontificato di Woytila. L’Europa dei popoli si è dimostrata una pia illusione e l’Europa dei banchieri rischia di diventare un bel ricordo: rischiamo di trovarci nell’Europa dei guerrieri. Troppo poco si è ragionato sullo smembramento della Jugoslavia - la guerra porta guerra, militarizza le relazioni tra gli stati e la Jex-Jugoslavia è nel cuore dell’Europa a 25.
Questo è il mondo dentro il quale Silvio Berlusconi governerà l’Italia. Questo è il mondo dentro il quale vi sarà la ripresa del conflitto sociale[10]. Questo è il mondo, la base materiale sulla quale e contro la quale ricostruire una sinistra di classe in questo paese. Non si vive di solo pane, ma senza pane non si vive (e si vota Lega Nord). In questo scenario Verdi e Sinistra Democratica dove saranno? Ha senso che Prc e Pdci facciano da separati in casa l’opposizione sociale di cui c’è bisogno già oggi, e a cui saranno volenti o nolenti costretti, a differenza di Verdi e Sinistra democratica? Non è settarismo ideologico rifiutare l’unità, l’unità possibile, l’unità con chi c’è?
Salvare Rifondazione Comunista?
E’ una domanda che tante compagne e compagni si fanno, giustamente. Ma cosa c’è rimasto da salvare?
Se non ricordo male fu Gramsci a definire un partito come un organismo composto da tre elementi: una testa politica, un corpo intermedio di quadri, un corpo di militanti, di attivisti. Nel 2007 si potrebbe aggiungere un quarto elemento: un elettorato.
L’elettorato non c’è più: sia in compagnia sia in solitudine il Prc rischia di non eleggere neppure un consigliere comunale.
Ci sono ancora militanti nel Prc? Per rispondere andrebbe fatta prima una sottrazione, al netto dei gruppi dirigenti (appartengono al secondo elemento di Gramsci). Quanti militanti rimangono?
La testa politica gode di salute? Un segretario nazionale piangente. Un gruppo dirigente nazionale - parimenti responsabile del disastro - spaccato a metà non si sa bene da quale intervista del Bertinotti elettorale. E’ francamente un’immagine che suona come un invito a quel 3,09% rimasto di fare come il 75%. E giù giù i gruppi dirigenti regionali e provinciali, quelli che dovrebbero essere il corpo intermedio dei quadri, già oggi divisi e litigiosi sul prossimo segretario nazionale: Ferrero o Vendola?
Cosa c’è rimasto da salvare nel Prc? Lo chiedo non ironicamente.
Ci sarà una ragione se tutti nel Prc concordano su un fatto: da soli non bastiamo, non siamo autosufficienti. Salvare rifondazione comunista, e poi? Cosa ci facciamo se da soli non bastiamo e non siamo autosufficienti?
Il Pdci è un’alternativa? No, almeno per chi come me nel ’91 e nel ’98 non ha avuto troppi dubbi. Nella mia piccola realtà conosco decine di compagne e compagni che si riattiverebbero per un progetto credibile, solo se nasce su basi nuove e diverse da quelle che ci hanno portato in questo disastro: cacciati a furor di popolo dal Parlamento, per la prima volta dall’inizio della Repubblica. Compagne e compagni che chiedono una rigenerazione, un ricominciamo dalla base, dalla militanza, dall’orgoglio di dirsi ed essere comunista, nel quotidiano. Compagne e compagni che non amano vedere il proprio dirigente arrivare con l’auto blu e scorta al seguito. Non amano vedere parlamentari comunisti frequentare ristoranti con risotti al radicchio rosso da trenta euro al piatto. Compagne e compagni che vorrebbero avere gruppi dirigenti che non si preoccupino troppo di quanti consiglieri e assessori si eleggeranno la prossima volta, ma di come sostenere la lotta contro la chiusura di una fonderia, di come supportare al meglio lavoratrici e lavoratori che lottano in difesa dei loro diritti, contro la sordità della Cgil: quello che hanno saputo fare le lavoratrici e i lavoratori della Vodafone, visibili e combattive anche il 20 ottobre. Gruppi dirigenti che non abbiano troppe remore a collocarsi all’opposizione di politiche razziste e xenofobe, anche quando sono i governi del PD ad assecondarle[11]. Compagne e compagni che valuteranno il progetto politico prima ancora del simbolo. Compagne e compagni che vorrebbero salvare il meglio di rifondazione comunista: la capacità di produrre conflitto.
