www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 05-05-08 - n. 226

Lezioni elettorali alla fine di una parabola
 
di Domenico Moro
 
La netta bocciatura di Rutelli e l’ascesa a sindaco della capitale di un personaggio come Alemanno, proveniente dalla storia del neofascismo italiano, rappresentano nello stesso tempo un passaggio di fase storico e il punto d’arrivo di una parabola politica, quella del gruppo dirigente fuoriuscito dalla svolta della Bolognina, ormai quasi venti anni fa. Ma partiamo dai dati delle elezioni romane, che costituiscono il sigillo finale delle elezioni del 2008, che sicuramente saranno ricordate nel futuro. Alemanno al ballottaggio supera Rutelli di circa 107mila voti, arrivando a quota 783.225 voti, mentre al primo turno era stato sopravanzato dal rivale di 84mila voti. Sicuramente Alemanno ha potuto contare al ballottaggio sull’afflusso di buona parte dei voti della Destra di Storace (55mila voti) ma anche almeno su una parte dei voti dell’Udc (52mila voti). Al contrario Rutelli sembra non essere riuscito a prendere voti dagli altri candidati e, se vi fosse in parte riuscito, ne ha persi altrettanti tra quelli del primo turno.
 
Infatti, Rutelli passa dai 761.126 voti del primo turno ai 676.472 voti del ballottaggio. La perdita è notevole: ben 84.654 elettori non hanno confermato il voto del primo turno a Rutelli. Si tratta di un fatto eccezionale, perché è raro che un candidato arrivato al ballottaggio non solo non guadagni consensi dagli altri candidati esclusi, ma addirittura perda una parte non irrilevante dei suoi voti. Se Rutelli avesse conservato i voti del primo turno, avrebbe avuto bisogno di poco più di 23mila voti aggiuntivi per prevalere sull’avversario. Cerchiano di capire che cosa è successo. Molti hanno parlato di voto disgiunto su Comune e Provincia, evidenziando che Zingaretti, a differenza di Rutelli, è riuscito a vincere, ottenendo 56mila voti in più dell’ex sindaco di Roma. Se ne deduce che la sconfitta è da attribuire in larga parte alla persona di Rutelli. E’ sicuramente vero che la candidatura di chi è stato già due volte sindaco di Roma è apparsa da subito una scelta debole ed errata.
 
Dall’altro lato, bisogna rilevare che anche al ballottaggio sulla provincia si è innescato un fenomeno simile, sebbene fortunatamente l’entità e l’esito ne siano stati diversi. Infatti, anche Zingaretti ha rischiato, perdendo 36mila voti dal primo turno, mentre Antoniozzi ne ha guadagnati più di 100mila. Antoniozzi è molto meno popolare e radicato di Alemanno, eppure Zingaretti lo ha superato di soli 27mila voti, quando al primo turno lo aveva distanziato di 65mila voti. Oltre alla candidatura non azzeccata sembrerebbe giusto, quindi, considerare l’incidenza della ripetizione, almeno in parte, di fenomeni già registrati alle elezioni nazionali. Vale a dire il fallimento della strategia del Pd di sfondamento al centro e di attrazione del cosiddetto “elettorato moderato”, che, ad esempio nel caso di quello dell’Udc, al ballottaggio di Roma o si è astenuto o ha votato Alemanno, dimostrando così di che marca sia tale “moderatismo”.
 
Ma, rispetto alle politiche, credo vadano evidenziate due importanti differenze. La prima è che la sconfitta è avvenuta in casa, in quello che Veltroni pensava essere il suo “feudo” e che aveva passato ad un esponente di punta del Pd, Rutelli appunto. Il colpo che ha preso Rutelli finisce, quindi, per essere diretto contro Veltroni, e contro il “modello Roma” per come è stato costruito negli ultimi 15 anni di amministrazioni rutelliane-veltroniane. E se Rutelli ha finito per essere colpito più pesantemente di Zingaretti, personalità politica più defilata, è stato non solo in virtù del suo scarso appeal politico personale, ma forse proprio perché più “rappresentativo” di quel modello. La seconda è che Rutelli, a differenza di Veltroni alle politiche, non ha potuto giovarsi del “voto utile”. L’appello contro il fascista Alemanno non ha funzionato ed è risultato poco credibile da parte di chi, come il Pd, ha contribuito a “sdoganare” i fascisti, riabilitando i “ragazzi di Salò”, permettendo lo sviluppo di centri sociali gestiti da neofascisti e intitolando vie a gerarchi del ventennio, come fece proprio Rutelli con Bottai. Al contrario, si è dimostrata la scarsa lungimiranza di chi ha prima distrutto la sinistra alle elezioni parlamentari e poi ne ha invocato l’aiuto a livello locale.
 
