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- osservatorio - italia - politica e società - 28-05-08 - n. 229
Comunisti e classe
diStefano Franchi
Ho avuto la fortuna di partecipare alla prima lezione di un corso di formazione sul pensiero economico di Marx1. E’ stato spiegato in modo chiaro e semplice cosa Marx[1] intendeva per classe lavoratrice. Provo a sintetizzarlo così: il lavoratore è colui che partecipa al processo di valorizzazione del Capitale. Esplicativo è l’esempio fatto da Marx: anche una prostituta che lavora in un bordello è una lavoratrice produttiva se il bordello è posseduto dal Capitale, poiché quella determinata lavoratrice partecipa al processo di valorizzazione del Capitale, di quel determinato Capitale investito in quella determinata azienda capitalista (Capitale investito à lavoro della prostituta à Capitale valorizzato dal plus-lavoro della prostituta). E’ un esempio rude e grezzo ma ha il pregio della chiarezza: non importa la forma determinata che assume il lavoro (prostituta, metalmeccanico, parrucchiere, insegnante, barista, impiegato, ecc) ciò che importa è se lo scopo di quel lavoro è la valorizzazione del Capitale. Altro aspetto imprescindibile è se il Capitale acquista la capacità di lavoro di quel lavoratore e non un servizio, se acquista cioè la capacità generica di lavoro e non il prodotto di altre forze-lavoro organizzate e rese produttive da un altro Capitale (per esempio i servizi di uno studio di avvocati, di un’azienda di consulenze, ecc).
Questo punto può sembrare una questione astratta e poco utile per i problemi che i comunisti hanno oggi, nell’Italia del 2008. Ma se caliamo questa acquisizione teorica nel nostro contesto concreto - nell’Italia del 2008 - essa diventa un utile strumento per dare forma e volti alla classe lavoratrice italiana, a coloro il cui lavoro serve al processo di valorizzazione del Capitale, a coloro che le comuniste e i comunisti dovrebbero e vorrebbero rappresentare politicamente.
Da questa premessa discende che tutti i lavoratori del settore privato che vendono la propria capacità di lavoro fanno parte del classe lavoratrice. Significa che la forma giuridica con la quale questo processo avviene è sostanzialmente indifferente (lavoro dipendente a tempo indeterminato, a tempo determinato, co.pro., staff leasing, partite iva, ecc). Sono i lavoratori di tutte le aziende private il cui scopo è la produzione di utili, cioè la valorizzazione del Capitale investito, al di là della forma concreta che assume quel lavoro (assistenti domiciliari, infermieri di strutture private, impiegati, lavoratori della cultura, metalmeccanici, facchini, muratori, ecc).
Nel corso di formazione si è proposta la dizione - condivisibile - di lavoro immediatamente produttivo e di lavoro non immediatamente produttivo. Può sembrare una sottile distinzione ma calata nel contesto italiano significa che anche i lavoratori dei servizi, della distribuzione, della vendita di merci sono lavoratori che partecipano attivamente al processo di valorizzazione del Capitale. Il loro lavoro non è immediatamente produttivo (non produce cioè plus-valore) ma è altresì indispensabile per vendere le merci, cioè per realizzare il plus-valore prodotto dai lavoratori immediatamente produttivi, plus-valore che servirà per una piccola parte a pagare i salari dei lavoratori non immediatamente produttivi ma altresì indispensabili al perpetuarsi dell’intero processo. Per esemplificare il lavoratore che produce bulloni è immediatamente produttivo, il lavoratore che serve alla vendita dei bulloni è un lavoratore non immediatamente produttivo ma altresì indispensabile per poter realizzare il plus-valore contenuto nei bulloni, il suo stipendio sarà pagato con una parte di quel plus-valore.