La costituente comunista ha dalla sua parte persino il buon senso, oltre che l’utilità sociale e la praticabilità politica. E’ di buon senso non rifiutare l’unità, l’unità possibile, l’unità con chi c’è: l’unità con migliaia di compagne e compagni persi per strada in questi anni, compagne e compagni ancora attivi nei sindacati e nei movimenti. Una costituente vera, una rigenerazione per tutte e tutti, gruppi dirigenti compresi. Un nuovo inizio che guarda al futuro, al mondo che c’è e al mondo che vorremmo. Una casa per tutte e tutti i comunisti, una casa intorno alla quale coltivare e far crescere una sinistra di classe in Italia. Il 20 ottobre ci ha indicato una possibilità e un’opportunità, perché non coglierla? Il voto di aprile ci dice essenzialmente questo. Non siamo più nell’89, non lo siamo nel mondo.
Note
[2] Purtroppo dati certi non ce ne sono. Il Prc, la principale delle quattro organizzazioni, non ha reso pubblici – nemmeno dentro il Partito - i dati del tesseramento 2007.
[3] Per la verità nell’attivo del circolo a cui sono iscritto un compagno mi ha fatto notare che un caso analogo c’è, nella repubblica di Weimar degli anni venti. Analogo negli effetti ma non nel contesto: la Germania usciva distrutta dalla prima guerra mondiale, fatto che rende ancor più eclatante il 3,09% della sinistra arcobaleno (l’Italia non è un paese uscito distrutto da un conflitto bellico).
[4] Libri come La Casta e I forchettoni rossi andrebbero inseriti come testi base per qualsiasi corso di formazione per militanti e quadri comunisti. Sono libri di destra, nei quali però l’elemento materiale della casta politica emerge con chiarezza e la stessa sinistra di alternativa non ne esce indenne. Basti pensare alla battuta che mi è capitato di sentire, e cioè che l’espulsione dal parlamento e la sconfitta al comune di Roma hanno fatto scomparire i due principali uffici di collocamento di molti partiti, Prc compreso purtroppo.
[5] Consiglio la rilettura post elettorale di un report sugli stati generali della sinistra arcobaleno, avvenuti a pochi mesi dal voto, nel dicembre 2007. Per chi usava gli occhi per guardare e il cervello per ragionare l’elemento di ‘casta’ era ben visibile: www.ilbriganterosso.info/dblog/articolo.asp?articolo=296
[6] Su questo tema la Fiom di Brescia ha prodotto diverse inchieste: i lavoratori scelgono la Fiom in fabbrica e la Lega Nord nell’urna, e non da oggi. L’unica cosa in comune tra questi gesti è la radicalità, di segno opposto. E’ forse il linguaggio più semplice con il quale un operaio esprime il suo malessere. I vuoti in politica non esistono, qualcuno li riempie sempre.
[7] Espressione usata da Pietro Ingrao per giustificare la propria permanenza nel Pds.
[8] Se si volesse valutare la nascita del PRC da questo punto di vista si vedrebbe che con la sua nascita si ruppe a metà la corrente ingraiana. Il grosso rimase nel Pds - nel gorgo - mentre una parte aderì al Prc (insieme ad altri). Questi due ingraismi hanno agito similmente, nei due rispettivi partiti. Nel Pds con il vano tentativo di ricondurre questo Partito nell’alveo di una compiuta socialdemocrazia di sinistra, nel Prc lavorando per una sua socialdemocratizzazione. Non è un caso che F. Bertinotti nel ’91 scelse di aderire al Pds, e in questa direzione sono andate tutte le sue innovazioni ‘teoriche’, almeno nella sostanza. E non è un caso che consideri P. Ingrao il padre nobile della sinistra.
[9] Sarebbe utile, oltre che doveroso, aprire una riflessione sui modelli economici di paesi e regioni sulla via dello sviluppo come l’America Latina, il Sud Africa, la Russia e la Cina e sul ruolo che possono avere per la costruzione di un altro mondo possibile.
[10] Per la verità non di ripresa si tratta, i padroni non hanno mai dismesso la lotta di classe.
[11] Si dice che la destra ha vinto per la sicurezza e l’immigrazione. Vero, ma perché? Il razzismo è di norma una risposta sbagliata a un problema vero: in assenza di alternative il razzismo è la risposta popolare - sbagliata - alla sindrome della quarta settimana. Combattere il razzismo significa innanzitutto dare una risposta concreta e credibile ‘da sinistra’ a tale questione.