E’ sintomatico dei limiti di tutto il gruppo dirigente Pd l’aver rivendicato con costanza e metodo la necessità di liberarsi della “zavorra” della sinistra sul piano nazionale, senza farsi venire alcun dubbio sulla possibilità di tenuta del blocco sociale e politico, che comprendeva la sinistra, sul piano locale. Roma si è così dimostrata il primo esempio di come la distruzione della sinistra possa avere conseguenze nefaste anche per il Pd e, quel che più importa, per la tenuta democratica del paese.
 
E siamo arrivati a quanto dicevamo all’inizio, cioè alla parabola che è finita. La distruzione (speriamo solo parlamentare e momentanea) della sinistra senza aver conquistato il centro moderato, che sembra essere come l’araba fenice, cioè una figura mitica che non esiste, è il risultato più chiaro di quasi venti anni di percorso del gruppo dirigente Pds, poi Ds e infine Pd, fuoriuscito dalla Bolognina. La rincorsa al centro ha, in realtà, contribuito allo spostamento a destra progressivo dell’asse politico italiano, fino ad arrivare alla espulsione della sinistra dal Parlamento. Dovrebbe sorgere a questo punto una domanda: come è potuto accadere? Dare una risposta è sicuramente complesso e richiede una lunga ma necessaria riflessione almeno su venti e forse più anni di storia italiana. Alcuni elementi, però, potrebbero essere individuati già da ora.
 
Lo scioglimento del Pci non avvenne sulla base di una vera riflessione interna che, a torto o a ragione, superasse il marxismo ed il leninismo e la prospettiva comunista. Si è trattato di una operazione gestita dall’alto e soprattutto sotto la pressione dei mass media, dell’egemonia della cultura dominante e di avvenimenti esterni come il crollo del muro di Berlino. Il comunismo è stato liquidato frettolosamente come una anticaglia del passato senza sostituirvi nulla di caratterizzante, tanto che dopo, quasi naturalmente, il Pds si è trasformato in Ds e infine in Pd. Ma soprattutto, ed è forse questo l’elemento nodale, in quel periodo tra ’89 e 90, ricordiamolo, è il concetto di classe che è stato eliminato e definito come obsoleto. La parte maggioritaria di quello che fu il Pci non si trasformò, quindi, in un partito socialdemocratico o socialista, come la Spd tedesca o il Ps francese, ma in qualcos’altro, una “cosa” indistinta.
 
Nel passato tra i marxisti spesso si è discusso se la socialdemocrazia fosse l’ala destra della classe operaia o l’ala sinistra della classe borghese. Rimane il fatto che sempre la base di massa della socialdemocrazia è stata nella classe operaia e che, dunque, senza questo riferimento non può esserci socialdemocrazia. Un altro fatto su cui dobbiamo interrogarci è per quale ragione la maggioranza del gruppo dirigente del Pci e parte dei suoi iscritti arrivò a prendere quella strada. La capacità di rinnovarsi nella continuità, tipica dei comunisti italiani e di cui parlava spesso Enrico Berlinguer, venne progressivamente a indebolirsi e quando la sua leadership carismatica e la sua forte tensione etica vennero a mancare, i limiti si fecero sentire, tanto più che il contesto nazionale ed internazionale stava mutando e che la classe lavoratrice era ormai sulla difensiva. Dunque, quando ci fu il crollo dell’Urss, fu presto colta l’occasione di liquidare l’anomalia italiana, che non era soltanto nei simboli, pure importantissimi, quanto nella forte autonomia politica e culturale della classe lavoratrice.
 
Quando si rinuncia alle categorie di analisi e ad una lettura seria della realtà e di quanto vi si muove nel profondo, il rischio è che a prevalere siano il tatticismo ed il politicismo, i quali presto o tardi rivelano di avere le gambe corte. Il “nuovismo”, e l’ansia di superare acriticamente i lasciti di un secolo come il 900 che, invece, ha rappresentato nel mondo una storica rottura della subalternità di classi e popoli, è stato negli ultimi vent’anni la malattia della sinistra, che purtroppo continua a ripresentarsi ciclicamente. Di rinnovamento, tutt’altra cosa rispetto al “nuovismo”, al contrario, ci sarebbe stato bisogno. Più chiaramente, ci sarebbe stato bisogno, e c’è bisogno ancora, di mantenere la prospettiva di trasformazione radicale della società, adeguandola alle mutate condizioni di funzionamento italiane ed internazionali del capitale e della sua società. Oggi, è di un bagno nella realtà che la sinistra ha bisogno, ma questo bagno salutare richiede la capacità di leggere la realtà in modo corretto, altrimenti c’è il rischio di affogare.