Per estensione anche i lavoratori pubblici sono lavoratori non immediatamente produttivi visto che sono indispensabili al processo di valorizzazione del Capitale (lo Stato è un presupposto materiale indispensabile all’esistenza di una economia capitalista). L’importante è che essi vendano la disponibilità al lavoro e non un servizio, cioè non un lavoro già fatto. Sono cioè lavoratori non immediatamente produttivi ma altresì indispensabili al processo di valorizzazione e riproduzione del Capitale (basti pensare al ruolo e all’importanza dell’istruzione-formazione pubblica e, quindi, all’utilità per la valorizzazione del Capitale del lavoro di insegnanti, bidelli, ecc. A maggior ragione questo vale se l’insegnante o il bidello lavorano in una scuola privata posseduta da un Capitale privato il cui scopo è la produzione di utili, cioè la propria valorizzazione).
E’ importante questa sottolineatura teorica poiché ci permette di capire e vedere la base materiale della nostra classe di riferimento, al di là della frammentazione e della mancanza di coscienza di sé che la classe medesima può avere. I lavoratori sono l’espressione ‘fisica’ di un determinato rapporto sociale, al di là della percezione che essi hanno di sé stessi e del proprio ruolo nella produzione[2].
Cosa rimane nella società? Innanzitutto la classe dei capitalisti, dei possessori dei mezzi di produzione. E in mezzo? Decenni fa in Italia si parlava giustamente di ceti medi. La produzione capitalista non aveva invaso l’intera sfera della produzione. Settori come l’agricoltura, il commercio e parte dei servizi erano costellati da aziende non capitaliste, senza dipendenti, di carattere spesso famigliare[3]. Negli ultimi decenni questi settori hanno visto un vero e proprio arrembaggio del Capitale, migliaia di aziende famigliari soppiantate da aziende capitaliste, spesso giganti nazionali legati a multinazionali: basti pensare al settore del commercio al dettaglio, ipermercati al posto dei negozietti di rione. A ben pensarci è successo l’esatto opposto di quanto si è teorizzato in questi anni: un
allargamento del proletariato inteso dal punto di vista del Capitale, cioè lavoratrici e lavoratori produttivi di plus-valore. Proletari dal punto di vista marxiano, cioè forza-lavoro produttiva di plus-valore, forza lavoro che contribuisce al processo di valorizzazione del Capitale. Si è in sostanza allargata la base materiale della produzione capitalista e, con essa, la base materiale del nuovo proletariato italiano: oggi in Italia vi sono numericamente più proletari di 15 o 30 anni fa, suona strano ma è così. Cosa sono oggi i migranti nell’edilizia? Cosa sono i lavoratori della distribuzione? Cosa stanno diventando i lavoratori della cultura? E quelli di un call center? E quelli di una finta cooperativa sociale? E quelli delle tante aziende pubbliche-municipali privatizzate? Quelli che lavorano nei tanti servizi ‘esternalizzati’ in questi anni? A cosa serve il loro lavoro? A valorizzare i Capitali investiti, a questo serve il loro lavoro, è lavoro dal quale il Capitale estrae plus-valore. In questi mesi ne abbiamo avuto una conferma nei dati sui profitti: negli ultimi decenni è aumenta in Italia la quota di ricchezza nazionale destinata ai profitti, cioè il processo di valorizzazione del Capitale ha esteso in Italia la sua base materiale, ha conquistato nuovi settori, ha conquistato nuovi spazi di espansione, ha proletarizzato buona parte dei ceti medi, e quelli rimasti con difficoltà reggeranno alla competizione internazionale che oramai è entrata in tutti i settori della produzione italiana. L’aumento dei profitti significa, in una sistema capitalista, l’aumento del plus-valore estratto dalla forza lavoro: lotta di classe nel senso più classico.
Comunisti e questione sindacale
Ho sentito questo ragionamento, che riporto: “il voto di aprile dimostra che i due partiti comunisti non hanno insediamento sociale’.
In parte vero, in parte falso.
Nel 2006 l’insediamento sociale di Prc e Pdci non era molto dissimile da quello attuale, eppure li votarono quasi tre milioni di italiani. La ragione del tracollo è un'altra, e si chiama governo. Una lezione da trarre per l’oggi e per il domani, per il governo nazionale e per i tanti, troppi governi regionali e locali in cui stiamo, supini e subalterni.
La parte vera dell’affermazione sta nel fatto che la maggioranza del lavoro variamente dipendente italiano già da tempo non vota più i partiti della sinistra, e il voto operaio alla Lega ne è il sintomo più evidente. Lo stesso frontismo con il Pd non ha più basi materiali, almeno sul terreno sociale: i Ds erano il partito più votato in proporzione al reddito già dai primi anni 2000, più guadagnavi più li votavi[4]. L’operaio più classico e ortodosso che ci sia - il metalmeccanico - in fabbrica sceglie la Fiom e nell’urna sceglie la Lega Nord, e non da oggi. Vi è stato un gigantesco smottamento sociale, una sconfitta sociale e culturale della classe lavoratrice italiana: il voto di aprile ne ha semplicemente fotografato l’immagine politica. O i comunisti ripartono da qui, o non ripartono, oppure inseguono Vendola, Ferrero e Mussi nella costruzione della sinistra buona, satellite del Pd, socialmente inconsistente.Ripartire da qui cosa significa? Come ricostruire un insediamento sociale dei comunisti? Oggi vi sono solo due soggetti nazionali[5]che si richiamano al comunismo: Pdci e Prc. Entrambi non hanno un rapporto egemonico con nessuna delle organizzazioni sindacali italiane[6]. Se il tema dell’insediamento sociale dei comunisti lo si vuole fare uscire da seminari e dibattiti è ineludibile affrontare la questione sindacale italiana, affrontarla come priorità politica, priorità di lavoro politico.
Una domanda può aiutare a inquadrare il problema: come mai nel paese dove c’è stata la sinistra politica e sindacale più forte d’Europa vi sono oggi i salari più bassi d’Europa? Come è possibile? Perché?
Proviamo a dare uno sguardo a quanto è successo sul piano politico, credo possa aiutare a trovare una risposta.
Nel biennio ’89-’91 si pose in Italia il tema dell’esistenza o meno di una forza politica anticapitalista. Alcuni compagni fecero la scelta di dare vita alla rifondazione di una nuova forza politica comunista, altri di rimanere nel gorgo. Che bilancio si può trarre a distanza di più di quindici anni? Rifondazione comunista , al di là dell’orientamento di fondo dei suoi gruppi dirigenti, ha rappresentato per tutti gli anni ’90 un riferimento politico e organizzativo per i tanti che non si sono rassegnati allo stato di cose esistente: nel 1995 la rifondazione comunista ancora unita viaggiava verso il 10% dei consensi, quasi quattro milioni di italiani la percepivano con un soggetto politico utile. La parte che scelse di stare nel gorgo cosa ha ottenuto? Si sono semplicemente limitati a frenare una deriva irrefrenabile: dal Pci al Pds, dal Pds ai Ds, dai Ds al Pd. Inevitabile, visto che la grande parte dei gruppi dirigenti del Pds-Ds spingevano in quella direzione (è come provare a spingere manualmente un treno nella direzione opposta a quella in cui spingono le turbine, semplicemente impossibile). Un caso simile a quello che succede oggi, in miniatura: bene che vada dal congresso del Prc uscirà un gruppo dirigente che spingerà verso la sinistra unitaria e plurale (cioè ‘no’ a un partito comunista): nella migliore delle ipotesi i comunisti dovranno frenare una deriva sulla quale il gruppo dirigente nazionale continuerà a spingere, e saranno costretti a declinare la loro attività essenzialmente nella battaglia interna, continueranno a non porsi e a non dare soluzione ai problemi che hanno portato l’intera sinistra politica al 3,09%. Del resto la sinistra Ds oggi vorrebbe usare la struttura del Prc perché si trova senza partito, conseguenza diretta della scelta che fecero nel lontano 1991, quella di rimanere nel gorgo. Il Prc, al di là del burrone in cui l’ha cacciato il bertinottismo, è stata la dimostrazione vivente che l’autonomia politica e organizzativa è un presupposto materiale indispensabile per mantenere in vita una forza politica anticapitalista, o che aspira ad esserlo nella realtà oltre che nei documenti votati nei congressi.
Un processo simile è accaduto anche sul terreno sindacale. Sul finire degli anni ’80 nel mondo del lavoro italiano sono nati sindacati extra-confederali, oggi organizzati principalmente intorno alle Rdb-Cub, Cobas e altri. Vi è stata sul piano sindacale la stessa rottura che ci fu sul piano politico nel 1991: il sindacalismo autonomo ha rappresentato sul piano sindacale il portato della rottura della sinistra italiana. Non a caso la stessa Fiom, per esistere come sindacato di classe, è costretta a ritagliarsi forti spazi di autonomia dalla Cgil. Se i sindacati extra-confederali non si offendono si potrebbe dire che sono stati la rifondazione comunista nel mondo sindacale e chi ha scelto di rimanere nel ‘gorgo’ sindacale - non a caso culturalmente ingraiano - comincia a porsi oggi il problema di come uscire dalla deriva moderata e concertativa della Cgil. Forse sta qui la risposta alla domanda iniziale: in Italia vi sono i salari più bassi d’Europa perché sul piano sindacale - della principale organizzazione sindacale italiana, la Cgil - la grande parte delle forze di classe scelsero di rimanere nel gorgo. Chi lo fece nel Pds è oggi senza partito, chi continua a farlo nella Cgil rischia tra qualche anno di rimanere senza sindacato. Si pone oggettivamente nella realtà – nel'Italia del 2008 - la costruzione di un quarto sindacato nazionale, riunificando tutto il sindacalismo di classe italiano, quello dentro la Cgil e oggi imperniato sulla categoria dei metalmeccanici e quello extra-confederale. Sarebbe nella sostanza la riunificazione del sindacalismo di classe dell’industria italiana con quello presente in modo non minoritario nel pubblico impiego e nel settore dei servizi[7].
La questione sindacale è forse il primo punto di programma per una vera costituente comunista, al di là delle forme concrete che questa costituente assumerà[8]. Non ci sono altre scorciatoie per affrontare il tema dell’insediamento sociale dei comunisti.
Un sindacato dei comunisti?
No, e ci tengo a precisarlo. Tra i tanti disastri fatti da Fausto Bertinotti vi è stata la proposta di una corrente comunista nella Cgil, anche lì con percentuali di consenso di tutto rispetto: mi sembra il 3% al congresso nazionale della Cgil.
Il tema dell’organizzazione sindacale dei lavoratori, dell’organizzazione delle loro avanguardie sindacali si pone su basi diverse da quello della costruzione della loro avanguardia politica. Il terreno sindacale è il primo terreno su cui un lavoratore sente il bisogno di organizzarsi, vi sono persone di destra iscritte a sindacati di classe culturalmente di sinistra: il voto di iscritti Fiom alla Lega Nord ci dice questo, nello stesso sindacalismo di base sono diversi i casi. Il sindacato non può funzionare su base ideologica, per questo è stata una sciocchezza la corrente dei comunisti nella Cgil, le aree vanno costruite su base programmatica come sta facendo la Rete 28 aprile o come hanno fatto le Rdb in tutti gli anni ‘90. Altro aspetto è il rapporto egemonico che i comunisti potrebbero e dovrebbero avere con le avanguardie di classe, ma su questo rimando alla nota 6.Nei prossimi anni i principali cantieri della sinistra di classe italiana saranno due, principali per massa critica e praticabilità: la costituente comunista e la costituente sindacale. Ricondurre a sintesi ciò che il liberismo ha disgregato negli ultimi venti anni: avanguardia politica e avanguardia di classe (il 3,09% ci dice questo).
Non c’è partito rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria, ma una teoria rivoluzionaria è nulla se non serve a meglio organizzare l’avanguardia di classe. Il soggetto rivoluzionario non è il partito, e nemmeno il sindacato. E’ un aggregato politico e sociale nel quale partito e sindacato rappresentano i pilastri fondamentali di tutta la costruzione. Non è il ‘900 ad essere finito, sono i bizantinismi intellettuali del post ’89 ad essere miseramente finiti il 13 e 14 luglio. Fortunatamente il muro di Berlino ha esaurito le sue pietre e non cadono più mattoni in testa alla sinistra occidentale: è stata forse la ragione materiale che l’ha rincretinita per tutti gli anni ’90.
Il cantiere per la ricostruzione di una sinistra di classe in Italia potrà avviarsi solo se sapremo lievitare le due costituenti: per ricostruire un’avanguardia politica e un’avanguardia sindacale, unitarie ma non subalterne al Capitale e alle sue manifestazioni politico-sindacali (i partiti borghesi questo sono - con varie gradazioni - e lo stesso processo di burocratizzazione e istituzionalizzazione dei sindacati confederali ha questo come ragione di fondo e determinante).
Stefano Franchi, segreteria Prc di Bologna
[1]Le lezioni sul pensiero economico di Marx fanno parte di un più complessivo corso di formazione ideologica marxista organizzto dall’associazione culturale L. Gaymonat di Bologna. Il ciclo di lezioni sul pensiero economico di Marx sono tenute da Domenico Moro, autore del Nuovo compendio del CAPITALE, Universitas edizioni dell’Orso, 2006 (ne consiglio la lettura, contiene molti paragoni tra le teorizzazioni di Marx e l'esperienza empirica del '900). La prima lezione sul pensiero economico di Marx è stata filmata e sono disponibili copie del dvd all’indirizzo mail daniele_benfenati@libero.it .
[2]Non affronto tutto l’aspetto numerico della questione, basta sfogliare qualche annuario statistico, primo fra tutti il rapporto che il Censis fa tutti gli anni. Segnalo, su questo punto, la lodevole eccezione di Cestes‐Proteo, tra i pochi a porsi il problema di fotografare e capire le reali modificazioni subite dalla classe lavoratrice italiana.
[3]Andrebbe aperta una riflessione sull’esperienza della cooperazione. In regioni come l’Emilia Romagna ha rappresentato l’alternativa alla grande produzione capitalista in settori come la distribuione, l’edilizia e gli strumenti finanziari (Unipol). Il prioritario tema dello sfruttamento dei lavoratori ‘cooperanti’ andrebbe accompagnato da un altrettanto prioritaria discussione sul ruolo che la cooperazione può e deve avere in ua prospettiva socialista: la forma di proprietà cooperativa, al di là del grado di sfruttamento della forza‐lavoro, è qualitativamente diversa dalla proprietà privata? Quantomeno una riflessione andrebbe aperta, tanto più se non si è sordi a quanto succede in Cina, esperienza che noi comunisti occidentali dovremmo osservare con maggiore umiltà e spirito di apprendimento.
[4]Mi riferisco ai dati citati dal libro di Paolo Ciofi Il lavoro senza rappresentanza, edizioni Il Manifesto.
Per soggetti nazionali intendo presenti nella grande parte delle regioni e città italiane.
[6]E’ importante evidenziare l’eccezione rappresentata da Contropiano, sulla quale andrebbe aperta una riflessione collettiva: è il gruppo comunista che ha i maggiori legami sociali, il primo in assoluto se rapportato alle sue dimensioni. Evidentemente l’approccio che hanno avuto alla questione sindacale è stato giusto.
[7]I sindacati autonomi hanno avuto nell’ultimo decennio un progressivo insediamento in settori produttivi dove la Cgil è sempliemente inguardabile, in particolare in tante aziende municipali, tra i lavoratori pubblici e quelli dei servizi ‐ sono gli unici a difendere lavoratrici e lavoratori della finta cooperazione.
[8]La proposta più unitaria e credibile sembra essere l’unificazione dei due partiti comunisti - o delle loro parti disponibili - dentro un più generale processo costituente, che sappia riattivare energie e passioni presenti all’infuori dei due partiti.